Vescica iperattiva per una donna su tre

Vescica iperattiva per una donna su tre

Vescica iperattiva per una donna su tre
Ha ricadute negative sulla qualità di vita, ma la maggior parte delle donne non la cura e pensa che sia sufficiente evitare di bere per far sparire il disturbo.

Frequenza urinaria superiore alle 8 volte nell’arco delle 24 ore, urgenza improvvisa e insopportabile necessità di urinare, perdita involontaria di urina e distensione dell’addome. Sono questi i segnali evidenti di una vescica iperattiva, disturbo di cui in Italia è colpita una donna su tre. Con ricadute negative sulla qualità della vita sociale, lavorativa e familiare. Al punto da arrivare anche a chiudersi in sé stessa.
Nonostante ciò le donne che ne soffrono non ricorrono all’assistenza medica nell’errata convinzione che i disturbi del controllo vescicale facciano parte integrante dell’invecchiamento. E che basti evitare di bere per sopportare meglio il problema.
Di questo tema troppo spesso sottovalutato si è discusso ieri a Roma in un incontro promosso da O.N.Da (Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna).
“La vescica iperattiva – ha illustrato Francesca Merzagora, presidente di O.N.Da – può rendere invalidante la qualità della vita di una donna e influire sul lavoro, sulle relazioni sociali, i viaggi e l’attività sessuale. Si deve prendere coscienza del fatto che non è un semplice disturbo a cui rassegnarsi, ma una vera patologia e come tale deve e può essere curata. Ma è necessaria una maggiore informazione sull’argomento in modo che le donne sappiano che si può intervenire su più fattori a partire da una modifica allo stile di vita”.
“Questa problematica colpisce maggiormente le donne rispetto agli uomini – ha spiegato Mauro Cervigni, direttore Unità Operativa Complessa di Urologia Ginecologica all’Ospedale San Carlo-IDI di Roma – a causa dell’anatomia degli organi femminili, che predispone ai problemi dei meccanismi di tenuta”.
Problemi su cui influiscono “alcuni fattori di rischio che in un certo senso ‘indeboliscono’ l’apparato urinario e la sua tenuta come l’età e la menopausa, l’obesità, problemi urinari di altra origine come quelli provocati dalle infezioni, precedenti interventi chirurgici uro-ginecologici, le malattie oncologiche, i rischi occupazionali e il fumo di sigaretta”, ha aggiunto Andrea Tubaro, Unità Operativa Complessa di Urologia dell’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma. “Le donne, però, spesso imputano il problema all’età e si rassegnano che non vi sia nulla da fare. Ma non è così. Si può intervenire su più fronti. A partire dallo stile di vita, ma anche con esercizi specifici”.
“Si tratta degli esercizi di riabilitazione perineale o ginnastica del pavimento pelvico (un tempo denominati esercizi di Kegel) che aiutano, attraverso la contrazione volontaria dei muscoli della pelvi, a inibire le contrazioni indesiderate della vescica”, ha illustrato Diego Riva, Responsabile dell’U.O. di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale di Cantù. “Questi esercizi di soppressione dello stimolo minzionale riducono o dilazionano il bisogno di urinare, aumentando gradualmente gli intervalli di tempo tra le minzioni. Vanno effettuati sotto la guida di una riabilitatrice che insegna alla paziente a contrarre i muscoli pelvici e a frenare contrazioni muscolari paradosse o dissinergiche. Fondamentale, però – ha proseguito lo specialista – intervenire anche sullo stile di vita eliminando, ove possibile, i fattori di rischio. Quindi, perdere peso, sospendere il fumo, normalizzare la dieta introducendo una maggior quantità di fibre per regolarizzare l’intestino e mantenere un apporto idrico equilibrato (non eccessivo per non sovraccaricare inutilmente una vescica che fa già fatica a raggiungere volumi di riempimento adeguati, ma non scarso per non favorire le infezioni urinarie), eliminare le sostanze irritanti per l’urototelio come la caffeina e la teina. Nella maggior parte dei casi queste soluzioni sono sufficienti per risolvere o ridurre decisamente il problema, altrimenti si può arrivare all’utilizzo di farmaci anticolinergici che inibiscono le contrazioni vescicali o, nei casi più gravi, ad interventi di posizionamento di neuro-modulatori della funzione vescicale”, ha concluso Riva. 

01 Ottobre 2010

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