Al 26 ottobre 2026, durante l’audizione di Speranza in Commissione Covid, siamo ancora fermi a “tachipirina e vigile attesa”. La circolare ridotta a uno slogan e la ricostruzione della pandemia diventa strumentale solo ad una resa dei conti politica.
C’è un film che racconta bene lo spirito dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid: Il giorno della marmotta. Il protagonista è costretto a rivivere all’infinito la stessa giornata, a ripetere gli stessi gesti, ad affrontare le stesse conversazioni, senza riuscire a uscire da un presente che si riproduce identico a se stesso. A guardare l’audizione dell’ex ministro della Salute Roberto Speranza, ieri in Commissione Covid, la sensazione è la stessa: sei anni dopo l’emergenza, siamo ancora qui a discutere di “tachipirina e vigile attesa”, come se nel frattempo non fossero trascorsi anni, non si fossero accumulate evidenze e non fossero cambiate le conoscenze e, soprattutto, come se non fosse possibile distinguere la ricostruzione storica dalla polemica politica.
E allora ricominciamo con il “protocollo tachipirina e vigile attesa”, perché in fondo si sa: la fissazione è peggio della malattia, come recita un detto siciliano. Quello slogan, ormai entrato nel lessico politico e nella percezione di una parte dell’opinione pubblica, è diventato troppo utile per essere abbandonato. È una formula semplice, immediata, facilmente spendibile contro l’avversario. Funziona in un video sui social, in un post o come titolo. È immediato, evocativo, semplice da usare in questo clima di permanente campagna elettorale. Peccato basti verificare i documenti per far venire meno la narrazione. Ma si sa, spulciare pagine di circolari è un esercizio ormai per pochi, in quest’epoca di scroll facile e video brevi.
La questione, infatti, è relativamente semplice. Ancora ieri si contestava a Speranza la circolare ministeriale del 30 novembre 2020 sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-CoV-2, trasformata ormai da anni nell’emblema di una presunta medicina dell’attesa: prendere la tachipirina e aspettare che la malattia faccia il suo corso. Sedici pagine di documento, ridotte a una formula di tre parole. Come se tutto il resto fosse rimasto bianco.
Come all’epoca, ancora oggi basta leggere la circolare per accorgersi che le cose non stanno così. Nell’allegato dedicato alle raccomandazioni Aifa sui farmaci per il Covid si legge che “paracetamolo o Fans possono essere utilizzati in caso di febbre o dolori articolari o muscolari”, e che altri farmaci sintomatici possono essere impiegati su giudizio clinico. Il documento affronta inoltre l’utilizzo dei corticosteroidi in determinate condizioni cliniche, quello delle eparine nei pazienti a rischio e le categorie di farmaci il cui impiego non era raccomandato sulla base delle evidenze disponibili.
La circolare non indicava il paracetamolo come unica possibilità terapeutica, né pretendeva di offrire una cura risolutiva contro il virus. Nel novembre 2020 non erano ancora disponibili i vaccini e mancavano gli antivirali specifici che sarebbero arrivati successivamente. La medicina si trovava a gestire una malattia nuova, sulla base delle conoscenze maturate nei primi mesi della pandemia. Le terapie sintomatiche servivano ad alleviare i disturbi; le altre indicazioni riguardavano condizioni e fasi cliniche differenti. Non esisteva nessuna cura per il Covid, anche se a qualcuno fa comodo dimenticarlo.
Durante l’audizione è stata sollevata anche un’obiezione formale: le indicazioni sui farmaci antinfiammatori sarebbero state contenute nell’allegato, non nel corpo principale della circolare. Ma il testo della circolare, nella parte dedicata ai pazienti asintomatici o paucisintomatici, raccomandava trattamenti sintomatici, indicando il paracetamolo soltanto come esempio.
E precisava che, per una valutazione più completa delle categorie di farmaci utilizzabili nelle diverse fasi della malattia, occorreva fare riferimento alle linee di indirizzo Aifa riportate di seguito. L’allegato, dunque, non era un documento estraneo o una nota aggiunta per caso: era parte integrante del testo che forniva le indicazioni operative.
Continuare a ridurre tutto ancora oggi, in una sede istituzionale, a “tachipirina e vigile attesa” non è una ricostruzione: è una caricatura. E ripeterla a ogni audizione non rende certo più vera una menzogna.
Il cortocircuito diventa ancora più evidente quando si passa alla tempestività della circolare. Da una parte, si rimprovera al governo di aver fornito indicazioni operative soltanto il 30 novembre 2020, a mesi dall’inizio dell’epidemia in Italia. Dall’altra, si accusa quello stesso governo di aver prodotto indicazioni che avrebbero, secondo l’accusa, limitato la libertà prescrittiva dei medici riducendola a “tachipirina e vigile attesa”. E dunque, la circolare sarebbe stata necessaria perché mancavano riferimenti per la gestione domiciliare ed è arrivata fin troppo tardi ma, al contempo, sarebbe stata dannosa proprio perché forniva quei riferimenti.
Insomma, sembra del tutto evidente che si sia di fronte alla circolare di Schrödinger: troppo tardiva quando si vuole contestare l’inerzia del governo, troppo prescrittiva quando si vuole contestare il governo per aver agito. Eppure, il nodo della libertà prescrittiva era già stato affrontato in sede giudiziaria. Il Consiglio di Stato, intervenendo sulla controversia relativa alle indicazioni ministeriali per le cure domiciliari, ha chiarito che le raccomandazioni non potevano essere interpretate come un vincolo assoluto capace di impedire al medico di valutare il singolo caso e assumersi la responsabilità delle proprie decisioni. Anche questo elemento dovrebbe far parte della ricostruzione, non scomparire quando diventa scomodo.
C’è poi una questione più profonda, che riguarda il rapporto tra politica e scienza. L’argomento utilizzato contro le indicazioni del 2020 è che la scienza non produce verità immutabili nel tempo: le conoscenze cambiano, le ipotesi vengono corrette, le terapie si aggiornano. È vero. Ma da questa premessa non discende affatto che le decisioni prese sulla base delle evidenze disponibili in un determinato momento storico siano, per definizione, indifendibili. Semmai, discende il contrario: proprio perché le conoscenze evolvono, bisogna valutare le scelte alla luce di ciò che era noto quando furono compiute, non soltanto di ciò che abbiamo imparato dopo.
Nel novembre 2020 il compito delle istituzioni non era aspettare che la ricerca risolvesse ogni incertezza. Era prendere decisioni responsabili in una situazione di emergenza, sulla base delle prove disponibili a livello nazionale ed internazionale, affidandosi alle competenze scientifiche e aggiornando le indicazioni quando nuove evidenze lo avessero richiesto. Che quelle raccomandazioni siano state successivamente modificate, con l’arrivo degli anticorpi monoclonali e degli antivirali e con una maggiore conoscenza della malattia, non dimostra che fossero sbagliate in partenza. Dimostra che la medicina ha continuato a lavorare ed evolversi, modificando le indicazioni ogni volta che le evidenze lo rendevano possibile.
Ancora più ridicola è il voler addebitare all’ex ministro Speranza la scelta di quelle indicazioni. Come se un ministro della Salute decidesse di testa sua, in piena pandemia, quali farmaci sia bene usare o non usare per la gestione domiciliari dei pazienti affetti da Covid. Quelle circolari sono il frutto di un confronto che ha visto coinvolto un Comitato tecnico scientifico, il Consiglio superiore di sanità, l’Istituto superiore di sanità e l’Aifa. Oltre al coinvolgimento delle rappresentanze dei medici di famiglia. Quello del ministero è un indirizzo politico dato sulla base delle evidenze raccolte e rese disponibili dalle maggiori istituzioni scientifiche del Paese.
La scienza non è una religione e non chiede atti di fede. Ma non è nemmeno un relativismo assoluto nel quale ogni ipotesi vale quanto un’altra e nessuna conclusione può essere considerata sufficientemente solida per orientare una decisione. Qui sta un equivoco di fondo: confondere la possibilità che una conoscenza venga corretta con l’impossibilità di considerarla valida nel presente. La scienza procede per acquisizioni provvisorie, verifiche e revisioni; non offre verità eterne, ma costruisce conoscenze più o meno solide sulla base delle prove disponibili. Il fatto che una conclusione possa essere superata domani non significa che oggi non sia più attendibile di un’ipotesi priva di riscontri.
È il principio stesso del fallibilismo: riconoscere che possiamo sbagliare non significa rinunciare a distinguere tra ciò che è sostenuto da evidenze e ciò che non lo è. Al contrario, è proprio la possibilità dell’errore a rendere indispensabili la verifica, il confronto e la correzione. Se ogni conoscenza fosse considerata incerta allo stesso modo, non avremmo alcun criterio per distinguere una terapia fondata su prove riconosciute da una pratica priva di dimostrazioni di efficacia, né per separare la ricerca seria da truffe come il caso Stamina. La provvisorietà non è sinonimo di arbitrarietà: esistono gradi diversi di evidenza, e ignorarli significa cancellare la differenza tra una conclusione scientificamente sostenuta e una semplice congettura.
Nel novembre 2020, dunque, il compito delle istituzioni non era attendere una certezza assoluta che la ricerca non avrebbe potuto garantire, ma assumere decisioni responsabili sulla base delle migliori evidenze disponibili in quel momento, aggiornandole quando nuove prove lo avessero richiesto. È così che funziona il progresso scientifico; ed è così che dovrebbe funzionare una politica capace di assumersi le proprie responsabilità. Usare l’evoluzione delle conoscenze per giudicare retroattivamente ogni decisione come se fosse stata presa con le informazioni di oggi significa rovesciare il senso stesso del metodo scientifico.
Il problema è che la Commissione sembra girare sempre attorno agli stessi punti. L’audizione di Speranza ha riproposto lo scontro già visto in precedenza: da una parte l’ex ministro, che rivendica le decisioni assunte e denuncia una campagna di delegittimazione; dall’altra una maggioranza che considera quella rivendicazione una prova di mancata autocritica. Entrambi i fronti hanno interesse a sostenere la propria narrazione. Ma una commissione parlamentare dovrebbe avere un obiettivo diverso: ricostruire ciò che è accaduto, anche quando il risultato non coincide con le aspettative di chi l’ha istituita. E questo per provare a migliorare la risposta del sistema Paese in caso di futura pandemia, non per difendere il proprio operato o far diventare la commissione una sorta di Inquisizione utile per condannare strumentalmente il proprio avversario politico.
Il rischio è che la pandemia resti prigioniera di una contesa identitaria, nella quale ogni documento viene utilizzato per confermare convinzioni già consolidate. Una contrapposizione sterile, che non aiuta a capire né il passato né come affrontare la prossima emergenza.
Perché la domanda decisiva non è se la circolare del novembre 2020 fosse perfetta. Non lo era, come non può esserlo nessun documento elaborato in una fase in cui le conoscenze sono ancora incomplete. La domanda è se fosse ragionevole, alla luce delle evidenze allora disponibili, e se le istituzioni abbiano saputo correggere le proprie indicazioni man mano che quelle evidenze cambiavano. È su questo terreno che si dovrebbero misurare le responsabilità politiche e amministrative.
Continuare a ripetere “tachipirina e vigile attesa” non avvicina a una risposta. Serve soprattutto a riaprire una ferita, alimentare una contrapposizione e offrire un bersaglio riconoscibile a chi cerca un colpevole. La fissazione per uno slogan ha finito per oscurare proprio ciò che una commissione d’inchiesta dovrebbe illuminare: la complessità delle decisioni, i limiti delle conoscenze, il funzionamento delle istituzioni e le responsabilità di chi era chiamato a decidere.
Il giorno della marmotta, nel film, si interrompe quando il protagonista smette di ripetere meccanicamente la stessa giornata e comincia a imparare da ciò che gli accade. È una lezione che varrebbe la pena applicare anche alla politica.
Una commissione d’inchiesta dovrebbe servire a uscire dal passato con una conoscenza più precisa, non a restarci intrappolati. Altrimenti il problema non è più soltanto ciò che accadde durante il Covid. È ciò che la politica continua a non imparare dal Covid.
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