L’immiscibile emulsione tra reddito di cittadinanza, “flat tax”, sanità e farmaci

L’immiscibile emulsione tra reddito di cittadinanza, “flat tax”, sanità e farmaci

L’immiscibile emulsione tra reddito di cittadinanza, “flat tax”, sanità e farmaci
Milioni di italiani hanno votato programmi che sì più distanti non potrebbero essere. L’unico catalizzatore sarebbero tanti (ma tanti) “piccioli” e “schei” da distribuire a Sud e a Nord. Soldi che però semplicemente non ci sono. A meno di castigare drasticamente il welfare, Ssn e farmaci. Ma sarebbe inutile avere il reddito di cittadinanza o meno tasse se poi quei soldi in più li devo spendere per pagarmi privatamente il medico, le analisi o i farmaci.

“Promettiamo secondo speranze, manteniamo secondo paure”, motteggia La Rochefoucauld. Succederà anche a Cinque Stelle e Centro destra-Lega, vincenti alle elezioni e promessi sposi a Palazzo Chigi? L’assistenzialista reddito di cittadinanza che vuole mettere su casa con la ultra-lib flat tax? Più spesa pubblica con riduzione delle tasse? La ricchezza del Nord ai disoccupati del Sud per mano degli alleati Salvini-Di Maio? Fantascenari curiosi.
 
Ma con quali soldi? ll reddito di cittadinanza pentastellato richiede 17 miliardi l’anno. La flat tax salviniana riduce il gettito fiscale di 34. Dove prenderli questi 50 e più miliardi, dati i conti rachitici del Paese e gli obblighi contabili con l’EU? Si raschierà da sanità e farmaceutico? Nonostante le promesse elettorali d’intoccabilità?
 
Sui farmaci il programma 5 Stelle e le posizioni del fondatore non è che promettano bene. Riecheggia la storica diffidenza verso le industrie farmaceutiche: apodissi alla pressione promozionale sui medici, ai conflitti di interesse dei decision makers, Aifa in primis, accorciamento dei brevetti e spinta ai generici, scetticismo sui vaccini, freno ai profitti, controllo dei prezzi dei farmaci attraverso la trasparenza sui costi, ecc., ecc. Vedremo alla prova dei fatti.
 
Gli economisti grillini dicono di finanziare il reddito di cittadinanza a debito, da far digerire a Bruxelles giocando contabilmente (lo scambio tra disoccupati e inattivi nel calcolo del PIL). Aumenterebbe sì il debito, già stellare, ma l’intervento keynesiano spingerebbe la domanda interna, dopo anni di politiche sull’offerta senza effetti sui consumi interni, con grandi incentivi all’industria diretti, finanziari e fiscali, e indiretti (“job act”), positivi quindi solo sull’export.
 
E, sull’altro versante, come farebbe Salvini a far digerire ai suoi elettori quei miliardi di reddito di cittadinanza dal nord verso il sud, mai visti neanche nell’assistenzialismo democristiano degli anni 60 e 70? Altro che convergenze parallele tra DC e PCI dell’antica trigonometria morotea (quando si dice il rinnovamento della politica)
 
Nel reciproco, l’elettore del Sud chiederà al nuovo alleato elettore leghista (quello del “quanto puzzate”, “forza Vesuvio”, ecc.) come reperiranno quei 34 miliardi per la flat tax, visto anche che ne servono già 17 in più solo per il reddito di cittadinanza? Inutile la consueta bufala della curva di Laffer, meno tasse ai ricchi per spingerne i consumi (“ho già tre ville e quattro Ferrari, non ne compro altre!”)
 
Le proposte trainanti dei vincitori, reddito di cittadinanza e flat tax, sono emulsioni tra esse immiscibili. L’unico catalizzatore sarebbero tanti (ma tanti) “piccioli” e “schei” da distribuire a Sud e a Nord. Soldi che però semplicemente non ci sono. A meno di castigare drasticamente il welfare, SSN e farmaci (sulla sanità tanto la faccia ce la perdono le regioni, per i farmaci puniamo quelle cattivissime delle big pharma che tanti web-elettori sono pure contenti…). Ma sarebbe inutile avere il reddito di cittadinanza o meno tasse se poi quei soldi in più li devo spendere per pagarmi privatamente il medico, le analisi o i farmaci perché tagliati dal SSN per recuperare risorse proprio per quelle misure.
 
Insomma, milioni di italiani hanno votato programmi che sì più distanti non potrebbero essere. Ma anziché da un’idea condivisa di palingenesi politica, vero valore comune e grande potenziale innovativo dei due partiti vincenti, sono accomunati dalla promessa populista di un tornaconto economico personale, tuttavia coi paraocchi sulle possibili conseguenze per ottenerlo, come il rischio di perdere qualcosa di acquisito, come per esempio in sanità.
 
Un quarto stato “millennial”, figlio del fallimento, anche e soprattutto recente, di quello nobilmente discendente dall’originale (socialdemocrazia, liberismo democratico, stato sociale e altre, per alcuni, anticaglie da modernariato). E che un odierno Pelizza da Volpedo ritrarrebbe stavolta ognuno chino sul proprio smartphone, non più in marcia uniti da un sentire sociale condiviso, salvo il desiderio di metterci in tasca qualche euro in più, poco importa se tolto a ospedali, visite e farmaci.
 
Prof. Fabrizio Gianfrate
Economia Sanitaria 

Fabrizio Gianfrate

21 Marzo 2018

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