Legge di Bilancio. “La sanità è la grande dimenticata. Anche quella privata convenzionata”. Intervista a Padre Virginio Bebber (Aris)

Legge di Bilancio. “La sanità è la grande dimenticata. Anche quella privata convenzionata”. Intervista a Padre Virginio Bebber (Aris)

Legge di Bilancio. “La sanità è la grande dimenticata. Anche quella privata convenzionata”. Intervista a Padre Virginio Bebber (Aris)
"Nessuna risorsa è stata destinata alla sanità privata accreditata. Anzi si procede verso tagli lineari, riduzione dei budget su scala regionale, e mancato adeguamento delle tariffe concordate da oltre 15 anni. Le liste di attesa aumentano a dismisura e centinaia di lavoratori finiranno sul lastrico". Così il presidente dell'Aris commenta a Quotidiano Sanità la manovra al volo al Senato. E sul ritiro dell'emendamento fumo: "Non ci sono soldi, ma quei pochi che cadono da tasche dove non dovrebbero essere, rotolano verso altri e più influenti rivoli"

“Chissà se mai un giorno (ipotetico per carità) dovessero venire alla luce intercettazioni telefoniche tra responsabili della cosa pubblica nelle quali c’è chi ride delle grida disperate di gente malata – che non ha soldi per curarsi – mentre devia quei pochi fondi rimasti dopo lo scempio, verso compari o potentati di casa nostra? Quanto accaduto nella tragedia Rigopiano, naturalmente con i dovuti distinguo, rende ormai lecito ogni sospetto”. 
 
Così Padre Virginio Bebber, Presidente dell’Associazione delle Istituzioni sanitarie religiose accreditate al Ssn (Aris), commenta a Quotidiano Sanità l'esito dei lavori sulla manovra da parte della Commissione Bilancio del Senato, contestando in particolare la mancata approvazione dell'emendamento sul fumo proposto dalla Commissione Sanità per reperire 600 milioni da poter reninvestire nel comparto.
 
Padre Bebber, si sono conclusi nella notte i lavoro della Commissione sulla legge di Bilancio. Che giudizio dà del testo che il Senato si appresta ad approvare?
Una legge di Bilancio come quella attuale sembra dimenticare la sanità, vista sempre più come un "costo" e non come un "investimento”. Si levano lamentele da ogni angolo del mondo della sanità italiana, accuse di una volontaria e sistematica esclusione del comparto dalla ripresa economica in atto, fino a renderla non più sostenibile se non dalle tasche dei cittadini.
 
Possiamo dunque parlare di un giudizio negativo sulla manovra anche da parte della sanità privata accreditata?
Certamente sì. Si parla solo di settore pubblico impiego per il quale peraltro sono previste, da parte delle istituzioni, la messa a disposizione di risorse effettive, anche se non adeguate, per consentire il rinnovo del contratto di lavoro; mentre, invece nessuna risorsa è stata destinata alla sanità privata accreditata, quella cioè che per legge è equiparata, quanto a titoli e servizi resi al cittadino, totalmente a quella pubblica. Anzi si procede verso tagli lineari che si aggiungono a quelli degli anni precedenti, alla riduzione dei budget su scala regionale, al mancato adeguamento delle tariffe concordate da oltre quindici anni. Tanto che molte istituzioni sono costrette a chiudere, restringendo ancor di più la disponibilità, in termini di assistenza, della sanità pubblica di venire incontro alla esigenze dei cittadini malati. E le liste di attesa aumentano a dismisura. Senza considerare le centinaia di lavoratori che finiscono sul lastrico.
 
Anche lei ritiene che la sanità italiana sia al collasso, come denunciato nei giorni scorsi anche dal vice segretario nazionale vicario dell'Anaao Assomed?
E’ sintomatico che a sollevare gli scudi siano praticamente tutte le componenti del mondo della sanità: dai medici agli infermieri, agli amministrativi, ai gestori delle istituzioni, ai sindacati, alle associazioni rappresentative dei cittadini. Tutti lamentano l’assenza di politiche nazionali a favore di una esigibilità del diritto alla tutela della salute omogenea in tutto il Paese, nel rispetto dell'art. 32 della Costituzione, in una logica di federalismo sanitario di abbandono; condannano le politiche degli ultimi governi responsabili di quel fallimento del sistema formativo che sta, contemporaneamente, desertificando ospedali e territori e condannando alla precarietà ed allo sfruttamento decine di migliaia di giovani.
È vero che la sanità italiana è al collasso e già da anni si regge a scapito delle condizioni in cui operano i lavoratori del settore e delle pene degli assistiti. Ma i nostri governanti non se ne accorgono o fanno finta di niente. Dicono che non ci sono soldi.
 
Nonostante la scarsità di risorse a disposizione, però, ieri notte i senatori della maggioranza sono stati costretti a ritirare l'emendamento sul fumo. Che ne pensa?
Penso che non ci sono soldi, ma quei pochi che cadono da tasche dove non dovrebbero essere, rotolano verso altri e più influenti rivoli. E c’è poco da fare nonostante l’impegno di quei pochi parlamentari che mostrano una coscienza civica più consona al ruolo che hanno, occupando i loro scranni. Chissà se mai un giorno (ipotetico per carità) dovessero venire alla luce intercettazioni telefoniche tra responsabili della cosa pubblica nelle quali c’è chi ride delle grida disperate di gente malata – che non ha soldi per curarsi – mentre devia quei pochi fondi rimasti dopo lo scempio, verso compari o potentati di casa nostra? Quanto accaduto nella tragedia Rigopiano, naturalmente con i dovuti distinguo, rende ormai lecito ogni sospetto.
 
Le Regioni inoltre hanno già annunciato che dovendo farsi carico da sole del rinnovo dei contratti per la sanità saranno costrette a tagliare i Lea.
Che dire delle Regioni, tirano acqua al loro mulino. E non potrebbero fare altro in presenza delle mancate assegnazioni da parte dello Stato. Ma quando si arriva a minacciare l’inapplicabilità dei Lea per finanziare il rinnovo dei contratti dei lavoratori, ci viene da ripensare al fatto che spesso le Regioni hanno usato il Fondo sanitario come se questo fosse un bancomat utilizzabile per risolvere tutti i loro problemi. E’ anche vero che al costo dei Lea e dei contratti vanno anche aggiunti i 600 milioni di contributi alla finanza pubblica non pagati dalle Regioni a statuto speciale che ora ricadranno sulle ordinarie, ed i 300 mln richiesti dal Governo per il prossimo anno. Qualcuno giustamente ha fatto notare che lo Stato con una mano elargisce 1 miliardo in più alla sanità, ma con l'altra toglie tutte le risorse aggiuntive.
 
Insomma, al tirare le somme cosa resta?
Direi, scimmiottando il titolo di un film dei miei anni, non ci resta che piangere. E noi non possiamo neppure scioperare. Alla fine ci tocca sperare nell’avvio di quella ormai nota come sanità integrativa. Purché questa non diventi nei fatti sostitutiva del Ssn. Il rischio è quello di trovarci con una sanità povera per le fasce della popolazione più disagiata ed una più ricca di risorse e professionisti per chi potrà permettersela. La soluzione non può che essere quella per altro suggerita un po’ da tutti: tornare ad investire in sanità. I numeri noti dicono che tra spesa pubblica e privata, in Italia si spendono 150 miliardi l'anno per 60 milioni di cittadini. Pochi? Troppi? 240 miliardi sono gli euro spesi dalla Francia, 250 dalla Germania ed 500 dagli Usa.
 
Giovanni Rodriquez

G.R.

29 Novembre 2017

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