In Italia si registrano circa 390mila nuove diagnosi di tumore ogni anno. Un numero che racconta la dimensione della sfida oncologica per il Servizio sanitario nazionale, ma che, come ha sottolineato il ministro della Salute Orazio Schillaci, rappresenta soprattutto altrettante storie personali, familiari e percorsi di cura. Negli ultimi dieci anni la mortalità oncologica è diminuita del 9% per molti dei tumori più diffusi e il nostro Paese ha raggiunto risultati superiori alla media europea. Eppure, dietro questi progressi, persistono differenze territoriali che incidono sulle possibilità di prevenzione, diagnosi precoce e accesso alle cure.
È in questo scenario che il Registro nazionale tumori si prepara a entrare nella sua fase operativa. Il ruolo e le prospettive del nuovo strumento sono stati al centro dell’incontro al ministero della Salute per la presentazione del Comitato scientifico.
“Il registro non è un archivio, è uno strumento di prevenzione e di programmazione”, ha affermato Schillaci, indicando nella disponibilità di dati omogenei e confrontabili una condizione essenziale per rendere più equo il sistema sanitario. L’obiettivo è comprendere dove gli screening raggiungono effettivamente la popolazione, se le diagnosi arrivano tempestivamente e in quali territori i pazienti sono costretti a spostarsi per ricevere le cure necessarie.
Screening e mobilità sanitaria: il divario territoriale resta
I numeri richiamati dal ministro evidenziano la distanza che ancora separa le diverse aree del Paese. Per lo screening mammografico aderisce il 63% delle donne al Nord, mentre nel Mezzogiorno la percentuale scende al 40%. Ancora più marcate le criticità per lo screening del colon-retto, con alcune aree del Sud ferme intorno al 20%.
A queste differenze si aggiunge la mobilità sanitaria: ancora oggi molte donne sono costrette a lasciare la propria regione per sottoporsi a un intervento per il tumore della mammella.
Non si tratta soltanto di una questione organizzativa. Le disparità nell’adesione agli screening e nella disponibilità di percorsi oncologici adeguati si traducono in opportunità differenti di individuare precocemente la malattia e accedere alle terapie.
Per questo, secondo Schillaci, il Registro nazionale tumori dovrà consentire di individuare con maggiore precisione le criticità, indirizzare le risorse dove sono più necessarie e verificare l’effettiva capacità delle politiche sanitarie di produrre risultati.
La sfida sarà anche quella di valorizzare il patrimonio di informazioni accumulato negli anni dai registri regionali, superando le differenze nei criteri di rilevazione, nella qualità dei dati e nella tempestività degli aggiornamenti. “Se non ci sono dati confrontabili non c’è equità”, ha osservato il ministro, richiamando anche l’esperienza del monitoraggio delle liste d’attesa.
Privacy e salute pubblica, il nodo dell’utilizzo dei dati
Tra le questioni da affrontare c’è anche l’equilibrio tra protezione dei dati personali e utilizzo delle informazioni sanitarie per finalità di interesse pubblico.
Schillaci ha ribadito che la tutela della riservatezza è un valore irrinunciabile, ma ha sottolineato la necessità di evitare che i vincoli all’utilizzo dei dati impediscano di sfruttarne appieno il potenziale per la salute collettiva.
“Lavoreremo con il Garante per trovare un equilibrio tra protezione dei dati e loro utilizzo a favore della sanità pubblica”, ha dichiarato il ministro, richiamando anche lo spazio europeo dei dati sanitari, che riconosce nei registri di patologia una risorsa strategica per la salute.
La disponibilità di informazioni affidabili e comparabili può infatti contribuire non soltanto a descrivere la diffusione delle patologie oncologiche, ma anche a valutare l’efficacia degli interventi, programmare i servizi e individuare le aree in cui è necessario rafforzare la risposta assistenziale.
Prevenzione, investimenti e obiettivi misurabili
Il rafforzamento del Registro si inserisce nella strategia del ministero volta a fare della prevenzione il primo livello di tutela della salute. Schillaci ha ricordato che, con l’ultima legge di Bilancio, sono stati destinati alla prevenzione 238 milioni di euro l’anno in via permanente, ai quali si aggiungono altri 247 milioni per il 2026.
Tra gli interventi richiamati figurano l’ampliamento delle fasce d’età per gli screening mammografici e per quelli del colon-retto, oltre al consolidamento del lavoro della Rete italiana per lo screening del polmone.
Il ministro ha inoltre ricordato il Piano oncologico nazionale 2023-2027, che prevede un fondo dedicato da 10 milioni di euro l’anno e un meccanismo premiale per le Regioni che rendono pienamente operative le proprie reti oncologiche. L’obiettivo è migliorare l’integrazione dei percorsi di cura, rafforzare la qualità dell’assistenza e favorire una maggiore omogeneità tra i territori.
Un ulteriore tassello è rappresentato dal Piano nazionale della prevenzione 2026-2031, che prevede altri 50 milioni di euro per il 2026. Tra gli elementi qualificanti del nuovo Piano c’è il collegamento tra programmazione e risultati: la certificazione dei piani regionali sarà legata al raggiungimento di obiettivi misurabili attraverso specifici indicatori, con una soglia prevista del 60% nel 2027, destinata a salire al 90% nel 2031.
Dalla raccolta dei dati alle decisioni
La piena operatività del Registro nazionale tumori rappresenta dunque un passaggio importante per rafforzare la capacità del Servizio sanitario nazionale di programmare gli interventi sulla base di evidenze verificabili.
La disponibilità di dati nazionali omogenei potrà contribuire a valutare la diffusione delle patologie, l’effettiva copertura degli screening, la tempestività delle diagnosi e le differenze nell’accesso ai trattamenti. Ma il valore dello strumento dipenderà dalla capacità di tradurre le informazioni in decisioni concrete, correggendo le criticità e verificando nel tempo gli effetti delle misure adottate.
I progressi della ricerca, le migliori possibilità terapeutiche e i risultati ottenuti nella lotta ai tumori costituiscono una base importante. La prossima sfida è fare in modo che questi progressi siano accessibili a tutti, indipendentemente dalla Regione di residenza.
Come ha ricordato Schillaci, dietro ogni dato del Registro c’è una persona: una donna che ha effettuato una mammografia in tempo, un uomo che è tornato al lavoro, un bambino che è guarito. È su questa capacità di trasformare le informazioni in prevenzione, diagnosi tempestive e cure appropriate che si misurerà il contributo del Registro alla riduzione delle disuguaglianze nella sanità italiana.
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