I tumori nella popolazione immigrata: rischi principali per stomaco, nasofaringe, fegato e cervice uterina
Almeno due sono gli aspetti d’interesse: il primo riguarda la misura del livello del rischio oncologico, in particolare per alcuni tipi di tumori che possono essere particolarmente elevati in specifiche popolazioni immigrate. Questo è quantificabile attraverso la valutazione dell’incidenza. L’altro aspetto d’interesse riguarda la valutazione di possibili difficoltà di accesso della popolazione immigrata ai servizi del sistema sanitario italiano, misurabile con lo studio dell’iter diagnostico-terapeutico, ad esempio valutando l’accesso a programmi di screening organizzato.
Gli studi sulle popolazioni migranti hanno dimostrato che con la migrazione è trasferito anche il rischio oncologico tipico dell’area di provenienza. Questo è, nei migranti di prima generazione, simile a quello della popolazione d’origine, mentre, per effetto dell’integrazione e quindi dell’acquisizione di fattori ambientali tipici del Paese d’immigrazione, la seconda generazione e le successive tendono gradualmente a uniformarsi al rischio oncologico del Paese ospite. Rischi più elevati in popolazioni immigrate sono stati segnalati per tumori a eziologia infettiva, come quelli dello stomaco, del nasofaringe, del fegato e della cervice uterina.
Il tumore della cervice uterina
Il tumore della cervice uterina è il secondo per frequenza nei Paesi meno sviluppati (http://globocan.iarc.fr) e tra i primi anche nei Paesi dai quali è più cospicua la migrazione in Italia: è secondo in Romania, Marocco, Filippine e India, terzo in Ucraina e Tunisia, quarto in Albania, quinto in Polonia e sesto in Cina. Questa malattia ha un’eziologia infettiva legata a infezioni persistenti di alcuni tipi del virus del papilloma umano (HPV).
L’incidenza del tumore cervicale è anche molto legata all’attività di prevenzione secondaria, tradizionalmente effettuata tramite il Pap test e, più recentemente e nei Paesi occidentali, anche attraverso la ricerca della positività all’HPV. Dove il Pap test è largamente diffuso, la frequenza di lesioni cervicali invasive è ridotta. Essere originarie di alcuni Paesi può aumentare il rischio di sviluppare un tumore cervicale, sia perché vi è un’elevata prevalenza d’infezione da HPV sia per la non disponibilità di programmi di screening cervicale.
Le lesioni cervicali preinvasive sono asintomatiche, pertanto vengono diagnosticate solo attraverso l’attività di screening.
È stato dimostrato, anche in Italia, che l’incidenza di tumori della cervice è più alta nelle donne provenienti da Paesi a forte pressione migratoria rispetto alle native italiane. Al contrario le lesioni cervicali preinvasive sono molto meno frequenti. Questi risultati indicano un doppio problema: un rischio più elevato e un ridotto godimento dei programmi di screening, per cui le lesioni sono diagnosticate in una fase già invasiva.
Secondo quanto reso disponibile dal sistema di sorveglianza Passi per il 2010-2013, il 72% delle donne straniere ha effettuato negli ultimi 3 anni un Pap test (vs. il 78% delle italiane), sia nell’ambito dei programmi di screening che al di fuori di questi. L’esempio del tumore della cervice uterina ci permette di accennare alle difficoltà d’accesso degli immigrati ai servizi del sistema sanitario. Per quanto riguarda lo screening cervicale, uno studio recente condotto in Italia conferma come la partecipazione delle donne immigrate ad un programma organizzato di screening cervicale sia più bassa rispetto alle italiane. A fronte di questo il rischio di avere la diagnosi di una lesione di alto grado è doppia rispetto alle italiane.
24 Settembre 2015
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