Il commento. L’insostenibile pesantezza del Ssn
La situazione attuale sembra essere tutt’altro che chiara. Se tutti sono concordi, infatti, sui problemi che si hanno di fronte, meno condivise appaiono le ricette per uscire da questo pantano. Il quadro generale appare chiaro: una crisi economica che ci ha portato ad avere un incremento del Pil estremamente contenuto, con una conseguente riduzione dei fondi per una sanità ancora pesantemente gravata da costi inappropriati. Come riavviare dunque il motore del settore?
Da un lato c’è la lotta agli sprechi e a tutte quelle inefficienze che risucchiano risorse senza garantire ai cittadini un’erogazione dei servizi adeguata. Ma anche in questo caso, quello che doveva essere il provvedimento principe in questo campo, il costo standard, sembra aver subito un destino tanto nebuloso quanto impalpabile in termini di efficacia. Come spiegato da Marco Campari (Pwc), nel corso dell’incontro odierno, gli stessi costi standard al momento non esistono poiché non si sa esattamente come calcolarli. E può del resto l’applicazione di un costo stabilito essere condizione sufficiente a risanare decenni di inappropriatezze di bilancio e strutturali che tutt’ora caratterizzano diverse zone del Paese?
Come ricordato oggi dall’assessore alla Salute della Toscana, Daniela Scaramuccia, quello che entra ora in discussione è il diritto costituzionalmente garantito alla Salute. Ed in questo caso, come visto, se da una parte la valutazione degli esiti e la lotta agli sprechi può servire quantomeno a denunciare le gravissime disomogeneità territoriali, la parzialità con la quale diversi cittadini italiani possono ritenersi fruitori di quel diritto sancito dall’art. 32 della Costituzione, dall’altra non sembrano essere misure di per sé così incisive, nel concreto, da poter permettere il riappropriarsi di quelle risorse necessarie a garantire investimenti adeguati al rilancio.
La situazione appare complessa e intricata. In tutto questo si deve infatti tener conto anche di come valorizzare la ricerca nel nostro Paese, garantendo non solo uno standard elevato a livello tecnologico per l’assistenza, ma anche la capacità di attrarre fondi europei, e magari di riuscire a trattenere i nostri cervelli in fuga. I numeri parlano chiaro, i nostri investimenti in innovazione e ricerca sono fino a 3 volte inferiori rispetto a tutti i maggiori competitor europei. E, come se non bastasse, si deve tener conto dell’altra palla al piede che l’Italia sembra trascinarsi dietro da troppo tempo: l’eccessiva burocrazia. Esistono nella sola Lombardia più comitati etici che su tutto il territorio nazionale tedesco. Non è forse anche questo uno sperpero di risorse e un ostacolo a quello snellimento e semplificazione burocratica auspicata da più parti?
Concludiamo queste riflessioni, ispirate dal dibattito promosso da Quintiles, soffermandoci sul tema della partnership pubblico-privato invocata a più riprese da diversi attori politici e del mondo dell’industria per far fronte alla carenza di fondi reperibili per gli investimenti. Far condividere a pubblico ed aziende private responsabilità e finalità, è un obiettivo tanto condivisibile quanto vago. Come si pensa di sviluppare nel concreto questo nuovo modello sanitario? E soprattutto, quanto verrebbe trasformata, o per meglio dire, stravolta, quell’idea di Sistema sanitario nazionale che ha garantito fino ad oggi un universalismo delle cure con elevati standard qualitativi?
Forse, vista l’importanza del tema, ed il suo impatto sulla vita dei cittadini, spetterebbe a questi ultimi avere maggiore voce in capitolo su un suo possibile stravolgimento. Ad oggi possiamo quindi dire che gli ingredienti sono davanti agli occhi di tutti, che sono ben visibili e conosciuti, ma l’idea di ricetta è tutt’altro che chiara, e men che meno condivisa. E in cucina si sa, i pasticci più grandi nascono quando non si hanno idee ed obiettivi chiari. Speriamo che in sanità l’esito possa essere diverso.
Giovanni Rodriquez
25 Ottobre 2011
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