Il commento. Un elenco da paura
Più di 20 misure (vedi elenco) che vanno dal blocco del contratto per tre anni a quello del turn over, fino alla beffa del contributo di solidarietà per i redditi pubblici sopra i 90 mila euro che riguarda, di fatto, quasi solo la sanità e che in ogni caso vige solo nel pubblico impiego e non nel privato, salvaguardando quindi redditi milionari di dirigenti d’impresa.
Se fino a qualche anno fa, il posto fisso era sinonimo di tranquillità economica e certezza di lavoro a vita, oggi non è più così. Il livello dei redditi è sempre più basso rispetto al costo della vita e, se l’impegno preso nella lettera a Bruxelles del premier Berlusconi dovesse tradursi in legge, anche il moloch del posto a vita verrebbe a cadere, con mobilità a go go anche nel settore pubblico.
Insomma è la fine di un’epoca. Ma va anche detto che parte della responsabilità è anche di chi, in tutti questi anni, è stato sordo (e questo vale per i sindacati ma anche per le forze politiche di destra e di sinistra) a qualsiasi tentativo di modificare, innovandole alla luce di una realtà economica completamente diversa da quella nella quale maturarono le odierne normative in materia, le dinamiche del mercato del lavoro. Sia nel pubblico come nel privato.
E’ un fatto che la rigidità dei contratti a tempo indeterminato renda praticamente impossibile licenziare i lavoratori anche in realtà oggettivamente in crisi (vista l’onerosità dei licenziamenti e la massa di sentenze giurisprudenziali che bloccano la legittimità dei licenziamenti nella stragrande maggioranza dei casi).
E d’altro canto, come accade troppo spesso in Italia, adesso si rischia di passare da un estremo all’altro. Senza aver prima creato quella rete di tutele sociali ed economiche per compensare attivamente una maggiore libertà di licenziamento, come accade negli altri grandi paesi europei dove esiste da sempre un salario di disoccupazione garantito dalla collettività e un sistema di ricollocazione nel lavoro realmente trasparente e funzionale agli andamenti dell’economia nei diversi comparti.
Spinti dal diktat europeo ci troviamo così a dover fare tutta una serie di riforme epocali che, nella fretta e nella congestione della crisi, ben difficilmente potranno essere attuate (se mai lo saranno) in un quadro di riassetto complessivo del welfare. Che tenga conto della necessità di porre le basi di una nuova solidarietà sociale (anche infra-generazionale) garantendo comunque la salvaguardia del nostro assetto costituzionale, e più in generale del nostro modello sociale, basati in ogni caso su principi di condivisione collettiva delle difficoltà del singolo. Un modello che mettere in cantina oggi, di fronte al franare di una visione mercantilistica e liberistica della società che questa crisi ha messo in evidenza come non mai, sarebbe infatti non solo paradossale ma propedeutico di una stagione di conflittualità sociale ancor più estesa di quella degli anni ’70.
Cesare Fassari
28 Ottobre 2011
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