L’analisi. Fassari. Scenari della crisi. Se la sanità per tutti diventa un lusso
E tra queste ultime potrebbe esserci anche la sanità. Come dicevamo, Regioni e sindacati già oggi denunciano un taglio di 7/8 miliardi al fondo sanitario da qui al 2013. Ma qui non stiamo parlando dei soliti (altalenanti) tagli che ogni anno si prospettano al settore per tenere i conti sotto controllo. Qui stiamo parlando dell’ipotesi di una vera e propria revisione dell’attuale sistema sanitario, con il superamento, o almeno di un grosso ridimensionamento, dell’attuale universalismo finanziato dalla fiscalità generale.
A dire il vero il ministro Sacconi ne parla apertamente fin dall’inizio della legislatura con i suoi due libri bianco/verde sul nuovo welfare, dove si traccia il disegno di una sanità ad “universalismo selettivo”, con un doppio sistema assistenziale basato su due pilastri, uno pubblico pagato dalla fiscalità generale e uno privato pagato da contributi integrativi e finalizzati a soddisfare particolari bisogni.
Fino a ieri le idee di Sacconi erano rimaste abbastanza isolate nella sua stessa Maggioranza. In primis è stata la politica finanziaria di Tremonti, e i suoi continui richiami alla salvaguardia del bene salute come supporto fondamentale per le famiglie in tempi di crisi, a relegare in un cantuccio le riforme sacconiane.
Ma oggi le cose potrebbero appunto cambiare. E i segnali si avvertono da diverse parti. Per la sua riforma fiscale (che non può non avere ripercussioni sul welfare) Berlusconi ha voluto a capo di un pool di economisti il liberal Antonio Martino che da sempre prospetta uno Stato "leggero". Tra le righe di diversi autorevoli editoriali comincia poi a farsi strada l’idea che bisogna comunque rimettere le mani al finanziamento della sanità in modo strutturale. Lo scrive Massimo Muchetti sul Corriere della Sera di ieri, di cui è vice direttore, auspicando di “far pagare la sanità a tutti i cittadini secondo aliquote progressive anziché alle imprese e ai dipendenti”. Lo chiede trasversalmente l’economista Tito Boeri su Repubblica del 27 agosto quando, criticando la contromanovra del Pd, interroga Bersani sul perché nel suo decalogo alternativo a quello di Tremonti non ci sia alcun intervento strutturale sulla sanità, che da sola, segnala Boeri, copre il 17% della spesa pubblica.
Ma se ne parla ormai apertamente anche nei palazzi e nelle feste della politica. E non solo nel centro destra. Venerdì scorso al Festival della salute del suo partito, il responsabile nazionale del Welfare del Pd Giuseppe Fioroni, ha infatti richiamato tutti a rivedere l’attuale assetto di pensioni e sanità, alla luce del combinato disposto della crisi mondiale e dei nuovi indici di invecchiamento, che richiedono diverse logiche di compartecipazione alla spesa in relazione ai redditi.
E se ne sta parlando ormai anche nelle sedi competenti del Governo (Economia e Salute), dove si è ben consci che se si vuole raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio entro due anni, dando contestualmente una bella mazzata al debito, la sanità non può non dare il suo contributo in misura ben maggiore di quello sin qui prospettato.
E dato che non si può continuare a tagliare i finanziamenti all’infinito senza toccare le prestazioni da erogare, non si può escludere che si faccia strada la via di una riduzione progressiva del paniere di servizi sanitari pubblici, intervenendo magari sui Lea o con nuovi e più significativi ticket, fino al ripescaggio del modello Sacconi con la costituzione di due sistemi sanitari in parte complementari e in parte, di fatto, alternativi.
Il succo di questi ragionamenti è che, con una vita media ormai prossima ai 90 anni e con una crisi economica strutturale di questa portata con la quale, ormai si è capito, potremmo dover fare i conti per decenni, un lusso come quello del Ssn potremmo non potercelo permettere più.
Intendiamoci. Siamo di fronte a ragionamenti e ipotesi legittimi che meritano di essere analizzati e sviscerati nel dettaglio. Quello che vogliamo segnalare è il rischio che, ancora una volta, il sistema Paese nel suo complesso sia di fatto esautorato dalle scelte, come avvenuto, per citare il caso più recente, con la riforma federalista. Adesso abbiamo le leggi federali ma ci accorgiamo che non siamo pronti ad attuarle e che, alla fine, a volerle è, anche se forte, una pur sempre minoranza del Paese.
Tornare indietro rispetto alla riforma sanitaria del 1978 e ai suoi principi è, per l’appunto, legittimo, ma farlo senza un reale confronto nel Paese no. Anche perché potremmo presto pentircene.
Cesare Fassari
07 Ottobre 2011
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