Lila: “Il caso di Ancona e l’eterno ritorno (mediatico) degli ‘untori”
Anzitutto, per la Lila, l’utilizzo del termine “untore” porta con sé un potenziale “discriminatorio ed offensivo nei confronti di tutte le persone con HIV, oltreché la pericolosa scorrettezza scientifica” in quanto “evoca modalità di contagio unilaterali, attribuibili al solo contatto fisico o addirittura alla trasmissione per via aerea; suggerisce, ancora, atti volontari e colpevoli messi in atto da personalità perverse da cui è impossibile difendersi. Le vie di trasmissione dell’HIV sono invece ben note, circoscrivibili, precise; soprattutto, dall’HIV ci si può proteggere utilizzando il condom nei rapporti sessuali o con le profilassi pre e post esposizione (PrEP e PEP)”.
Inoltre, per la Lila, “suscitare sentimenti di orrore e paura può essere una ricetta mediatica molto redditizia ma nulla è più lontano dalla realtà. In Italia le persone con HIV in cura presso i centri clinici sono oltre 100mila. Quasi Il 95% di loro, grazie alla terapia ART, ha raggiunto uno stato di viremia controllata, cioè prossima allo zero, fattore che, come dimostrano ormai le evidenze scientifiche (TasP), le rende non infettive. In altre parole, le persone con HIV, in stato di soppressione virologica monitorata, non trasmettono il virus anche in caso di mancato uso del profilattico. Al contrario, il principale serbatoio di infezione nel nostro paese è dovuto alle persone con HIV che non sono consapevoli del loro stato sierologico e che non percepiscono di aver corso o di correre dei rischi. In diversi servizi e notizie concernenti il caso di Ancona invece tutto questo non è spiegato”. In pratica “la persona in questione trasmette il virus perché non è in trattamento.”
Sbagliato, inoltre, per la Lila, parlare di vittime ignare perché non informate dal partner. Questo, evidenzia la Lila, “ scarica la responsabilità della prevenzione solo sulle persone con HIV”, mentre “proteggerci dall’HIV dovrebbe essere invece una precisa responsabilità di ciascuno/a di noi: il nostro partner o la nostra partner può non sapere di aver contratto il virus, può trovarsi nel periodo finestra, noi stessi o stesse potremmo non essere consapevoli della nostra condizione.”
E poi, osserva la Lila, “nel caso limite di Ancona è entrato in ballo, purtroppo, anche l’elemento negazionista. A fronte delle evidenze scientifiche, nel nostro paese stanno diminuendo le persone con HIV che, non riuscendo ad accettare questa condizione, rimuovono il problema sposando queste pseudo – teorie. ‘L’’HIV non esiste dunque io non sono malato’ è il paradigma di questi filoni di pensiero anti-scientifici alimentati, purtroppo, anche dallo stigma sociale che grava da sempre sulle persone con HIV e dalla paura di non essere accettati/e. Diffondere un’informazione scientificamente corretta e non discriminatoria è fondamentale anche per sradicare queste teorie vecchie e pericolose”.
Per la Lila, tutta la vicenda suggerisce anche altri interrogativi: “Dove ha fatto il test quest’uomo? Chi ha parlato con lui? Ha ricevuto un counselling adeguato al momento della comunicazione dell’esito del test? Sono state messe in atto tutte le strategie per un efficace trattenimento in cura? E ancora, perché in Italia non si mettono sistematicamente in campo azioni di prevenzione e di testing efficaci e mirate a target differenziati?” Secondo il presidente della Lila, Massimo Oldrini: “E’ assurdo e ipocrita, ad esempio, che in nessuno dei tanti siti d’incontri, prevalentemente a carattere sessuale, non ci siano indicazioni e raccomandazioni su come divertirsi senza rischiare”.
Quanto alle potenziali vittime, Oldrini lancia loro un messaggio: "E’ importante che si sottopongano subito al test – prosegue Oldrini – sappiano anche che non è scontato che abbiano contratto l’HIV e che, in caso contrario, la vita non è per niente finita e si può fare molto per vivere bene. Le persone coinvolte possono contattare le nostre helpline e contare sul nostro supporto informativo e psicologico”.
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15 Giugno 2018
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