Ma per il Governo il bilancio è assolutamente positivo. Il documento di Palazzo Chigi
In un anno l’Italia ha intrapreso profonde trasformazioni. Questo governo è nato sull’onda dell’emergenza, trovandosi di fronte ad un bivio drammatico: lasciare affondare il Paese o sforzarsi di uscire dalla palude. Tra questi due estremi il primo passo è stato compiuto ed è quello del risanamento che era condizione preliminare per ogni altro obiettivo e anche necessario a evitare che l’Italia, per la sua dimensione, non determinasse un cambiamento dello scenario europeo, e forse mondiale, degli avvenimenti economici e finanziari.
Forse oggi, senza le politiche di rigore messe in atto dall’esecutivo, non ci sarebbe più l'Eurozona. O sarebbe notevolmente ristretta come dimensione geografica, senza quello che l'Italia, con uno sforzo collettivo di cui non si ricordano molti precedenti nella storia repubblicana, è riuscita a compiere. Certamente sarebbe stato necessario fare di più, e forse alcuni errori sono stati commessi, ma l’impianto delle riforme necessario ad uscire dalla fase di emergenza è stato condiviso dalla “strana maggioranza” che ha appoggiato l’esecutivo.
Un anno in cui l’Italia con l’Europa ha ritrovato un legame che sembrava perso. L'Italia, Paese fondatore dell’Unione e tradizionalmente sostenitore del metodo comunitario, è tornata ad essere infatti partner attivo e propositivo, protagonista delle scelte strategiche e nelle concrete decisioni operative.
Basta ricordare il Trattato di Lisbona in cui c’è l'ispirazione per una classe politica e per chi governa, sia a livello europeo che per i singoli paesi che ne fanno parte. Dove ciascuno deve cercare di promuovere il posizionamento del proprio Paese nell’ambito di una economia sociale di mercato altamente competitiva, cogliendone le opportunità e migliorando la propria situazione comparata. Ma questa promozione del singolo Paese, che corrisponde al perseguimento dell’interesse nazionale, non sarebbe durevole se fosse in contrasto con l’evolversi dell’integrazione comunitaria, al di fuori cioè del tessuto che è l'humus naturale che amalgama l’intera Unione Europea.
Il governo ha cercato di mettere in sicurezza i propri conti pubblici, come richiesto dall’Europa e dalla Banca Centrale Europea, al fine di preservare non solo i diritti quesiti, ma anche quelli ancora da acquisire dalle generazioni future. Lo ha fatto con una riforma delle pensioni che viene indicata a livello internazionale come un modello da seguire e con quella del mercato del lavoro che ambisce a creare un contesto più inclusivo e dinamico, atto a superare le segmentazioni che tendono a escludere o marginalizzare i giovani.
Molto di più si sarebbe dovuto fare in favore delle classi più disagiate del Paese, soprattutto per sostenere le famiglie che con il loro welfare sono il vero tessuto produttivo grazie al quale l’Italia non ha subito un contraccolpo negativo come, ad esempio, è successo negli Stati Uniti.
Il governo ha cercato di rappresentare la realtà ai cittadini spiegando senza contraffazioni e con un linguaggio di verità la situazione e i rimedi adottati. Non sono state fatte promesse, né alimentate illusioni. Al contrario sono stati richiesti sacrifici, anche pesanti. Ma questi sono stati recepiti proprio per il momento drammatico che l’Italia ha attraversato. Solo un consapevole e trasparente senso della realtà può dare speranza e fiducia per l’avvenire. Prova ne è stata il pagamento dell’IMU, una tassa certamente non gradita, ma che è stata pagata da tutti indistintamente, raggiungendo gli obiettivi che il governo si era prefisso. O come la spending review che è stata messa in atto non solo per risparmiare sull’ingente spesa pubblica, che non era stata mai aggredita seriamente, ma soprattutto per rendere più efficienti i servizi offerti ai cittadini.
La macchina dello Stato deve diventare più efficiente, più trasparente e più capace di ascoltare e soddisfare i bisogni dei cittadini.
Il governo inoltre è voluto intervenire anche sul tema dei costi della politica, attraverso un decreto legge sulla trasparenza e sulla riduzione dei costi degli apparati politici regionali. Una misura fortemente invocata dagli stessi presidenti delle Regioni e soprattutto dai cittadini che, dopo gli scandali delle ultime settimane, non comprendono come a loro si richiedano sacrifici, spesso anche pesanti, mentre il mondo della politica sembra non essere toccato dal tema della responsabilità di fronte ad una delle più difficili crisi economiche degli ultimi anni. Per questo il governo ha spinto molto sulla necessità di un ritorno all’etica della politica, una pratica che andrebbe sempre coltivata, ricordando il fine ultimo per il quale un cittadino delega un suo
rappresentante in un organo pubblico.
Dopo un anno l’Italia è saldamente sulla via del cambiamento, di certo è un’Italia che adesso può guardare con più fiducia verso il suo futuro. Un futuro che sarà prospero se si continuerà sulla strada intrapresa, senza disperdere il lavoro che è stato compiuto fino ad oggi.
Un lavoro che passa attraverso cinque parole che ridisegnano la nuova Italia: credibilità, coesione, responsabilità, legalità e visione.
17 Novembre 2012
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