Ma siamo proprio sicuri che gli italiani vogliano “un’altra” sanità?
A parte la giusta euforia di Beppe Grillo e dei suoi giovani neo parlamentari e l’altrettanto giusta esultanza del Pdl per un risultato che, per quanto pessimo rispetto al 2008, sancisce che Berlusconi è una realtà tuttora ben presente nel cuore di moltissimi italiani, per il resto è la “depressione” la patologia che in queste ore mi sembra essersi spalmata a cucchiaiate su tutti gli altri leader politici.
A partire dallo stesso Bersani che, pur potendo vantare di essere arrivato primo alle elezioni, ha dovuto ammettere che ciò non significa averle vinte.
Stupisce invece l’atteggiamento di Monti. Ritenersi soddisfatto del suo 10% (sulle macerie di Udc e Fli suoi alleati e principali sponsor della sua “salita” in politica) lascia perlomeno perplessi considerando che fino a poco tempo fa era considerato una sorta di “uomo del destino” super partes e super acclamato.
Ma torniamo a Bersani e al Pd. Anche in riferimento a quanto scrive oggi il nostro Ivan Cavicchi che ha voluto accostare proprio alle urgenze della sanità le parole pronunciate ieri dal leader democratico sulla possibilità di dare vita a un “governo di combattimento” centrato su riforma della politica, moralità e cambiamento.
Devo dire che non condivido l’approccio di Cavicchi. Sostanzialmente il suo pensiero penso si possa riassumere così: “Anche in sanità serve il cambiamento e una profonda opera di moralizzazione (in senso anti corruzione). E chi si frappone al cambiamento, magari auspicando più risorse per il sistema, finisce per chiedere soldi in più per le Regioni (spendaccione) e non per la sanità”.
Sulla necessità di estirpare fenomeni e comportamenti amorali e corruttivi penso che nessuno possa obiettare. E quindi se l’opera di rafforzamento di Bersani (o di chiunque riesca a fare un governo) contro corruzione, malaffare, iper costi della politica, si rivolgerà anche verso il malaffare del comparto sanitario, ben venga.
Il dissenso con Cavicchi non è su questo. E’ sull’equazione “più soldi alla sanità, vuol dire più soldi a un sistema che non funziona”. Intanto perché è ingiusto affermare tout court che la nostra sanità non funziona (la sanità serve a curare i malati e questo, ringraziando il cielo, lo sappiamo ancora fare e piuttosto bene, nonostante i tagli reali attuati in tutti settori sanitari). E soprattutto non è vero che la domanda di cambiamento emersa nettamente da questo voto di protesta veda la sanità pubblica e i suoi asset – universalità, gratuità e solidarietà – tra le cose da cambiare. Anzi, è vero il contrario! La sanità pubblica è tra le poche cose che gli italiani (grillini in testa) non vogliono cambiare. Semmai vogliono più sanità e più certezze di non vedersi rifiutare una cura perché i conti non tornano.
Per questo, pur sapendo bene quanto le intenzioni di Cavicchi siano fondate su una ben strutturata convinzione della necessità di dare una “mossa” al sistema sanitario che, è innegabile, spesso appare come immobilizzato nel ricatto “efficientista-economicista”, penso che il vero cambiamento sia paradossalmente quello di tenere la barra ferma sui grandi principi della nostra sanità pubblica. Prendendo atto che laddove la Corte dei conti (come ricorda Cavicchi) richiama giustamente alla necessità di stroncare gli illeciti, in altra sede la stessa Corte dei conti ha definito la sanità tra i settori più virtuosi della PA. E anche laddove (vedi relazione della Corte del 5 febbraio scorso) si fa l'elenco dettagliato dei danni all'erario per illeciti in sanità pur parlando di cifre importanti nell'ordine delle decine di milioni di euro (su un totale di 106 miliardi di euro di spesa), non mi sembra si possa parlare della sanità come di un "secchio bucato".
Una convinzione rafforzata anche dal contesto di crisi economica e sociale (altro fattore di innegabile spinta al voto di protesta) nel quale una qualsiasi ulteriore incrinatura della certezza di avere almeno una sanità per tutti, potrebbe avere effetti ulteriormente dirompenti sull’opinione pubblica che non tarderebbe a vedere nell'ulteriore ridimensionamento della spesa per la sanità, l’ennesima prova che questa politica taglia tutto tranne se stessa.
Ha detto molto bene ieri Mario Calabresi sulla Stampa: “C’è stata nel governo e nei partiti, ce lo dicono le urne, una sottovalutazione dell’impatto sociale delle politiche di austerità, una mancanza di sensibilità drammatica. A cui si deve sommare la rabbia maturata per la distanza percepita tra i sacrifici richiesti ai cittadini e quelli rifiutati dai politici”. “Gli stessi cittadini – diceva ancora lo stesso Calabresi ieri sera a Ballarò – che hanno visto come sia stato possibile fare una riforma delle pensioni durissima in una settimana mentre per ridurre prebende e vitalizi della politica non è bastato tutto l’anno di governo Monti”.
Sono perfettamente d’accordo. Questa è la realtà delle cose oggi in Italia. E parlare di riforma della sanità, senza avere chiaro in cosa e come attuarla e per fare che, può rivelarsi un’ennesima bomba posta sull’incendio dell’antipolitica.
Cesare Fassari
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27 Febbraio 2013
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