Silvestris (Aiom): “Multidisciplinarità e Centri di eccellenza per dare risposte efficaci”
Per Nicola Silvestris, Professore associato di oncologia medica Irccs Istituto Tumori “Giovanni Paolo II” Bari – Dimo Università degli Studi di Bari e membro del Direttivo nazionale Aiom sono queste alcune delle strategie da seguire nella presa in carico globale del paziente oncologico.
Professore Silvestris, molto spesso i tumori gastrointestinali, in particolare di pancreas, stomaco e spesso anche del colon-retto, sono diagnosticati tardivamente: questo aumenta intensità e tipologia dei bisogni dei pazienti e rende necessario, ancor più che per altri tumori, un approccio integrato e multidisciplinare. Quanto è importante poter avere i Centri di eccellenza per gli interventi chirurgici collegati a reti oncologiche che assicurino la presa in carico complessiva?
È fondamentale. Già di per sé il paziente oncologico per la complessità della patologia richiede un approccio multidisciplinare. Questa multidisciplinarità deve associarsi necessariamente anche ad un elevato livello di expertise, ossia alla capacità di gestione della patologia nella sua complessità. I dati della letteratura scientifica indicano ormai inequivocabilmente come il volume delle prestazioni sia strettamente correlato con gli out-come del paziente. Pertanto, la struttura sanitaria che effettua un numero basso numero di interventi chirurgici per una determinata neoplasia potrà avere un’incidenza di morbilità e mortalità superiore rispetto a quanto può osservarsi in centri con volumi di attività più elevati. Questo vale soprattutto per i trattamenti chirurgici così come per quelli integrati chemio-radioterapici e chemioterapici. In conclusione la identificazione dei Centri di riferimento, individuati in base al numero di volumi di interventi effettuati, inseriti nell’ambito delle reti oncologiche, ha una rilevanza strategica nella presa in carico globale del paziente oncologico. Peraltro, tale approccio rappresenta una delle modalità per abbattere la mobilità sanitaria. Trovare risposte ai bisogni di cura nella propria Regione rappresenta un vantaggio per il paziente e per la sua famiglia: spostarsi comporta un rilevante disagio psicologico e sociale oltre a rappresentare un investimento economico importante.
Per i tumori in fase avanzata obiettivo principale dei trattamenti è controllare la malattia il più a lungo possibile garantendo la migliore qualità di vita. Come si sta evolvendo da questo punto di vista lo scenario terapeutico?
Gli scenari sono amplissimi. Mi spiego, oggi l’obiettivo della ricerca clinica e traslazionale è quello di rendere tutti i tumori “rari”. Questo significa arrivare a identificare nell’ambito di una nomenclatura comune, ad esempio adenocarcinoma dello stomaco, dei sottogruppi di pazienti con neoplasie caratterizzate da ‘signature’ specifiche sulla base di peculiari caratteristiche molecolari. Tali alterazioni possono essere il presupposto per la identificazione di trattamenti che hanno come target queste alterazioni molecolari (la cosiddetta medicina di precisione). È opinione della comunità scientifica internazionale che questo rappresenti il futuro della medicina oncologica: identificare sottogruppi di pazienti potenzialmente candidabili a trattamenti specifici.
Parlando invece di tumori gastrointestinali metastatici, in particolare del pancreas e dello stomaco, quali sono le strategie terapeutiche disponibili per consentire loro un tempo di sopravvivenza il più lungo possibile, accompagnato chiaramente ad una buona qualità di vita.
È necessario partire da una considerazione: qualunque atto terapeutico nei pazienti metastatici, sia con neoplasie solide in generale che dell’apparato gastrointestinale in particolare, deve consentire di ottenere un beneficio in termini non solo di sopravvivenza ma anche di qualità di vita. Il miglioramento della sopravvivenza deve quindi essere sempre accompagnato dall’ottenimento di questo benefico in particolar modo in uno scenario, quale quello della malattia metastatica, in cui l’obiettivo non è la guarigione ma la cura. In quest’ottica le terapie di supporto precoci rivestono un ruolo rilevante. Penso in primis alle terapie di supporto nutrizionali che sono di grande ausilio nella gestione del trattamento oncologico in sé. Tali trattamenti consentono infatti al paziente di avere più chance terapeutiche: un paziente mal nutrito avrà una capacità di risposta ai trattamenti oncologici attivi sicuramente inferiore. Quando si scala una montagna, vi sono più salite da affrontare, analogamente a ciò che accade a chi deve affrontare le terapie oncologiche: chi è in buoni condizioni, al termine della prima salita (quando è necessario modificare il trattamento) può affrontare una seconda salita.(E.M)
11 Giugno 2020
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