Silvestro (Ipasvi): “I medici temono il pieno riconoscimento degli infermieri”
Presidente Silvestro, molti infermieri lamentano che l’ingresso degli infermieri all’Università non abbia prodotto nessun cambiamento nei modelli organizzativi e dunque nel riconoscimento della professione. Lei cosa ne pensa?
È vero, anche perché nel momento in cui qualche Regione ha voluto formalizzare l’attribuzione di maggiori competenze e responsabilità agli infermieri, anche in considerazione del fatto che hanno adesso un percorso di formazione molto più elevato e strutturato, abbiamo avuto le reazioni dei medici. In realtà c’è una parte del mondo sanitario che non vuole modificare gli attuali assetti perché teme che si mettano in discussione equilibri di potere che si basano su modelli molto antichi, che avevano ragione di essere impostati in quel modo quando l’unica figura sanitaria intellettualmente riconosciuta e con un profilo formativo elevato era il medico.
Finché le cose avvengono in maniera informale sono accettate, ma se si chiede che i cambiamenti siano di struttura e di modello, allora scattano le “sensibilità”.
Ma il cambiamento di modello organizzativo che lei immagina è funzionale solo alla crescita della professione infermieristica?
Non mi sembra. Stante la piramide demografica e stante l’andamento epidemiologico, abbiamo oggi una popolazione che chiede sempre meno risposta per le acuzie, che comunque c’è, mentre è sempre più orientata ad chiedere una risposta sanitaria rispetto alla cronicità, dove il medico ha un ruolo molto rilevante ma non centrale, mentre è centrale la risposta assistenziale e dunque la competenza e la responsabilità degli infermieri.
D’altra parte il sistema, per reggersi, deve sviluppare le potenzialità fornite delle competenze ulteriori acquisite dai professionisti che ci lavorano. Altrimenti, per come è organizzato ora non è in grado di sostenersi. Anche perché questi professionisti altrimenti esploderanno, chiedendo che vengano loro pienamente riconosciute le responsabilità che competono loro e che peraltro già ricoprono.
Pensa ad un crollo del sistema sanitario?
Il rischio è gravissimo. Anche perché nel momento in cui il dottor Pizza, presidente dell’Ordine dei medici di Bologna, presenta un esposto alla procura della Repubblica di Bologna e di Firenze dicendo che gli infermieri esondano nelle loro competenze e quindi abusano della professione medica, sposta il terreno del confronto dall’ambito professionale a quello giuridico. E gli esiti possono essere due: il primo è che la magistratura intervenga per dire cosa possano fare gli uni e gli altri, il secondo che “riconosca” che si sta abusando della professione medica. In questo secondo caso, io sarò costretta a dire a tutti gli infermieri di fare non uno, ma due o tre passi indietro. Ma mi chiedo come potrà reggere il sistema.
Lei punta l’attenzione soprattutto sulle responsabilità dei medici. Crede che la politica invece abbia capito l’urgenza di un cambiamento di modello organizzativo?
Per la politica nazionale ho dei dubbi, perché sente meno la pressione delle istanze che vengono dalla concreata agibilità dei servizi sanitari e quindi tenderà a mantenere gli equilibri attuali anche per evitare di entrare in rotta di collisione con degli stakeholder non di poco conto.
Per quanto riguarda i livelli politici locali, quindi Regioni e Province, sono invece moderatamente ottimista, perché sono maggiormente sottoposti alla pressioni dei cittadini che chiedono risposte, non vogliono aspettare in Pronto Soccorso sei ore, vogliono avere l’infermiere a domicilio, ecc. E se si vogliono dare risposte positive è indispensabile mettere in discussione il sistema attuale.
La legge del 2001 prevedeva anche uno sviluppo di carriera per gli infermieri, che nei fatti però trova ancora pochi riscontri. Siete delusi?
L’interpretazione di quella legge è stata molto restrittiva: si è ritenuto di poter risolvere il nodo posto dalle professioni sanitarie, e in particolare dall’infermieristica che è la più numerosa, individuando un dirigente infermieristico in ogni azienda. E per questo ruolo in effetti ora si stanno facendo i concorsi dappertutto. Ma è evidente che questa non è certo una soluzione sufficiente. Anche perché basta guardarsi intorno: le amministrazioni hanno un numero di dirigenti rilevante, i medici entrano addirittura tutti come dirigenti, pensare che per gli infermieri ce ne sia uno solo in ogni Azienda è davvero poco.
Non si tratta solo di sviluppare la progressione di carriera sul versante dell’organizzazione e del management, ma di costruire la possibilità di sviluppo di carriera nella clinica: se ho degli infermieri che si assumono alcune responsabilità cliniche, dovrò valorizzarli. E con ciò torno al punto: se il sistema riconosce, anche economicamente, il ruolo e la responsabilità dei professionisti, dovranno riconoscergliele anche i medici.
Alcuni ritengono che l’attuale formazione universitaria degli infermieri li avvicini troppo al modello medico.
Mi sembra che sia un problema superabile quando poi si entra nella realtà operativa e nella comunità professionale. Certo questo comporta ulteriore impegno e fatica nell’affiancamento e nell’inserimento, cosa che potrebbe essere contenuta se l’impostazione accademica forse diversa.
Adesso, con la riforma Gelmini, vedremo cosa riusciremo a fare rispetto al mantenimento del nostro settore scientifico disciplinare e alle docenze infermieristiche.
Anche perché questo è un vero paradosso: i medici si tengono il corso di Laurea in Infermieristica dentro la facoltà di Medicina e Chirurgia, vogliono avere la titolarità degli insegnamenti e poi si lamentano perché questi professionisti, che hanno contribuito a creare, sono più vicini a loro di quanto a loro stessi interesserebbe.
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21 Gennaio 2011
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