Atto medico per legge? Più rischi che vantaggi

Atto medico per legge? Più rischi che vantaggi

Atto medico per legge? Più rischi che vantaggi
Molti ordini e sindacati chiedono a gran voce questa legge. Perché? Forse manca la volontà di sedersi intorno ad un tavolo con gli altri professionisti sanitari per definire la responsabilità di ognuno nei singoli atti all’interno dei percorsi diagnostico terapeutico assistenziali. Senza dimenticare che l'autorevolezza del medico si conquista sul campo non per legge

E' diffusa tra i medici l'aspirazione a definire in una legge di stato quel che viene chiamato, forse impropriamente, l'atto medico, garantendosi così una sorta di diritto all’autorevolezza. Giace in Parlamento una proposta che pone “in capo al medico la titolarità e la responsabilità di tutte le decisioni, relative alla salute del paziente, la conseguente e necessaria unitarietà dei percorsi clinico assistenziali che esse comportano e i correlati assetti organizzativi” tutto ciò “sotto la sua diretta supervisione e/o prescrizione”.
 
Molti ordini e sindacati chiedono a gran voce questa legge. Perché? Forse manca la volontà di sedersi intorno ad un tavolo con gli altri professionisti sanitari per definire la responsabilità di ognuno nei singoli atti all’interno dei percorsi diagnostico terapeutico assistenziali, riaffermando, ovviamente, la leadership del medico nella gestione del paziente.
 
La definizione proposta nel primo articolo del citato disegno di legge riprende quella della UEMO e i contenuti dell’art 3 del codice deontologico: vi si sostiene che “l’atto medico” è, in definitiva, “l’atto del medico” e quindi se ne elencano le attività, quali l’insegnamento la formazione, l’educazione sanitaria, la promozione alla salute, la prevenzione nei confronti dell’individuo e delle comunità, la diagnosi e la cura (parole assai ambigue); ognuno di questi "atti" può essere attribuito ad altre professioni sanitarie.
 
E’  una definizione metonimica, che confonde il contenente con il contenuto, l’agente con l’agito. Su questa interpretazione estensiva si erge l'attribuzione al medico della responsabilità di tutte le decisioni relative alla salute del paziente, compresi gli aspetti organizzativi. In tal modo la legge assegna la medico competenze che non è in grado di gestire e confligge con le definizioni delle altre professioni sanitarie che potrebbero facilmente essere ricalcate su questa. Il contrario dell’integrazione.
 
Tutto ciò pone due non secondarie questioni. La prima è che una volta codificati gli “atti” cioè le attività delle diverse professioni chi è che decide ciò che appartiene ad una e ciò che attiene ad un’altra? Il Magistrato, che a tal fine dovrà fatalmente ricostruire un mansionario e decidere chi ha il diritto di fare le iniezioni intramuscolari. La seconda questione riguarda l’autorevolezza del medico, che si vorrebbe decisa per legge piuttosto che conquistata ogni giorno con l’intelligenza e la saggezza del proprio lavoro. Che cosa accadrà quando un medico trovasse invase le sue prerogative? A chi si rivolgerà, oltre che alla propria credibilità conquistata sul campo? Affiderà il contenzioso al Magistrato?  Mi sembra poco professionale.
 
I vocabolari definiscono il lemma “atto” come "la manifestazione esterna di una determinazione della volontà". In tal senso l’atto medico non può essere altro che tutto ciò che il medico agisce nell’interesse dell’individuo e della collettività, seguendo le regole della scienza e le norme della deontologia, in base alla propria responsabilità e scelta. Ma anche questa definizione ha ben poco senso in una legge. Legiferare in questo campo comporta sicuramente assai più rischi che vantaggi.
 
Di fronte al disagio dei medici, che si sentono sottoutilizzati da una organizzazione politica inadeguata, il vero demansionamento consiste nella burocratizzazione della professione, nella disoccupazione incipiente, nella carenza della programmazione formativa, nelle caotiche regole di accesso al lavoro, nell’incertezza giuridica, nei troppi condizionamenti al letto del paziente. Dovremmo difendere i medici e non intrappolarci con altre leggi in un paese che ne ha fin troppe e spesso inattuabili.
 
Antonio Panti  
Presidente Ordine dei Medici di Firenze    

Antonio Panti

13 Luglio 2015

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