Diabete. Ecco le 5 cose che il diabetologo non dovrebbe mai fare

Diabete. Ecco le 5 cose che il diabetologo non dovrebbe mai fare

Diabete. Ecco le 5 cose che il diabetologo non dovrebbe mai fare
Le indicazioni sono contenute nel progetto dell’Associazione medici diabetologi (Amd), in collaborazione con Slow Medicine e ispirato al movimento americano ChoosingWisely, che individua quali siano le attività a rischio di inappropriatezza nell’attività clinica diabetologica

Sono cinque le pratiche inappropriate che il medico diabetologo non dovrebbe mai mettere in atto nel curare i propri pazienti.
La prima: utilizzare la terapia insulinica al bisogno (la cosiddetta sliding scale) per il trattamento dell’iperglicemia nel paziente diabetico ricoverato in ospedale; è un metodo inadeguato e inefficace in quanto si attua solo dopo l’iperglicemia, con il rischio di provocare, a sua volta, una ipoglicemia.
La seconda, prescrivere di routine l’auto-misurazione domiciliare quotidiana della glicemia nelle persone con diabete tipo 2, quando non sono in cura con farmaci che causano ipoglicemia; in chi non fa uso di insulina o alcuni farmaci per bocca che possono causare l’ipoglicemia, una volta ottenuto il buon controllo glicemico, se non intervengono fattori esterni come malattie acute o la somministrazione di farmaci iperglicemizzanti, l’auto-misurazione quotidiana non è necessaria, anzi, può essere fonte di ansia per la persona e i familiari.
Poi, effettuare screening indiscriminato delle complicanze croniche del diabetico (per la retinopatia, la polineuropatia e l’arteriopatia periferica), con modalità e tempi diversi da quelli indicati dalle linee guida nazionali.
Quarta pratica da evitare, trattare in modo indiscriminato con farmaci antiaggreganti piastrinici le persone con diabete; l’utilizzo di questi farmaci va riservato a chi sia a elevato rischio cardiovascolare o abbia già avuto un precedente evento cardiovascolare.
Infine, eseguire di routine il dosaggio del C-peptide nel sangue; è inutile per la formulazione della diagnosi e diventa necessario solo in casi limitati e rari.
 
 
La classifica delle 5 pratiche inappropriate che il medico diabetologo non dovrebbe mai mettere in atto sui propri pazienti, è stata illustrata oggi a Baveno al  “VII Convegno Nazionale Fondazione Amd”, evento biennale organizzato dalla Fondazione, per promuovere la ricerca nel campo del diabete mellito e delle altre malattie metaboliche.
Indicazioni contenute nel progetto “5 pratiche da non mettere in atto sui propri pazienti” dell’Associazione medici diabetologi (Amd), in collaborazione con Slow Medicine e ispirato al movimento americano ChoosingWisely.
 
 
“L’appropriatezza – ha spiegato il presidente Amd, Antonio Ceriello – è uno dei cardini del programma che l’associazione si è prefissata per i prossimi anni. Con la propria Fondazione, non promuoviamo solo la ricerca scientifica clinica e di base, ma si propone anche di trovare, scientificamente, soluzioni in campo organizzativo assistenziale. Il progetto Nice, che abbiamo lanciato all’inizio del 2014, vuole favorire un cambiamento culturale nell’approccio alla cura del diabete, si basa sul fatto che non sempre la prescrizione più corretta rappresenti la cura adeguata, se non tiene conto dei reali bisogni della persona con diabete e la sua capacità di adeguare il proprio stile di vita.”
 
Per questo l’Amd ha aderito all’iniziativa ‘Fare di più non significa fare meglio’ proposta da Slow Medicine e – come ha spiegato Maria Franca Mulas, coordinatrice del gruppo “Diabetologia misurata” di Amd  – identificato, attraverso un lungo e complesso percorso basato sull’esperienza clinica e sulle evidenze scientifiche, le 5 cose che sarebbe meglio non fare, ovvero “mettere in atto cum grano salis, sui propri pazienti”.
 
“Questo lavoro – ha concluso Nicoletta Musacchio, Vicepresidente Amd – conferma l’attenzione di Amd verso il promuovere la massima attenzione a una pratica clinica più appropriata e a definire un profilo più moderno del diabetologo, che prevede la capacità di progettare, realizzare, valutare e proporre alle direzioni aziendali non solo l’efficacia clinica, ma anche l’efficienza di un modello organizzativo multidisciplinare in cui lo specialista sia corresponsabilizzato nella riduzione dei costi”.

23 Ottobre 2014

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