Donne medico. Solo un cambio di genere o un’idea diversa di medicina?

Donne medico. Solo un cambio di genere o un’idea diversa di medicina?

Donne medico. Solo un cambio di genere o un’idea diversa di medicina?
Solo pochi anni fa si credeva il genere femminile “in quanto tale” un valore aggiunto della professione, oggi sappiamo che più plausibilmente il genere femminile potrebbe essere un valore aggiunto  ma solo se esprime un’idea “diversa” di medicina

Sono passati solo 5 anni dal primo convegno sulla femminilizzazione  della medicina (Fnomceo Caserta 2008) e quello che allora sembrava un “fenomeno” dirompente, oggi, dopo l’incontro organizzato dall’Osservatorio Fnomceo della professione medica sembra ridotto ad un discorso “sindacale” sulla tutela dei diritti delle donne medico (maternità, avanzamenti di carriera, applicazione di leggi e norme esistenti, trasparenza e correttezza nelle nomine e negli incarichi). Cosa  naturalmente non secondaria  e bene fa l'Osservatorio a porre la questione.
 
Sembra confermarsi così quello che ho sostenuto sull' argomento qualche tempo fa (Medicina e sanità: snodi cruciali, Edizioni Dedalo 2010) e che rammento bene  suscitò aimè  freddezza e imbarazzo. In quella circostanza  posi alcune domande: la crescita numerica delle donne medico ha i caratteri del “fenomeno” o quello di un “turn over di genere a somma zero”? Se i medici maschi e femmina  agiscono la medicina nello stesso modo, cosa cambia? Se la maggioranza statistica delle donne medico  non produce  cambiamento allora quella maggioranza  poteva essere interpretata  tanto come  femminilizzazione quanto come mascolinizzazione.
 
Cercai anche di riflettere sulle aporie che si accompagnavano alla teoria che vedeva automaticamente il genere femminile quale valore aggiunto della professione (innatismo e indole”). Ricordo la grande enfasi che in quegli anni si riservava al “lavoro di cura” e come fosse “naturale” per le donne medico candidarsi  a sovraintenderlo. Oggi la discussione sembra scesa di tono e ricondotta molto più realisticamente a legittime e concrete questioni sindacali.  Pur tuttavia continuo a pensare oggi come all'ora che a certe condizioni la maggioranza  delle donne medico potrebbe costituirsi davvero come un fenomeno di rinnovamento.
 
La cosa che più mi colpisce rileggendo il dibattito di qualche anno fa, e riflettendo su alcune mie esperienze di dibattito recenti e non solo, è la loro  concezione del potere molto diversa da quella “classica” dei loro colleghi maschi (leadership, valorizzazione delle donne, diversity management, family friendly, rete di mentoring, rappresentanza, ecc). Il potere non è visto come una forza posseduta da qualcuno, ma come una relazione tra persone. Un’idea che cozza contro le concezioni “maschili” del potere quale dominio individuale su un servizio, un dipartimento, una unità funzionale, su altri operatori. La differenza è tra “il gioco è nostro e ci giochiamo noi” e “il gioco è mio e ci gioco  io”. Ho raccontato su questo giornale una discussione sul carcinoma della mammella  con patologi, oncologi, senologi, radiologi, chirurghi.
 
Il problema  era se dedurre un agire professionale organizzato a partire dalla malattia (il carcinoma) o dalla donna malata (mammella). Ne è seguito un dibattito (in parte ripreso anche da questo giornale) interamente all'insegna del genere femminile. Le tante  email ricevute erano tutte di donne medico  che non solo condividevano la necessità di andare oltre l'organo malato ma raccontavano che pur tra mille difficoltà organizzative loro già lo praticavano. In questo caso  potrebbe esserci  una “simpatia” di genere  ovviamente preclusa ai medici maschi , e probabilmente vi era.
 
Ma se questo era  plausibile, allora  avremmo dovuto  trovare una analoga simpatia di genere tra i medici maschi alle prese con un cancro dei testicoli, o della prostata. Non ho dati per dimostrare il contrario ma la mia impressione,   anche  rispetto a tante discussioni fatte, è che nel caso dei medici maschi, con tutte le eccezioni del caso, sembra prevalere un approccio all'organo più che al malato e che quindi nel caso di malattie maschili  non vi sia la stessa  simpatia di genere delle loro colleghe donne.
In quella discussione  sul carcinoma della mammella e in altre simili, avevo avuto netta  l'impressione che a confrontarsi vi fosse un’idea maschile di organizzazione dell'agire professionale fatta da poteri sulla malattia in conflitto con altri poteri, quindi parcellizzata, competitiva e poco cooperante, e un'idea femminile di organizzazione fatta al contrario di relazioni, interconnessioni, percorsi integrati, cioè all'insegna di un alto grado di cooperazione.
 
Se questa mia impressione personale, che mi guardo bene dal generalizzare, (per fortuna molti sono i medici maschi impegnati in nuove visioni organizzative) fosse fondata  vi sarebbe una differenza significativa  in grado di segnare una differenza nella concezione della pratica professionale. In questo caso  la maggioranza femminile potrebbe essere davvero un fenomeno. Solo pochi anni fa si credeva il genere femminile “in quanto tale”  un valore aggiunto della professione, oggi sappiamo che più plausibilmente il genere femminile potrebbe essere un valore aggiunto  ma solo se esprime un’idea “diversa” di medicina.
 
Continuo a pensare che le donne medico sarebbero un fenomeno solo se  riuscissero attraverso  una proposta  a indurre una differenza  di qualità in medicina. Nelle fabbriche tessili si impiegava esclusivamente manodopera  femminile ma l'organizzazione e la direzione  era dentro un paradigma produttivo totalmente maschile.  Oggi  le donne  medico non sono altro che  manodopera femminile impiegata sempre più massicciamente ma dentro una concezione del potere di altro genere e che non a caso, come ha evidenziato l'Osservatorio,  pone problemi sindacali.
Essere una maggioranza non basta  a cambiare qualcosa a meno di avere  una “diversa” idea di  cambiamento. E questo non vale solo per la sanità.
 
Ivan Cavicchi

Ivan Cavicchi

08 Luglio 2013

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