Il dato emerge da un sondaggio condotto su oltre 1.300 professionisti sanitari di 81 Paesi. Il 68,8% dei partecipanti riferisce conseguenze psicologiche e il 40,3% fisiche. Aggressioni verbali le più frequenti. Quasi la metà ritiene che la violenza abbia avuto ripercussioni sulla qualità dell’assistenza. I risultati pubblicati sull’European Journal of Emergency Medicine
Tre professionisti dell’emergenza-urgenza su quattro tra quelli che hanno partecipato a un’indagine internazionale riferiscono di aver assistito a episodi di violenza sul luogo di lavoro nell’ultimo anno. Il 68,8% dichiara di aver subito conseguenze psicologiche e il 40,3% conseguenze fisiche.
È quanto emerge da un sondaggio internazionale online condotto dal gruppo di lavoro EUSEM Emergency Medicine Day su oltre 1.300 professionisti sanitari di 81 Paesi tra maggio e giugno 2026 i cui risultati, pubblicati sull’European Journal of Emergency Medicine (EJEM), sono stati presentati nell’ambito del Congresso europeo di medicina d’urgenza a Parigi.
Dallo studio emerge che il 75,5% degli intervistati ha assistito a episodi di violenza sul luogo di lavoro nell’anno precedente. L’aggressione verbale è risultata la forma più comune (87,8%), seguita dalle aggressioni fisiche (42,3%), dai danni alla proprietà (26,4%), dalle molestie sessuali (14,6%) e dalla violenza a sfondo razziale (14,5%). Seguono conflitti armati (4,5%), incidenti con armi (4,1%), aggressioni sessuali (3,5%), cyberbullismo (3,1%) e incidenti con armi da fuoco (2,9%).
I pazienti sono stati indicati come i principali autori delle violenze (67,6%), seguiti da parenti o amici (44,1%). Tra le situazioni segnalate figurano inoltre pazienti o visitatori in stato di ebbrezza (44%) e pazienti psichiatrici (35,2%).
“Sebbene i pazienti e i loro amici o parenti siano i principali responsabili, spesso a causa del consumo di alcol o droghe, il sovraffollamento dei pronto soccorso rappresenta un fattore altrettanto importante che contribuisce alla violenza. La violenza sul luogo di lavoro non solo mette a repentaglio la salute fisica e mentale degli operatori sanitari, ma ha anche un impatto negativo sulla qualità dell’assistenza che forniscono. L’indagine rivela che il 45,8% degli intervistati ritiene che la qualità dell’assistenza sia diminuita a causa della violenza subita”, ha affermato Luis Garcia Castrillo, professore di medicina d’urgenza in pensione presso l’Ospedale Marqués de Valdecilla di Santander, in Spagna.
Quasi la metà percepisce un peggioramento negli ultimi cinque anni
Il 48,3% degli intervistati ritiene che la violenza sul luogo di lavoro sia peggiorata negli ultimi cinque anni e considera i pazienti violenti una delle principali minacce professionali, seconda soltanto al rischio di infezione.
Sul fronte della preparazione, il 51,1% ha ricevuto una formazione formale sulla prevenzione della violenza, mentre il 38,6% dichiara di non averne ricevuta. Il 57,3% ha accesso a un supporto psicosociale dopo gli episodi di violenza, contro il 27,1% che riferisce di non averne accesso.
Emergono inoltre differenze di genere: le donne hanno segnalato più frequentemente degli uomini una vittimizzazione psicologica, con percentuali rispettivamente del 72,2% e del 40,4%.
“Vorrei sottolineare che il problema principale per le donne che lavorano in medicina d’urgenza è la violenza verbale – ha spiegato Roberta Petrino, direttrice del Pronto Soccorso dell’Ente Ospedaliero Cantonale di Lugano, in Svizzera, e prima autrice dell’articolo –. Questa può includere insulti, allusioni sessuali, molestie e discriminazioni di genere. Le donne che lavorano in pronto soccorso ne sono soggette molto più degli uomini, e ciò ha principalmente conseguenze psicologiche”.
Servizi più preparati alle maxi-emergenze che alla violenza quotidiana
Dal sondaggio emerge anche la percezione di una preparazione insufficiente ad affrontare il fenomeno: secondo gli intervistati, i servizi di emergenza sarebbero più preparati a gestire un evento con numerose vittime che gli episodi di violenza quotidiana. Gli autori richiamano quindi i servizi di emergenza, sia preospedalieri sia ospedalieri, sulla necessità di intervenire sui possibili fattori che possono innescare le aggressioni.
Tra questi vengono indicati tempi di attesa prolungati, risorse limitate, elevato stress emotivo e sovraffollamento. Gli interventi suggeriti riguardano una migliore organizzazione dei servizi e del flusso dei pazienti, una dotazione adeguata di personale, una formazione specifica per la gestione delle situazioni di crisi e la comunicazione e il rafforzamento dei sistemi di sicurezza.
Un ulteriore elemento riguarda la violenza contro gli operatori sanitari nelle zone di guerra. All’indagine hanno infatti partecipato 258 medici ucraini.
I limiti dello studio
Gli stessi autori sottolineano però alcuni limiti dell’indagine. Pur avendo raccolto risposte da 81 Paesi, la partecipazione è stata molto diversa da un Paese all’altro. Inoltre, la natura volontaria e autodichiarata del sondaggio può aver introdotto bias di selezione e di risposta. I risultati vanno quindi interpretati tenendo conto delle caratteristiche del campione e non possono essere considerati automaticamente rappresentativi dell’intera popolazione degli operatori dell’emergenza-urgenza a livello internazionale.