In attesa della Piattaforma nazionale di Telemedicina, i sanitari italiani fanno “da sé”

In attesa della Piattaforma nazionale di Telemedicina, i sanitari italiani fanno “da sé”

In attesa della Piattaforma nazionale di Telemedicina, i sanitari italiani fanno “da sé”
C’è ancora da attendere per la messa in funzione totale della PNT, ma medici e professionisti sanitari italiani si tengono al passo: l’immagine è quella di un paese frammentato, composto di tante realtà autonome di telemedicina.

Lo scorso 4 febbraio, nella rinnovata sede Agenas, è stata presentata la Piattaforma Nazionale di Telemedicina (PNT), progetto di punta della Missione 6 del PNRR e trampolino di ri-lancio della sanità italiana in Europa. Va chiarito che per il momento è stata solo lanciata la procedura di collezione dei dati tra piattaforma nazionale e riporti regionali, al fine di garantire quell’interoperabilità che al momento manca e che è da sempre un punto debole in Italia.

Per spiegarci, come ha puntualizzato anche l’onorevole Ugo Cappellacci presente all’evento, l’intento è quello di arginare situazioni in cui, passando per le cure da una Regione all’altra, il paziente si trova spesso a cominciare da capo perché il suo record sanitario non lo segue.

Il goal che Agenas e Ministero della Salute si propongono è quello di riuscire ad assistere, entro dicembre 2025, circa 300 mila pazienti con la PNT (che è il minimo richiesto dall’UE per confermare i fondi del PNRR), ma si punta ad arrivare a 790 mila come da Dm Salute del settembre 2023.

Siamo di fronte a quello che il Capo di gabinetto del Ministero della Salute Marco Mattei ha definito “momento intermedio”. Finalmente, il grande lavoro di Agenas ha portato alla definizione di uno standard da seguire per PDTA e protocolli che permetterà, durante la collezione dei dati dalle Regioni, di “parlare la stessa lingua” tra Fascicolo sanitario elettronico, Ecosistema dei Dati Sanitari e PNT. Senza questa condizione di base, far funzionare un’infrastruttura di telemedicina nazionale sarebbe stato impossibile.

I dati presentati da Marco Marsella (Direttore Digital, EU4Health and Health Systems Modernisation, DG Health and Food Safety della Commissione europea) hanno confermato una spinta molto ambiziosa dettata dall’UE. Il report “Health at a Glance: Europe 2024”, presentato da Marsella, sottolinea come il 79% degli europei abbia avuto accesso al proprio Fascicolo Sanitario Elettronico nel 2024, cifra che dovrebbe arrivare al 100% entro il 2030. In questo contesto l’UE stima un ulteriore incremento del 12% nell’uso della telemedicina nei prossimi quattro anni e un potenziale risparmio di 9.5 ore per paziente cronico trattato con telemedicina.

L’Italia in questo senso si sta muovendo, ma è in ritardo rispetto all’Europa. Uno studio del 2024 apparso su The Lancet Regional Health – Europe inquadra i problemi dell’evoluzione digitale in Italia in due grandi temi. In primis l’evoluzione e implementazione del FSE, che procede a diverse velocità parimenti alle singole sanità regionali: in Lazio si può accedere al 67% dei servizi del FSE, in Abruzzo e Calabria a meno dell’8%. Ad agosto 2024 erano solo 7 i documenti a cui si poteva accedere in tutta Italia da FSE (lettere di dimissione ospedaliera, prescrizioni farmaceutiche e specialistiche, referti di laboratorio, di radiologia e di specialistica ambulatoriale, verbali di pronto soccorso).

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Questa differenza di velocità nuoce all’interoperabilità: ci troviamo di fronte a 20 Sistemi sanitari regionali con impianti, normative, tecnologie e strategie diverse. Ed è su questo che i lavori di Agenas si sono concentrati fino ad ora, in nome di una standardizzazione di base necessaria. Da non dimenticare che in Italia ogni anno 300 mila persone (Svimez) esercitano mobilità sanitaria, spostandosi dal sud al nord per le cure. I luoghi di cura di “arrivo” non riescono a leggere i dati dei pazienti e si ripetono esami costosi e rallentano percorsi per oltre 3 miliardi di perdite l’anno.

A questo si aggiunge la notoria lentezza del nostro Paese nel portare avanti normative e leggi. Se si pensa che solo lo scorso 31 dicembre è stato approvato il decreto Ecosistema Dati Sanitari, che era fermo dall’agosto 2022 e dovrebbe finalmente garantire l’integrazione tra Intelligenza Artificiale, FSE e Telemedicina in un modello federato e partecipativo. Ritardato, quest’ultimo, dai tanti dubbi del Garante Privacy per garantire una massima cybersecurity del sistema. Siamo in attesa anche del Decreto Anziani del 15 marzo 2024, o meglio di un decreto attuativo (in emanazione nel 2025) che dovrebbe garantire la presa in carico di 60 mila grandi anziani da giugno 25 a dicembre 26 con servizi di telemedicina.

Ci sarà probabilmente da attendere ancora un anno per i primi risultati della PNT, nel frattempo però l’Italia è costellata di grandi e piccoli approcci alla telemedicina di dimensione più personale. Solo tra 2019 e 2021, pieno periodo pandemico, il Ministero della Salute aveva calcolato 369 progetti autonomi di telemedicina sparsi in tutta la Penisola (con un picco per Lombardia e Lazio) tra Televisita 160, Telemonitoraggio 135, Teleconsulto medico 129, Telerefertazione 80, Teleassistenza 58, Teleconsulenza medico-sanitaria 53 e Teleriabilitazione 19. Di questi, il 34% era già attivo nel 2018 e negli anni precedenti.

Vanno considerate anche le piattaforme digitali per consulti psicologici, in cui sono impiegati oltre 9 mila professionisti. Esiste anche l’opzione di teleconsulto, che tanti professionisti sanitari hanno integrato nelle loro pratiche giornaliere, attraverso classiche app di messaggistica o programmi come Zoom e Meet. La possibilità di effettuare prestazioni di telemedicina è molto diffusa anche in piattaforme private utilizzate da medici e professionisti sanitari per aumentare la propria visibilità. L’ultimo report della Fondazione RiES, dello scorso dicembre 2024, disegnava un panorama molto frastagliato per la telemedicina nelle strutture private: il 32% delle strutture usa piattaforme web, il 23% app dedicate, il 20% apparecchiature specifiche, l’11% invia email e il 14% usa app o telefono.

Quella che si è creata è nuovamente una mappa frammentata di esempi virtuosi e zone non coperte, in attesa che la PNT normalizzi il tanto richiesto standard comune. In questo si legge una forte votazione dei professionisti della salute al futuro delle cure, ad una gestione migliore del paziente cronico contemporaneamente meno invasiva e più presente. Quella proiezione del post pandemia che vedeva ancora poco convinti i camici bianchi è storia vecchia, i professionisti italiani vedono l’importanza della telemedicina e ne fanno uso. Anche se la PNT è in ritardo, loro sono pronti.

Gloria Frezza

Gloria Frezza

06 Febbraio 2025

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