Gentile Direttore,
si parla di carenza di infermieri e la risposta è quasi sempre la stessa: aumentare i posti nei corsi di laurea e bandire nuovi concorsi. Sono interventi che possono servire ma lasciano aperta la domanda decisiva sul perché un giovane dovrebbe scegliere questa professione. E perché chi già la esercita dovrebbe continuare a farlo. Solo nel 2025 si sono registrate circa seimila dimissioni anticipate di infermieri (dati Corte dei conti, aprile 2026).
Limitare l’analisi ai posti da coprire ci allontana dalle ragioni di una difficoltà che non possiamo più considerare temporanea. Parlare soltanto di carenza descrive il problema senza affrontare fino in fondo le responsabilità di chi lo ha prodotto.
C’è una contraddizione sempre più difficile da giustificare: mentre le responsabilità affidate agli infermieri continuano a crescere, il riconoscimento del loro lavoro non sembra seguire la stessa evoluzione. Non penso soltanto agli stipendi, benché sia ora di affrontare il tema senza imbarazzi.
Penso a chi, dopo anni di formazione ed esperienza, è diventato un riferimento clinico per i colleghi e tuttavia scopre che, per ottenere un riconoscimento concreto, dovrebbe allontanarsi dall’assistenza e cercare un incarico organizzativo, come se l’esperienza maturata accanto ai pazienti valesse meno di quella esercitata dietro una scrivania. Occorre poi riconoscere con altrettanta franchezza che la possibilità di aumentare il proprio reddito attraverso turni aggiuntivi non equivale a un effettivo miglioramento del trattamento economico. Il lavoro straordinario, quando necessario, deve essere adeguatamente compensato, ma non può rappresentare la risposta alla retribuzione ordinaria che fatica a riconoscere il valore delle competenze e delle responsabilità professionali.
Guadagnare di più non dovrebbe significare dover lavorare di più. Una retribuzione ordinaria più adeguata consentirebbe agli infermieri di ridurre il ricorso allo straordinario senza sacrificare il proprio reddito, mentre il fabbisogno assistenziale oggi soddisfatto attraverso il ricorso sistematico alle prestazioni aggiuntive potrebbe essere progressivamente coperto con nuove assunzioni. Si avrebbero così le condizioni per una professione più attrattiva anche per chi deve ancora sceglierla, interrompendo un meccanismo che oggi alimenta proprio quella carenza alla quale pretende di porre rimedio.
Con una maggiore disponibilità di personale si avrebbe, inoltre, stabilità sulla programmazione dei turni, troppo spesso condizionata dalla necessità di coprire assenze e carenze di organico. Sapere con ragionevole anticipo quando si potrà riposare o trascorrere del tempo con la propria famiglia non dovrebbe essere una concessione dell’azienda, ma una condizione ordinaria di un lavoro che vogliamo rendere davvero sostenibile. È un aspetto sul quale le nuove generazioni mostrano grande sensibilità, sempre meno disposte a considerare la rinuncia alla vita privata il prezzo inevitabile da pagare per esercitare una professione.
La carenza di infermieri non riguarda solo le condizioni di chi lavora. Quando il personale disponibile non è commisurato alla complessità dei bisogni assistenziali, è anche la sicurezza delle cure a essere messa in discussione. Gli Ordini professionali sono chiamati a esercitare pienamente il proprio ruolo, richiamando le istituzioni alle loro responsabilità. Perché difendere le condizioni di lavoro degli infermieri significa anche tutelare il diritto dei cittadini a ricevere un’assistenza sicura.
Non possiamo chiedere agli Ordini di promuovere la professione nelle scuole e poi lasciare che il primo incontro con il lavoro smentisca le ragioni per cui abbiamo invitato i giovani a sceglierla. Né possiamo parlare di autonomia professionale quando competenze acquisite con fatica rimangono inutilizzate.
Vorrei che chi decide la politica sanitaria fosse chiamato a rispondere pubblicamente a una domanda concreta: quali cambiamenti verranno introdotti per convincere gli infermieri a restare? Rendere pubblici i dati sulle dimissioni e sulle condizioni di lavoro, e dare finalmente sostanza alle carriere cliniche, significherebbe assumersi una responsabilità oggi troppo spesso lasciata ai singoli professionisti.
I cittadini devono essere parte di questa discussione, perché la perdita di attrattività non resta confinata agli ospedali o alle buste paga. La ritroviamo nel tempo che manca per assistere una persona e nella fatica di chi rimane, sempre più spesso chiamato a far fronte a vuoti che non ha creato. Prima di cercare nuovi infermieri, dovremmo avere il coraggio di chiederci che cosa abbiamo fatto a quelli che ancora ci sono.
David Nucci
Presidente dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Firenze e Pistoia