Perché gli infermieri scelgono di andarsene? E soprattutto: ha senso continuare a concentrare gli sforzi sul reclutamento se poi non si riesce a trattenere chi è già stato formato? Se lo è chiesto il sindacato Nursing Up a partire dal nuovo studio “The Attractiveness of Nursing for Prospective and Current Nursing Students” del Global Nursing Workforce Centre, iniziativa congiunta dell’International Council of Nurses e TruMerit.
La ricerca, diffusa il 9 settembre 2026 e basata su evidenze provenienti da 42 Paesi, individua una serie di fattori che incidono sia sulla scelta di diventare infermiere sia sulla decisione di restarlo: condizioni di lavoro, retribuzione, riconoscimento professionale, opportunità di carriera, esperienza sul posto di lavoro e possibilità di garantire cure di qualità.
Alla luce di questo, deduce Nursing Up, “portare nuovi professionisti dentro il sistema non basta se, contemporaneamente, continuano ad aprirsi vie d’uscita”.
Quasi due infermieri su cinque pensano di lasciare il posto
Le dimensioni del fenomeno emergono da una meta-analisi pubblicata nel 2025 sul Journal of Nursing Regulation, che ha riunito 75 studi per complessivi 3.354.829 infermieri.
Secondo l’analisi, il 38,4% degli infermieri manifesta l’intenzione di lasciare il proprio posto di lavoro, mentre il turnover effettivo raggiunge il 15,2%. In altri termini, quasi due infermieri su cinque pensano di andarsene. Il dato diventa ancora più marcato tra chi lavora di notte: l’intenzione di lasciare raggiunge il 61,7% tra i turnisti notturni, contro il 18,7% tra chi lavora nei turni diurni.
De Palma: “Dobbiamo capire quanti ne perdiamo e perché”
“Numeri di questa portata impongono di cambiare prospettiva”, afferma Antonio De Palma, presidente nazionale del Nursing Up. “Non possiamo limitarci a chiederci quanti infermieri riusciamo a reclutare. Dobbiamo capire quanti ne perdiamo e perché li perdiamo”.
Secondo De Palma, il dato sui turni non consente automatismi sulle cause, ma pone una questione evidente: “L’organizzazione del lavoro entra pienamente nel problema della permanenza professionale”.
Turnover, il peso dei fattori organizzativi
Il problema non riguarda solo le scelte individuali. Una umbrella review pubblicata nel 2025 su Nursing Outlook, che raccoglie 6 revisioni sistematiche e complessivamente 104 studi, rileva che il 58,9% dei fattori associati al turnover classificati dagli autori è di natura organizzativa.
Tra gli elementi ricorrenti figurano caratteristiche del lavoro, leadership, rapporti professionali e opportunità di crescita.
“Questo significa che non possiamo liquidare l’uscita di un infermiere come una semplice scelta personale”, osserva De Palma. “Una parte rilevante dei fattori individuati dalla ricerca riguarda aspetti sui quali aziende sanitarie e decisori possono intervenire. La domanda allora diventa molto semplice: che cosa stiamo facendo per convincere un infermiere a restare?”.
Il segnale italiano: lo studio sugli infermieri di Bergamo
Anche dall’Italia arriva un segnale che, secondo Nursing Up, merita attenzione. Uno studio pubblicato nel 2025 su Applied Nursing Research, condotto su 1.167 infermieri iscritti all’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Bergamo, rileva che il 56,4% pensa di lasciare l’attuale posto di lavoro e il 46,6% considera l’abbandono completo della professione infermieristica.
Il dato riguarda uno specifico campione territoriale e non può essere trasformato in una percentuale nazionale. Ma per De Palma il fenomeno osservato è comunque rilevante.
“Quel 46,6% va letto per ciò che è: il risultato di uno studio territoriale, non la fotografia di tutti gli infermieri italiani”, precisa. “Ma all’interno di quel campione quasi un professionista su due considera di smettere di fare l’infermiere”.
“Sappiamo davvero quanti abbandonano la professione?”
Per Nursing Up, il dato italiano mette in luce una lacuna conoscitiva più ampia. “Sappiamo davvero quanti infermieri abbandonano definitivamente la professione in Italia? Sappiamo quando lo fanno e perché?”, chiede De Palma.
Secondo il sindacato, il tema della permanenza deve essere affrontato con la stessa attenzione riservata finora alla carenza di personale. Non basta contare quanti infermieri mancano: bisogna misurare anche quanti cambiano azienda, quanti lasciano il servizio pubblico, quanti vanno all’estero e quanti abbandonano del tutto la professione.
Formazione indebolita: in Italia meno laureati infermieri
Il problema della permanenza si intreccia con una filiera formativa che negli ultimi anni si è indebolita.
Secondo Health at a Glance 2025 dell’OCSE, tra il 2013 e il 2023 il numero dei nuovi laureati infermieri nei Paesi OCSE è cresciuto complessivamente da circa 544mila a 644mila. Nello stesso decennio, in Italia il numero assoluto dei laureati infermieri è invece diminuito di oltre il 20%, una flessione che l’OCSE attribuisce principalmente all’aumento degli abbandoni durante gli studi.
Il Country Health Profile 2025 di OCSE e Commissione europea fotografa il divario: nel 2023 l’Italia ha formato 17,6 nuovi infermieri ogni 100mila abitanti, contro i 38,3 della media dell’Unione europea. Meno della metà.
Candidature in crescita, ma il percorso va seguito fino alla permanenza
Un primo segnale in controtendenza arriva dalle candidature universitarie. Secondo i dati definitivi elaborati da Angelo Mastrillo, docente di Organizzazione delle Professioni Sanitarie dell’Università di Bologna, per il 2026-2027 le domande per Infermieristica sono passate da 18.836 a 21.907, con un aumento del 16,3%, a fronte di 20.672 posti disponibili.
“È una crescita positiva e lo abbiamo già sottolineato”, afferma De Palma. “Ma oggi dobbiamo guardare all’intero percorso: quanti giovani scelgono Infermieristica, quanti arrivano alla laurea, quanti entrano nel sistema sanitario e quanti decidono di rimanerci”. Per il presidente Nursing Up, aumentare gli ingressi senza conoscere e affrontare le uscite rischia di lasciare irrisolto il problema.
Nursing Up: trattenere gli infermieri diventi un indicatore strutturale
Da qui la proposta del Nursing Up: fare della capacità di trattenere gli infermieri un indicatore strutturale delle politiche sul personale del Servizio sanitario.
“Dobbiamo conoscere quanti professionisti cambiano azienda, quanti lasciano il servizio pubblico, quanti scelgono di lavorare all’estero e quanti abbandonano definitivamente la professione. E dobbiamo sapere quando accade e quali fattori accompagnano queste decisioni”, sottolinea De Palma.
“Per anni abbiamo contato quanti infermieri mancavano. È arrivato il momento di misurare con la stessa attenzione quanti ne perdiamo, quando li perdiamo e perché. Solo così potremo passare dalla continua rincorsa dell’emergenza a politiche capaci di trattenere davvero le competenze che il nostro sistema forma”.