Liberalizzazione fascia C. Cermaf: “Lo Stato tuteli la farmacia”

Liberalizzazione fascia C. Cermaf: “Lo Stato tuteli la farmacia”

Liberalizzazione fascia C. Cermaf: “Lo Stato tuteli la farmacia”
Le esperienze maturate in Europa dimostrano che la cosiddetta ”Pianta Organica” delle farmacie è una garanzia per i cittadini che vivono nei piccoli centri in quanto con la liberalizzazione difficilmente  un’attività commerciale si localizza in zone a bassa rendita

Antonio Perelli, presidente del Centro ricerche management farmaceutico (Cermaf) di Perugia, spiega in questo contributo a Quotidiano Sanità perché lo Stato “dovrebbe mantenere e valorizzare la farmacia italiana rivedendo il quorum degli abitanti, le funzioni, la remunerazione e il ruolo del farmacista ed anche altro ma evitare la promozione di parafarmacie di serie A e di serie B”.

  
Nel dicembre del 1976 si tenne a Terni un convegno nazionale dal titolo “Per una corretta politica del farmaco” a cui parteciparono i cosiddetti “padri” della riforma sanitaria che vide la luce nel 1978. Il problema in quel periodo riguardava l’uso dei farmaci in presenza di un Prontuario Nazionale che annoverava molti farmaci sulla cui validità terapeutica si nutrivano forti dubbi. Eravamo in piena “Era Poggiolini”. Da allora il problema dell’uso corretto dei farmaci non è stato mai definitivamente risolto anche se molti passi avanti si sono registrati con l’adozione dei   Prontuari Regionali e  dei Prontuari Ospedalieri che riportavano in elenco solo farmaci di provata efficacia.
 
L’approccio alla politica del farmaco era quindi corretto poiché il farmaco veniva inteso come bene per la salute piuttosto che come bene di consumo.
Oggi torniamo su questo tema con una prospettiva che sembra voler ricondurre il farmaco solo a bene di consumo. Va in primo luogo chiarito che il farmaco è un bene prezioso per la salute e va utilizzato dal cittadino con la consapevolezza dei rischi che può correre assumendolo in maniera inadeguata.
 
Sappiamo bene che una semplice aspirina può generare emorragie e sappiamo anche che molti farmaci possono interagire con altri farmaci ovvero con gli alimenti. La farmacovigilanza di conseguenza diventa uno strumento indispensabile per poter garantire la salute dei cittadini. Non possiamo nemmeno sottacere le conseguenze che ne derivano da un uso sconsiderato che può determinare ricoveri impropri, malattie iatrogene, e …di conseguenza maggior spese da parte dello Stato per assistere i pazienti.

Questa premessa è indispensabile per valutare se un mercato protetto del farmaco sia migliore o peggiore di un mercato liberalizzato.
 
E veniamo alla questione. Certamente leggendo la Repubblica del 16 Dicembre 2011 dove ben quattro pagine inneggiavano alla liberalizzazione dei farmaci, ci siamo chiesti se i cosiddetti farmaci di fascia C possono essere liberamente venduti in esercizi commerciali con una “ricetta bianca” del medico. Va precisato al riguardo che mentre la “ricetta rossa”, appartiene ad un sistema monitorato ed è rimborsata dal Ssn, la “ricetta bianca” rappresenta per il cittadino solo la certezza che il farmaco è stato prescritto dal medico. La “ricetta rossa” consente di effettuare una sorveglianza/farmacovigilanza a tutto tondo, la “ricetta bianca” consente solo di ottenere ripetutamente quel farmaco con il controllo del farmacista.
 
In questi giorni ho chiesto a molti cittadini se conoscevano il prezzo dell’antibiotico che avevano appena ricevuto dal farmacista su prescrizione medica con “ricetta rossa” ed il 100% dei cittadini mi ha risposto che sapeva quanto aveva pagato di ticket ma non conosceva il prezzo del farmaco. Non sapevano quindi che un antibiotico di largo consumo, per un banale mal di denti, gravava sulle casse dello Stato per 4 o 5 euro con un ticket di 1 euro o poco più. Mi sono allora chiesto se una volta liberalizzati anche questi farmaci (in quanto sembra molto probabile che l’industria farmaceutica chiederà all’Aifa di trasferire anche gli antibiotici dalla fascia A alla fascia C) il cittadino procederà, con una ricetta bianca ripetibile, all’acquisto diretto nei negozi commerciali (parafarmacie), considerato il costo sufficientemente contenuto del prodotto. Probabilmente sì. Personalmente lo farei in quanto eviterei lunghe file dal medico, lunghe file in farmacia ed avrei un rapporto costo/beneficio relativo al tempo destinato all’acquisto, molto favorevole. Sfuggirei in questo modo anche a forme di controllo sia del Ssn, sia del medico, sia del farmacista.
Sarei quindi anch’io un cittadino liberalizzato!
 
La domanda che mi sono posto però è stata questa: da cittadino consapevole e attivo nel sistema salute, facendo questa scelta ho recato beneficio o danno alla mia persona e all’intero sistema? Ho dedotto che, in prima battuta, il Servizio sanitario sarebbe soddisfatto della mia scelta in quanto ho consentito un risparmio ma poi probabilmente avrebbe qualcosa da dirmi trovandomi ricoverato in ospedale per una interazione tra farmaci, per iperdosaggio ovvero per una malattia iatrogena.
 
Quindi su questo primo punto relativo alla liberalizzazione del farmaco ritengo che un sistema protetto possa garantire in maniera migliore la salute del cittadino ed anche, secondo studi di farmaeconomia, di consentire un risparmio considerevole al Ssn.
 
Veniamo quindi alla liberalizzazione della farmacia.
Qualche anno fa, nella Regione Umbria, la Giunta Regionale aveva previsto incentivi economici per i negozianti di generi alimentari che non abbandonavano i centri storici dei piccoli paesi per trasferirsi in zone periferiche con nuovi insediamenti commerciali e abitativi. Questo con l’obiettivo di mantenere in vita i centri storici e garantire la presenza di servizi essenziali, soprattutto agli anziani.
 
Sicuramente la liberalizzazione delle farmacie produrrà un incremento notevole del numero. Il problema è dove si localizzeranno queste farmacie essendo le stesse anche esercizi commerciali! Le esperienze maturate in Europa dimostrano che la cosiddetta ”Pianta Organica” delle farmacie è una garanzia per i cittadini che vivono nei piccoli centri in quanto con la liberalizzazione difficilmente  un’attività commerciale si localizza in zone a bassa rendita.

Sulla questione del quorum (oggi una farmacia ogni 4/5000 ab.) certamente è possibile abbassarlo e favorire quindi i giovani con l’apertura di nuove farmacie ma prevedere, come la legge Monti stabilisce, tre livelli di esercizi: 1. la farmacia, 2. la parafarmacia strutturata, 3. la parafarmacia dei piccoli centri, sembra veramente assurdo!
 
E infine un’ultima considerazione sui possibili sviluppi di catene di parafarmacie strutturate ovvero di vere e proprie farmacie non convenzionate con il Ssn.
Il Governo Monti si è posto il problema di un possibile monopolio determinato dai grandi capitali che investono in strutture sparse a macchia di leopardo nei centri commerciali per vendere il farmaco bene di consumo e gravando esclusivamente sulle spalle dei cittadini?

Certo, come ho già detto, molti di noi usufruiranno di questo apparente vantaggio ma che il business passi dalle mani dei farmacisti indipendenti, dei professionisti del farmaco, alle mani delle banche o delle assicurazioni, è eticamente e politicamente corretto?
 
Oppure le catene di parafarmacie strutturate, gestite dal grande capitale, vengono considerate più idonee della rete delle farmacie pubbliche e private per far fronte ai bisogni sanitari dei cittadini?   Queste catene di sicuro possono garantire la concorrenza ed il mercato del farmaco bene di consumo ma il prezioso bene per la salute sarà adeguatamente gestito dal Sistema Salute?
 
In conclusione ritengo che lo Stato dovrebbe mantenere e valorizzare la farmacia italiana che viene considerata fra le migliori in Europa, rivedendo il quorum degli abitanti, le funzioni, la remunerazione e il ruolo del farmacista ed anche altro ma evitare la promozione di parafarmacie di serie A e di serie B.
Il farmaco così, come si diceva già nel ’76, sarà sempre più un bene per la salute  e sempre meno un bene di consumo.

Antonio Perelli
presidente Cermaf

 
Antonio Perelli

30 Dicembre 2011

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