Manovra 2016. Mangiacavalli (Ipasvi): “Infermieri non vogliono sorprese per il Ssn. Fronte comune di tutta la sanità contro i tagli”

Manovra 2016. Mangiacavalli (Ipasvi): “Infermieri non vogliono sorprese per il Ssn. Fronte comune di tutta la sanità contro i tagli”

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Ognuno faccia la propria parte e progettiamo insieme una nuova governance del servizio pubblico, ma la ricerca di efficienza,  efficacia e riduzione di sprechi non mascheri altri tagli. Gli operatori, il personale, i professionisti tutti, assieme alle loro associazioni, Ordini, Collegi e ai sindacati stessi, facciano davvero fronte comune per evitare che si arrivi al punto di non ritorno

A un passo dalla legge di stabilità 2016 alcune cose dovrebbero essere chiare per l’agenda del Governo Renzi. Ed è bene affrontarle subito, prima che si ripeta il peggio. Il Presidente del Consiglio, ricordando l’obiettivo dell’abbassamento delle tasse, ha dichiarato in questi giorni che non ci sarà nessun taglio alla sanità, aggiungendo tuttavia che “magari ci sarà qualche poltrona Asl in meno e qualche costo standard in più” che definisce “tagli agli sprechi, non alla sanità”.
 
Meno poltrone  vanno bene, sono anni che l’Ipasvi addita duplicazioni e sprechi in questo senso e non solo alla direzione delle Asl. Abolire Tasi e Imu sulla prima casa è sicuramente una boccata di ossigeno per i cittadini che attualmente sono ai vertici delle tassazioni a livello europeo, se non mondiale. Ma un cittadino senza Tasi e Imu e con problemi di salute e necessità di spendere di tasca propria per far fronte a questi bisogni inderogabili, non è un cittadino felice.
 
La strada delle razionalizzazioni e della riduzione di sprechi, anno dopo anno, è diventata l’autostrada dei tagli dell’economia nazionale: a ogni manovra, per ogni passo della spending review dettata da esigenze interne, ma anche dal rispetto dei parametri europei, ogni volta che si pronuncia la parola “risparmio”, un pezzetto di Sanità pubblica resta sul tavolo dei tagli, quasi sempre, per ora, lineari.
 
Ci sono Regioni che spendono meglio e altre che spendono peggio, è vero. Ci sono Regioni dove gli assistiti hanno più servizi e altre dove ci si deve accontentare davvero dell’essenziale.
 
Sono state individuate e indicate fonti di spreco (gare sbagliate, medicina difensiva, metodi di contabilizzazione a macchia di leopardo, illeciti e truffe, duplicazioni di servizi e pagamenti e così via), ma è stato scritto anche un nuovo Patto per la salute (che però non parte) e indicati nuovi Livelli essenziali di assistenza (anche questi ancora fermi) nell’ottica di prestazioni davvero (e finalmente dopo anni di chiacchiere) appropriate. E che dire delle bozze di valorizzazione e implementazione delle competenze specialistiche delle professioni sanitarie, ferme, e vorremmo capire perché, che potrebbero contribuire  a rendere il sistema più efficiente?
 
In questo scenario,  il personale, che dà vita ai servizi ed è in prima linea con gli assistiti, è stato, fino alla sentenza della Corte Costituzionale che ha stabilito la non liceità del blocco dei contratti (sono cinque anni ormai), il bancomat del Servizio sanitario: nessun aumento retributivo, blocco di qualsiasi sviluppo di carriera, aumento del lavoro straordinario per far fronte ai blocchi di turn over ormai cronici (con possibili conseguenze sul piano della sicurezza per i pazienti e quello della salute per gli operatori), dequalificazioni o avanzamenti ipocriti (perché possibili solo sulla carta e non nella realtà), con blocco della mobilità  per avvicinamento famigliare o suo sconsiderato uso per tamponare situazioni critiche.
 
Ora, nelle stanze dell’Economia si rischia che prendano corpo quelle velate ipotesi di possibili risparmi miliardari (la cifra si aggira sui 10 miliardi) ancora una volta “possibili” sul Servizio sanitario nazionale.  Ne  ha parlato, sia pure in sordina come sempre nei mesi estivi, il commissario per la spending review Yoram Gutgeld e il suo predecessore Carlo Cottarelli. Contrari a questa dissennata  ipotesi solo il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, alcuni governatori,  i sindacati e  associazioni di categoria.
 
Sappia il Governo Renzi e chi al suo interno dovrà prendere le decisioni e fare scelte che, il Servizio sanitario nazionale universalistico e di altissima qualità come il mondo ci riconosce, è davanti a un vero e proprio baratro oltre il quale universalismo, equità e qualità resteranno per chi avrà voglia di pronunciarle, solo parole vuote e destinate a cadere nel nulla.
 
E’ ora di dire davvero basta. Ognuno faccia la sua “vera parte”. Sindacati e associazioni sinergicamente lavorino su piattaforme contrattuali che possano finalmente riconoscere le competenze e non solo il “disagio”, evitando di proporre soluzioni “facili” che rischiano di far guardare il dito e non la luna (un articolo del codice deontologico non è certo l’origine di tutti i mali e la divisa unica non fa superare le “questioni” professionali del momento). Politici e Governo abbandonino l’idea di pensare ad altri tagli mascherati sotto la veste di ipotetici risparmi e mettano in campo risorse e strumenti veri di controllo in modo tale che  tutto ciò che già c’è sulla carta e nelle leggi si realizzi davvero. Le Regioni non alimentino sterili contradditori l’una con l’altra nella convinzione che la causa dei deficit è sempre del vicino; anzi, proprio le Regioni virtuose (e ricche) diventino promotrici di sostegni strutturali e programmatori per quelle più svantaggiate, favorendo anche in queste ultime la possibilità di volgere lo sguardo verso il futuro. Se dovessero non averne gli strumenti adatti tra quelli forniti dal Governo, li disegnino e li mettano in campo con accordi interregionali, come hanno fatto in mille altre occasioni, sicuramente di maggior comodo, ma di minor rilevanza.
 
E gli operatori, il personale, i professionisti tutti, assieme alle loro associazioni, Ordini, Collegi e ai sindacati stessi, facciano davvero fronte comune per evitare che si arrivi al punto di non ritorno. L’autunno non deve essere “caldo” come molti minacciano, ipotizzano o paventano, ma “razionale” e “intelligente”, come – a quanto pare visti i non-risultati – finora non è stato!
 
Noi siamo pronti a fare la nostra parte ai tavoli della concertazione per disegnare un nuovo modello di Servizio sanitario nazionale non più all’ombra dei tagli, ma un servizio razionale e di qualità in grado di erogare servizi appropriati.
 
Vorremmo che tutti facessero altrettanto, progettando insieme  e avviando realmente   una nuova governance del Ssn secondo le esigenze emergenti dei pazienti e lo sviluppo professionale degli operatori che, finalmente, possa trovare il suo naturale riferimento in un contratto valido e leale sia dal punto di vista normativo che economico. Riorganizzare mezzi, persone e funzioni per razionalizzare la filiera – lo ribadiamo – è l’unica strada per garantire ai cittadini e al sistema un reale recupero di efficienza senza ridimensionare i servizi: meno spesa inutile, meno procedure e più investimento nella presa in carico dei pazienti. Il Governo, le Regioni e anche tutte le professioni devono capirlo: non è più un invito, ma una questione di “vita o di  morte” del Ssn.
 
Barbara Mangiacavalli
Presidente nazionale Federazione Ipasvi            
Articolo pubblicato su ipasvi.it

Barbara Mangiacavalli

03 Settembre 2015

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