Riforma Ssn. Cgil attacca: “Rischio indebolimento sanità pubblica a favore della privatizzazione e a scapito delle Regioni”

Riforma Ssn. Cgil attacca: “Rischio indebolimento sanità pubblica a favore della privatizzazione e a scapito delle Regioni”

Riforma Ssn. Cgil attacca: “Rischio indebolimento sanità pubblica a favore della privatizzazione e a scapito delle Regioni”

Secondo il sindacato, il provvedimento accentra al Ministero le eccellenze e i grandi flussi finanziari, mentre il territorio viene svuotato di risorse, con l’inaccettabile equiparazione tra pubblico e privato e l’introduzione di "ospedali elettivi" che favorirebbero le case di cura a scapito del sistema pubblico.

Un progetto di riforma che, dietro obiettivi dichiarati di efficienza e modernizzazione, nasconderebbe in realtà una profonda trasformazione del Servizio sanitario nazionale verso un modello “duale e frammentato”, con il rischio di alterare i pilastri fondanti dell’universalità, della globalità e dell’equità delle cure.

È il giudizio che la Cgil, attraverso una nota di commento elaborata congiuntamente da nazionale e Funzione Pubblica, ha espresso sul disegno di legge delega per la riorganizzazione del Ssn, approvato in Consiglio dei ministri lo scorso 12 gennaio e trasmesso al Senato il 3 marzo.

Il provvedimento, collegato al Documento programmatico di finanza pubblica 2025, non ha efficacia immediata, è “privo di risorse” e appare “troppo vago in molte sue parti”, ma autorizza il governo a emanare entro il 31 dicembre i decreti legislativi necessari a riformare il modello organizzativo del sistema istituito nel 1978. Per il sindacato, il rischio intrinseco delle leggi delega è che il Parlamento conferisca un “mandato troppo generico”, lasciando all’esecutivo – e in particolare al Ministero della Salute, al Mef e al ministero dell’Università – la facoltà di definire dettagli dal “valore politico immenso”, come lo scorporo degli ospedali d’eccellenza o le modalità di finanziamento alla sanità privata.

Il nodo centrale della critica riguarda l’assetto di governance. Secondo la Cgil, il Ministero della Salute accentrerebbe la gestione delle alte specializzazioni, dell’innovazione tecnologica e dei grandi flussi finanziari – “tutto ciò che oggi già funziona” – delegando alle Regioni un territorio “gravato dalle cronicità ma svuotato delle risorse necessarie”. Una deriva che, attraverso la creazione dei cosiddetti “Ospedali di Terzo Livello”, equiparerebbe formalmente le Fondazioni, le strutture ecclesiastiche e no-profit alle eccellenze pubbliche e universitarie, garantendo loro l’accesso a canali di finanziamento diretti e sottraendoli ai vincoli della programmazione regionale. Un’operazione definita “inaccettabile e pericolosa”, che risponde a “storiche pressioni del mondo accademico e della sanità cattolica”.

Ancora più preoccupante, secondo il sindacato, è l’introduzione degli “ospedali elettivi”: strutture per acuti prive di Pronto Soccorso, dedicate ad attività programmate. La Cgil teme che questa figura possa tradursi in un’operazione di “destrutturazione del sistema per acuti” a vantaggio esclusivo della sanità privata. I numeri parlano chiaro: secondo l’Annuario statistico del Ministero della Salute, delle 485 strutture ospedaliere private accreditate solo il 2,7% ha un Dipartimento di emergenza e accettazione (Dea) e appena il 4,9% un Pronto Soccorso. Il rischio concreto, avverte la Cgil, è che le case di cura private diventino in gran parte “ospedali elettivi”, ridisegnando il sistema per acuti attualmente previsto dal DM 70/2015, mentre al pubblico resterebbe l’imprevedibilità delle urgenze.

A completare il quadro, la clausola di invarianza finanziaria (articolo 3) rende “tecnicamente impossibile potenziare il territorio o definire nuovi standard di personale senza risorse aggiuntive”. Ogni potenziamento delle eccellenze, denuncia il sindacato, verrebbe così compensato da tagli che le Regioni sarebbero costrette a tradurre in un “ridimensionamento dei servizi territoriali”.

Particolarmente aspra la critica alla formulazione generica di molti principi direttivi. Sulla non autosufficienza, la Cgil ricorda che la legge 33/2023 contiene già indicazioni puntuali, “una delega ancora non attuata”. Sulla salute mentale, a poche settimane dall’approvazione del Piano di Azioni Nazionali, il rischio è di “mettere in discussione le norme e i principi che nel nostro paese governano l’approccio” al settore. Quanto alla medicina generale, il sindacato avrebbe apprezzato precise indicazioni per consentire ai medici di famiglia e ai pediatri di libera scelta di optare per il passaggio al ruolo della dirigenza medica.

L’impianto della delega, conclude la Cgil, appare “più come una restaurazione pre-1978”, mirata a soddisfare interessi di settore piuttosto che a garantire la forza del servizio sanitario pubblico nel rispetto dell’universalità, globalità ed equità della salute. Un disegno che lascia enormi spazi nei decreti attuativi “a storici, e nuovi, appetiti” per un modello più vicino alle vecchie mutue che alla concreta attuazione dei principi della legge 833/1978 e dell’articolo 32 della Costituzione.

23 Marzo 2026

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