Trapianti e cure di fine della vita. Siaarti: “Quello che è giusto sapere per non perdere fiducia”

Trapianti e cure di fine della vita. Siaarti: “Quello che è giusto sapere per non perdere fiducia”

Trapianti e cure di fine della vita. Siaarti: “Quello che è giusto sapere per non perdere fiducia”

Dopo la morte del bimbo a cui era stato trapiantato un cuore danneggiato, la Società scientifica degli anestesisti-rianimatori interviene su alcune “imprecisioni” che rischiano di minare la fiducia nella donazione degli organi. E sottolinea: “Sospendere un supporto vitale non significa ‘abbandonare’”.

“È nostro dovere fare ogni sforzo perché non si spezzi la catena di fiducia e solidarietà alla base del SSN e della straordinaria impresa clinica e sociale costituita dai trapianti. Ne va della vita di tante persone malate in attesa di un organo, e della salute di ogni cittadino”. A dichiararlo è Elena Bignami, Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva (Siaarti), che, insieme al Comitato etico, ha deciso di intervenire sulla vicenda del bimbo di 2 anni e mezzo deceduto il 21 febbraio 2026 all’ospedale Monaldi di Napoli, dopo un trapianto di cuore avvenuto a fine dicembre. Secondo quanto emerso finora, l’organo presentava un grave deterioramento, verosimilmente avvenuto durante il trasporto.

La Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva (Siaarti) e il suo Comitato etico esprimono vicinanza alla famiglia di Domenico e riconoscimento per i professionisti sanitari che lo hanno assistito in questi anni, evidenziando poi come negli scorsi giorni questa vicenda abbia generato un dibattito pubblico “spesso confuso, con termini usati in modo impreciso o errato”. Da qui da decisione di intervenire per fare chiarezza, perché “alcune di queste imprecisioni rischiano conseguenze concrete – in primo luogo sulla fiducia nella donazione degli organi, che ogni giorno salva vite”.

In primo luogo, Siaarti interviene sull’ECMO, “una sigla tecnica che vale la pena spiegare. L’ECMO è una macchina che svolge temporaneamente le funzioni del cuore e dei polmoni quando questi organi sono così compromessi da non riuscire a lavorare da soli. Non è una cura in senso stretto: è un ‘ponte’, un sostegno temporaneo che dà al corpo il tempo di riprendersi, o di attendere un trapianto. Come ogni trattamento medico, anche l’ECMO ha un limite preciso: va usato finché il suo impiego risulta ‘proporzionato’. Questo – spiega la Società scientifica – è un punto molto delicato: ogni mezzo di diagnosi e di cura deve rispondere al ‘principio di proporzionalità’, che considera sia l’appropriatezza clinica del mezzo sia sua gravosità per la persona malata. Pertanto, tanto sul piano clinico quanto su quello etico, è doveroso non utilizzare mezzi di diagnosi o di cura che siano giudicati non proporzionati, e sospenderli nel momento in cui lo diventano”.

“Quando dunque un trattamento come l’ECMO non può più portare a nessun miglioramento – spiega la Siaarti -, continuare a usarlo non aiuta il paziente – anzi, può prolungarne la sofferenza. In questi casi, la medicina e la legge italiana (Legge 219/2017) sono chiare: è giusto, ed è doveroso, sospenderlo”. “E un punto è fondamentale: la morte, in questi casi, non è causata dalla sospensione della macchina”, chiarisce Bignami. “È causata dalla malattia. La macchina non stava guarendo il bambino: stava tenendo in vita le sue funzioni vitali in attesa di una guarigione che, purtroppo, non era più possibile”.

“Ma attenzione: sospendere un trattamento di supporto vitale non significa abbandonare una persona. Significa ridefinire l’obiettivo delle cure: garantire che la persona non soffra e venga assistita con rispetto e dignità”, aggiunge Alberto Giannini, responsabile del Comitato etico Siaarti. “Non si tratta di ‘sospendere le cure’. Si tratta – come diciamo tecnicamente — di rimodulare i trattamenti: le cure continuano, cambiano forma. Vengono rimodulati gli obiettivi in chiave palliativa, per rimuovere o limitare ogni causa di dolore e sofferenza”.

A questo proposito, Siaarti sottolinea che esiste un altro equivoco molto diffuso: l’idea che le cure palliative siano qualcosa che arriva dopo, quando non c’è più niente da fare, come alternativa alle cure “vere”. “Non funziona così – spiega la Società Scientifica -. Le cure palliative non si oppongono alle cure intensive: le accompagnano e le integrano. Il loro obiettivo è garantire, in ogni momento della malattia, che la persona non soffra – né fisicamente né psicologicamente. Possono e devono essere presenti anche in Terapia Intensiva, anche quando si sta ancora lottando per la sopravvivenza”.

“Serve un cambiamento culturale che porti a integrarle in tutte le attività di assistenza, nel modo più tempestivo e precoce possibile”, dichiara Bignami. Integrare le cure palliative in tutti i percorsi assistenziali – in ospedale, negli hospice, a domicilio – è una sfida culturale oltre che organizzativa. È una sfida che la medicina italiana deve raccogliere con urgenza.

Siaarti ritiene che i possibili errori debbano essere opportunamente individuati e comunicati con trasparenza, insieme alle misure per evitarli in futuro. “Tuttavia – aggiunge la Società Scientifica – è necessario ribadire che solo un Servizio sanitario pubblico è in grado di garantire per anni cure così complesse a un bambino gravemente malato, offrendo il meglio della medicina disponibile a prescindere dalle condizioni economiche della famiglia. Il SSN e la Rete nazionale trapianti sono costruiti sulla fiscalità generale e sulla solidarietà collettiva: è importante non perdere di vista questo, anche nelle fasi di legittima critica”.

“I trapianti dipendono da una catena di fiducia e solidarietà: chi dona, le famiglie che esprimono il consenso, i professionisti che rendono possibile ogni trapianto”, conclude Bignami. “Se questa fiducia si erode, le prime a pagarne le conseguenze sono le persone in lista d’attesa per un organo”.

27 Febbraio 2026

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