A proposito di ambiguità terminologiche

A proposito di ambiguità terminologiche

A proposito di ambiguità terminologiche

Gentile Direttore, ho letto con attenzione il contributo pubblicato in merito a presunte “ambiguità terminologiche” nella distinzione tra diagnosi, prescrizione e atti tipici delle professioni sanitarie...

Gentile Direttore,
ho letto con attenzione il contributo pubblicato in merito a presunte “ambiguità terminologiche” nella distinzione tra diagnosi, prescrizione e atti tipici delle professioni sanitarie. Pur riconoscendo la necessità di chiarezza semantica e normativa — esigenza ribadita anche da FNOMCeO nel sottolineare il carattere medico della diagnosi clinica e della prescrizione farmacologica — ritengo altrettanto importante ricordare che il dibattito non può eludere un punto cruciale: l’autonomia professionale infermieristica, così come definita dalle norme, dalla letteratura scientifica e dai modelli internazionali.

Da oltre vent’anni, infatti, l’ordinamento italiano riconosce la piena responsabilità dell’infermiere nel processo di assistenza, e dunque nella formulazione di diagnosi infermieristiche, intese correttamente come giudizi clinici orientati ai bisogni di salute della persona, distinti e mai sovrapponibili alla diagnosi medica.

La diagnosi infermieristica, come definita nelle tassonomie NANDA e nella letteratura professionale, consiste nell’identificazione dei problemi, delle risorse e delle risposte umane che richiedono un intervento infermieristico specifico, integrato ma autonomo rispetto all’attività medica.

Confondere questi piani non solo è un errore concettuale, ma — paradossalmente — proprio ciò che genera il rischio organizzativo che l’articolo intendeva denunciare.

Infatti:
• parlare genericamente di “diagnosi” senza distinguere diagnosi medica e diagnosi infermieristica produce zone grigie, alimenta conflitti evitabili e rallenta i processi clinico assistenziali;
• ignorare l’autonomia infermieristica comporta il rischio di delegittimare competenze specifiche, con un impatto negativo sulla continuità assistenziale, sulla sicurezza del paziente e sull’efficienza dei servizi;
• ridurre la complessità dei percorsi di cura a un modello esclusivamente centrato sulla figura medica non rispecchia le esigenze moderne dei sistemi sanitari, né le evidenze internazionali sul valore delle competenze avanzate.

Al contrario, quando i ruoli sono distinti ma realmente complementari, i percorsi diventano più fluidi, più sicuri e più efficaci. La stessa FNOMCeO, pur ribadendo l’esclusività della diagnosi medica, afferma espressamente di “rispettare le autonomie e le competenze delle altre professioni sanitarie, prime fra tutte quella infermieristica”.

E tale rispetto non può che passare dalla piena valorizzazione delle funzioni proprie dell’infermiere, la cui competenza nell’osservazione clinica, nella valutazione dei bisogni e nella gestione degli interventi assistenziali è riconosciuta come decisiva in molte aree della cura.

Per questo, la vera chiarezza terminologica non risiede nello sminuire il ruolo dell’una o dell’altra professione, ma nel riconoscere che:
• la diagnosi medica riguarda la malattia;
• la diagnosi infermieristica riguarda la persona e le sue risposte ai problemi di salute;
entrambe sono indispensabili, entrambe autonome, e solo insieme costruiscono un percorso sicuro ed efficace.

Sarebbe allora auspicabile che, nel dibattito pubblico, si abbandonasse la logica della contrapposizione per abbracciare una cultura professionale moderna, fondata sulla differenziazione delle competenze e sulla collaborazione interprofessionale.

È questo — non la subordinazione o la semplificazione terminologica — il modo più efficace per tutelare i pazienti e rafforzare l’intero sistema sanitario.

Cordiali saluti,

Dott. Francesco Tarantini
Infermiere area critica

25 Febbraio 2026

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