Africa-Italia: quando la Telemedicina annulla le distanze

Africa-Italia: quando la Telemedicina annulla le distanze

Africa-Italia: quando la Telemedicina annulla le distanze

Gentile direttore,
scrivo queste riflessioni da Cotonou città del Benin che si affaccia sull’Oceano Atlantico, nel golfo della Guinea. Anche qui la GHT, Global Health Telemedicine, onlus italiana spin-off del programma DREAM di Sant’Egidio, ha appena aperto il suo 48° centro di telemedicina che metterà in comunicazione un nuovo centro sanitario africano con una rete di oltre 200 specialisti italiani afferenti a ben 39 discipline mediche che ogni giorno volontariamente rispondono a decine di richieste che provengono dai luoghi più remoti dell’Africa: second (o talvolta first) opinion, con suggerimenti diagnostici e/o terapeutici e una sorta di formazione continua ai sanitari locali.

Pur essendo uno dei fondatori della Global Health Telemedicine devo ammettere che l’idea, di creare una rete sanitaria che unisse il Nord al Sud del mondo, non fu mia. Quasi 20 anni fa, durante il governo Berlusconi II, il Ministero della Salute e il Ministero degli Esteri diedero vita ad un progetto teso a realizzare una sorta di Cooperazione Internazionale nel campo della sanità. Era l’“Alleanza degli Ospedali Italiani nel Mondo” e, anche se era rivolto principalmente alle nostre strutture sanitarie che operavano in diversi parti del globo, rappresentava un’importante apertura per esportare tecnologie, formazione, eccellenza in campo sanitario. Tra gli scopi dell’associazione c’era quello di rafforzare legami solidaristici con i paesi in via di sviluppo.

Quel progetto, sicuramente ambizioso e dagli alti contenuti etici, incontrò però non poche difficoltà tecniche ed organizzative e dopo pochi anni, nonostante l’ingente sforzo economico, dopo aver effettuato poche decine di teleconsulti fu abbandonato.

Oggi, quello che oggi sta facendo la GHT, è qualcosa che, con scarsi mezzi economici e con una rete di professionisti volontari, ricalca quel progetto del governo italiano.

Certo, in questi 20 anni lo sviluppo della tecnologia e della connettività ha fatto passi da gigante, la tecnologia satellitare di allora, lenta, instabile e dispendiosa è stata sostituita dal 4G e 5G; il wi-fi, il cloud e le soluzioni web-based software hanno rivoluzionato il mondo. Oggi la digitalizzazione anche nel campo della sanità ha avuto un’accelerazione impensabile, e si moltiplicano oggi nuovi scenari più facilmente percorribili.

Non entro in tecnicismi di funzionamento, ricordo solo che oggi attraverso il teleconsulto si refertano di routine Immagini radiologiche, elettrocardiogrammi, elettroencefalogrammi, solo per fare alcuni esempi. Sempre più spesso l’industria di Medical Device ci propone di utilizzare le loro soluzioni per aprirsi un nuovo mercato in Africa e in altri luoghi del pianeta. Un’industria di protesi cocleari Danese ci ha chiesto di integrare la specialità dell’Audiologia in Malawi e Kenia per aprire il proprio business all’Africa.

Il Covid ce l’ha insegnato: non ci si salva da soli, e anche attraverso lo sviluppo della sanità si può sostenere di più la crescita di tanti paesi che oggi, se fossero sostenuti anche con progetti di vicinanza, formazione, cooperazione sanitaria, potrebbero dirigersi verso uno sviluppo più rapido.

Alla luce di questa esperienza, con questo fermento tecnologico, guardando ad un mondo sempre più interconnesso e globalizzato mi chiedo: non è forse giunto il momento di ripensare un modello di cooperazione e vicinanza all’Africa più strutturato? Un qualcosa che possa, con modalità diverse, far crescere e arricchire sia l’Europa che l’Africa?

In Italia abbiamo una tradizione radicata di realtà di Cooperazione Sanitaria come il Cuamm, Emergency, Sant’Egidio, solo per citarne alcune, che già compiono un lavoro eccezionale in questo senso.

E’ ormai universalmente accettato che lo sviluppo e il progresso di un paese dipendono anche da quanto si investe sulla sanità. Curare ha sicuramente un costo ma non curare, nel medio e lungo periodo, ha sicuramente un costo molto maggiore. Autorevoli studi ci hanno dimostrato che curare l’HIV, solo per fare un esempio, innalza il PIL di un paese e sostiene il suo sviluppo.

Anche il governo italiano e la società civile, a partire dalla spinta migratoria, si interrogano e riflettono su come si possano realizzare nuovi modelli di cooperazione bidirezionale con tanti paesi emergenti.

Mi domando: non sono forse maturi i tempi per realizzare un ambizioso o programma di Cooperazione Sanitaria, che produca salute, sviluppo, e possa diventare anche un volano per il commercio di dispositivi medici, software, di cui l’Italia è leader?

In Italia abbiamo tutte le carte e il know-how necessario per realizzare un nuovo Programma di Cooperazione e Sviluppo magari con il coinvolgimento attivo del Ministero della Salute, degli Affari Esteri, dello Sviluppo Economico, includendo la partecipazione attiva di Università ed eccellenze sanitarie Italiane del mondo pubblico e privato. Le potenzialità della telemedicina oggi ci permettono progetti assolutamente impensabili fino a pochi anni fa.

Insomma, davanti un mondo che costruisce sempre più muri, c’è bisogno di realizzare un programma di sostegno interministeriale che costruisca ponti anche utilizzando le nuove tecnologie di cui l’Italia è leader.

Un progetto che può restituire all’Italia, anche nel campo sanitario, un ruolo di leader per non giocare più in difesa ma per costruire nuovi modelli di Cooperazione che producano sviluppo anche in Italia.

La storia ce lo insegna. I popoli in ascesa – pensiamo solo all’impero romano – costruiscono strade, i popoli in declino costruiscono muri. Non è giunto forse il momento di rimetterci a costruire strade e ponti?

E’ un utopia? Sì, un po’ forse lo è.

Nel 99, Yaguine e Fodè, due ragazzini della Guinea Conacry, morirono nel vano carrello di un volo della Brussels Airlines, nel tentativo di raggiungere l’Europa. La loro storia, amplificata poi da Film, libri, canzoni, dibattiti è quasi una richiesta che forse oggi deve essere riascoltata ed accolta. Con loro avevano una lettera indirizzata alle “loro eccellenze, i signori membri e responsabili d’Europa” in cui chiedevano istruzione, sviluppo, sanità. Concludevano così la loro lettera: “vi chiediamo di fare una grande organizzazione utile per l’Africa perché progredisca”.

Forse è questo il tempo per dar seguito a questa loro richiesta?

Michelangelo Bartolo
Telemedicina territoriale ed ospedaliera della Regione Lazio

Michelangelo Bartolo

26 Aprile 2023

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