Le aggressioni al personale sanitario e la rivisitazione delle relazioni con l’utenza

Le aggressioni al personale sanitario e la rivisitazione delle relazioni con l’utenza

Le aggressioni al personale sanitario e la rivisitazione delle relazioni con l’utenza

Gentile direttore,
Barbara Capovani, psichiatra uccisa da un paziente il 16 ottobre 2024 a Pisa. Paola Labriola, psichiatra, assassinata il 4 settembre 2013 a Bari, sempre da un paziente. Sono i casi più clamorosi negli ultimi anni in Italia culminati in un omicidio. Ma il tema alle aggressioni ai sanitari è in preoccupante incremento. E i tre quarti delle aggressioni riguardano le donne. Ovviamente le aggressioni più frequenti si verificano nei reparti di emergenza-urgenza. Nel 2023 i dati ci dicono che il 49% del personale subisce violenze di vario tipo, il 74% minacce.

Affrontare questo problema enfatizzando la dicotomia tra buoni e cattivi non serve alla causa e non riduce l’aggressività insita nella società nel suo complesso. Invocare nei pronto soccorso la presenza stabile di un numero congruo di agenti di polizia o di guardie giurate è un deterrente solo teorico ma sicuramente poco perseguibile. Primo perché il numero di poliziotti da utilizzare inciderebbe sui loro organici già carenti, secondo perché le guardie giurate hanno il solo compito per legge di proteggere i beni e le proprietà.

D’altronde pensare di tramutare i servizi di emergenza-urgenza in bunker oltre a non essere praticabile perché ciò comporterebbe una spesa non sostenibile di ristrutturazione di moltissimi ospedali, negheremmo la fruizione democratica di spazi sanitari pubblici. I direttori generali delle Asl e degli Enti ospedalieri dovrebbero affrontare una volta per tutte il problema e farlo in modo concertato, coinvolgendo le Regioni al fine di applicare linee guida uniformi nei PP.SS., Rianimazione, Unità Coronariche, SPDC, CSM e SERD, quei servizi cioè a rischio di intemperanza da parte dei fruitori a vari livelli. I primi tre per la gravità dei ricoverati e il rischio di decesso con reazioni imprevedibili da parte di congiunti e amici. I restanti a causa delle personalità della specifica utenza che facilmente possono debordare in passaggi all’atto per le caratteristiche delle patologie trattate.

Si tratta di comprendere oltre la routine operativa che, screzi psichici a parte ed effetto di sostanze psicoattive sempre più utilizzate, lo stato d’animo di chi attende è particolare e va una volta per tutte meglio prevenuto e gestito.

Nei Pronto Soccorso anglosassoni un gruppo di ricerca ha individuato alcuni fattori in grado di incidere sullo stato d’animo di chi è in attesa. Essi riguardano:
• I tempi lunghi in attesa di notizie
• Affollamento delle sale d’attesa
• Spazi non ospitali e confortevoli
• Lo stato emotivo di chi attende
• Il suo stress e il dolore provato
• La percezione di poca sicurezza
• Risposte generiche ed imprecise
• Stanchezza del personale sanitario

Molti di questi fattori da noi e specie in talune latitudini sono addirittura endemici se si pensa alla vetustà di molti presidi ospedalieri senza un’innovazione dell’ambiente nosocomiale declinabile in fattori spaziali, organizzativi e percettivi. A ciò aggiungasi la sfiducia preconcetta della sanità italiana, che resta una delle migliori del mondo ma che così non è percepita. Su ciò occorrerebbe uno studio di settore con dei focus nella rivisitazione del triage e degli operatori che lo gestiscono. Migliorare la capacità comunicativa, il tono della voce, il contatto oculare, la chiarezza delle informazioni e la disponibilità empatica all’altro. Tutto ciò pur considerando la carenza cronica di personale e la conseguente stanchezza psicofisica di chi vi opera.

Ma l’obiettivo resta irrinunciabile e i sindacati dovrebbero far quadrato sull’esigenza di addestrare gli operatori sanitari, specie quelli addetti al front office con l’utenza a maggiori competenze linguistiche e relazionali. Sappiamo che la frustrazione genera rabbia e non basta come tentato in alcune esperienze mettere uno psicologo a dialogare con i parenti in trepida attesa. Un bersaglio sacrificale quando non sarà in grado di fronteggiare le richieste incalzanti sullo stato di salute del congiunto.

Mettere mano al problema vuol dire avere il coraggio di valorizzare chi fa questo lavoro con passione, abnegazione e capacità senza tramutarlo in un eroe caduto in battaglia poi da celebrare. E ad un tempo operare su chi è in burnout e non è in grado di rappresentare convenientemente il mondo della sanità con il cittadino, sia esso paziente che congiunto. Chi lavora meglio ha più voglia di lavorare.

Roberto Cafiso
Tavolo Tecnico Salute Mentale
Ministero della Salute

Roberto Cafiso

29 Maggio 2025

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