Bisogni di salute ed emancipazione delle professioni non sono la stessa cosa

Bisogni di salute ed emancipazione delle professioni non sono la stessa cosa

Bisogni di salute ed emancipazione delle professioni non sono la stessa cosa

Gentile Direttore,
a leggere l’articolo sul «percorso collaborativo tra FNOFI e FNOPI» vengono riportati alla memoria vari altri similari progetti, sia di maggiore che di minore portata, sia istituzionali che di libera associazione, che di fatto hanno avuto sempre analoghi obiettivi di «dialogo comune», di «produzione di obiettivi concreti e documenti di riferimento interprofessionale» ed altri affini intenti, la cui ininterrotta attualità è probabilmente forte indizio di problematicità mai risolte, che però puntualmente diventano improbabili motivi da ripresentare all’infinito.

Non avendo alcunché contro tali meeting congiunti e tali percorsi collaborativi, a meno che si voglia esercitare un “apartheid” verso qualche altro ordine che frattanto è rimasto orfano proprio di alcuni illustri fuoriusciti … , non si può però non far notare che andrebbero isolati temi ben differenti, perché se «il miglioramento continuo delle risposte ai bisogni di cura e assistenza dei cittadini» e la «riorganizzazione delle cure territoriali» sono ambiti relativi ad una pur citata «governance», oggetto di costante evoluzione ed aggiornamento, i temi riguardanti la «piena autonomia» e «l’esercizio libero professionale» dovrebbero trovare una trattazione separata, soprattutto se l’intento è davvero quello di condividere i risultati «con le istituzioni e con gli altri ambiti disciplinari della sanità» e se il presupposto di «offrire risposte concrete ad una fetta consistente dei bisogni di salute in moltissimi dei contesti sanitari e di vita delle persone» è presupposto di “alleanza” di tutte le professioni sanitarie non mediche e non soltanto di due o di alcune.

In realtà più recentemente il tema della emancipazione delle professioni non mediche non ha più trovato una trattazione seria ed esaustiva, malgrado le occasioni non siano mancate: dalla sperequazione degli stipendi (tra i c.d. “gettonisti” ormai si favoleggiano differenze fino ad otto volte in favore dei medici, ben superando le tre volte delle normali retribuzioni) alla mera burla dell’attuale governo sul c.d. “allentamento dei vincoli di esclusività”, sono stati proprio gli ordini delle professioni a dare puntuale forfait e non assumere mai una – in verità pur sperata – posizione forte e determinata, che andasse proprio a valorizzare gli ottimi temi ancora oggi presentati, che però rischiano di diventare soltanto una sorta di carosello sempre valido … per continuare soltanto a vivacchiare.

Ancor prima di riproporsi obiettivi forse tanto altisonanti quanto troppo ambiziosi, quale quello di «gettare le basi di un rinnovato SSN», bisogna gettare le basi comuni di una professionalità, di quel «bagaglio enorme di competenze», che attende ancora, malgrado innumerevoli somministrazioni di inefficaci “pastiglie amare” di tipo sia contrattuale che normativo, peraltro in un ormai collaudato “palleggio” di responsabilità tra sindacati ed ordini, di essere opportunamente valorizzato e davvero emancipato rispetto alla tutt’ora soverchiante importanza conferita alle professioni mediche.

Il «primo elenco di questioni prioritarie» in realtà è stato già identificato da tempo e più volte anche qui stigmatizzato:

1: Indicizzazione ed adeguamento (anche su base Europea) degli stipendi;

2: Superamento dei vincoli di esclusività e per la libera professione;

3: Valorizzazione “differenziale” del personale laureato e con altri titoli di studio;

4: Serio riordino delle docenze universitarie e delle carriere sanitarie.

Ma forse, soprattutto in ambito di quel SSN che si intende salvare e rinnovare, bisogna eradicare il cancro del clientelismo e di quella “discrezionalità” nelle procedure concorsuali tanto cara a qualcuno, che trasformano il sistema della selezione eccellente in una mercatistica ove ciò che conta non è certamente il merito.

Ormai è già troppo tardi per perdere ancora tempo: Se gli ordini delle professioni sanitarie non mediche vogliono seriamente fare qualcosa di davvero utile per i loro iscritti, possono e devono alfine iniziare un dialogo autenticamente trasversale alle 22 professioni non mediche ed iniziare a parlare di una nuova rivoluzione normativa pari a quella della Legge 26 febbraio 1999, n. 42, separatamente dai temi più squisitamente professionalizzanti, che certamente saranno oggetto di costante ed infinita evoluzione, che la si voglia separata o di diverse, varie “sinergie” sul campo.

Dott. Calogero Spada
TSRM – Dottore Magistrale

Calogero Spada

21 Settembre 2023

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