Coronavirus. Nessun dato va “nascosto”

Coronavirus. Nessun dato va “nascosto”

Coronavirus. Nessun dato va “nascosto”

Gentile Direttore,
scrivo dopo aver letto su Quotidiano Sanità del 28 febbraio 2020 la seguente notizia relativa all’annuncio del Direttore dello Spallanzani, il Dr. Ippolito, e di cui riporto in virgolettato gli elementi salienti: “Comunicheremo solo i casi di pazienti morti o in rianimazione… tutti gli altri positivi andranno in una lista separata… sarà estremamente importante per la definizione epidemiologica…”.
 
Chiedo: ma perché una lista separata per dei dati che (lo si desume implicitamente), secondo il governo, non sarebbero importanti per la definizione epidemiologica?
Pensiamo alla levata di scudi nostrana se lo avessero fatto i cinesi (“brutti e comunisti”) quando in Italia casi non ce n'erano e quelli che c’erano erano solo di due “untori” proprio cinesi!


 


Andiamo al dunque. Il problema cardine che irrompe è quello delle politiche sanitarie: comunque frammentate, ove in questo paese il SSN è stato incautamente regionalizzato da decenni. Perciò, oltre alle note diverse velocità, ci sono 20 teste che la pensano differentemente, poco riescono a comunicare tra di loro e ancor meno riescono a concordare e condividere una soluzione univoca scientificamente convincente e praticamente adottabile.


Il raffronto con i risultati che stanno ottenendo i cinesi è impietoso. Per non parlare di Singapore o della “emergente” vicina Germania la quale, pur con il limite dei pochi dati disponibili, sembra confermare di possedere un SSN di diversa consistenza e solidità rispetto al nostro.
 
L'Italia. Con poco più di 5.000 posti letto di terapia intensiva in tutto il paese e con 3 posti letto ogni 1.000 abitanti dopo i clamorosi tagli degli ultimi anni (in Europa la media è di 5 posti letto ogni 1.000: quasi il doppio quindi), ove si sappia che oltre il 5% degli infettati necessitano e necessiteranno di una gestione avanzata, quindi intensiva, ad arrivare a 5.000 basterebbero 100.000 casi. Si consideri poi che nei reparti di terapia intensiva i posti letto sono quasi sempre tutti occupati, e da malati con innumerevoli differenti problematiche, non ultimi i politraumi, quindi si può azzardare di prevedere che, se va bene, solo il 10-20% di quei posti possono e potranno essere dedicati alla specifica emergenza Coronavirus: pena mandare a casa o lasciare per strada tutti gli altri.
 
Allora quale sarà in questo scenario la reale capacità massima tollerabile dal nostro SSN affinché non vada in tilt, affinché non imploda? Non sarà più di 100.000 casi ma, realisticamente, in una forbice tra il 10-20% di questa stima: presumibilmente non più di 10-20.000. Anche istituendo nuovi letti di terapia intensiva. A oggi, col rapido approssimarsi alla boa dei 1.000 casi nel giro di una sola settimana, siamo praticamente già intorno al 5, forse 10% di quel limite. Mettiamola così: il serbatoio è al 90-95% ma la strada da fare potrebbe essere ancora molto lunga. E in salita. Quindi il rischio che il carburante termini prima di arrivare al traguardo è reale. E allora non si può risolvere un rischio reale cancellando con l’immaginazione e col desiderio i numeri che non garbano. Bisogna guardare agli esempi di chi questa crisi mostra di gestirla in modo efficace e efficiente. Verrebbe da suggerire la Cina ma forse si può iniziare a guardare più vicino: alla Germania.
 
Invece gli strateghi della nostra sanità stanno pensando – addirittura per amor di “trasparenza” e per dare incisività alla “definizione epidemiologica” – di nascondere la polvere lasciata dai casi positivi non clinicamente rilevanti (secondo loro) sotto il tappeto di bollettini evocativi di un passato oscuro e mai troppo lontano.
 
Questo sì che fa davvero paura. E non lamentiamoci se poi quando ti presenti all'estero con passaporto italiano ti rispediscono a casa tua!
L’Italia sarà pure un grande paese, come sostiene oggi il nostro ministro della Sanità, ma dovrebbero essere gli altri a dircelo altrimenti sembra che siamo solo noi italiani a pensarlo. Nemmeno tutti a crederlo. E in pochissimi o nessuno a dirlo. Perché “viva l’Italia” non lo si sentirà più neppure allo stadio ora.
 
Quindi, per dirla con Flaiano: “la situazione è grave ma non è seria”.
Detto questo, spero che almeno per oggi potrò ancora aggiornarmi sul Coronavirus dalla dashboard del John Hopkins: prima che gli scienziati di Baltimora si trovino costretti a specificare che il numero dei casi relativi all'Italia, per via di una qualche new Italian Health Authority Regulation, è sottostimato, perlomeno del 90% rispetto al numero di tutti quelli risultati positivi.
 
Davvero sarebbe un brutto esempio quello italiano se venissero criptati, anche solo parzialmente, i dati epidemiologici di questa “pandemia in fieri” dimenticando che non viviamo nel compartimento stagno del nostro giardino ma in una comunità umana molto più vasta e che abbiamo il dovere di rispettare: quella mondiale.
 
Giovanni Delogu
Neurologo ospedaliero, Livorno

Giovanni Delogu

02 Marzo 2020

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