Curare una società che invecchia

Curare una società che invecchia

Curare una società che invecchia

Gentile Direttore, una società che invecchia non è un incidente da riparare ma la condizione in cui dovremo vivere. La domanda utile non è come tornare a crescere, ma come vivere bene - e curare bene - dentro questa condizione.

Gentile Direttore,

secondo i dati diffusi dall’Istat il 21 ottobre, nel 2025 in Italia sono nati 355.772 bambini, il 3,8% in meno del 2024 e il 38% in meno del 2008, a fronte di 652mila decessi. La fecondità è al minimo storico di 1,14 figli per donna e la stima per gennaio-luglio 2026 scende a 1,13. Al 1° gennaio 2026 gli over 65 sono 14,8 milioni, un quarto dei residenti, e gli over 85 superano i 2,5 milioni. La popolazione è rimasta stabile, a 58,9 milioni, solo perché il saldo migratorio (+296mila) ha compensato quasi esattamente quello naturale (Istat, Indicatori demografici 2025).

Il dibattito pubblico legge questi numeri con il lessico dell’emergenza: «inverno demografico», «bomba previdenziale», «collasso del sistema sanitario». È un lessico che chiede di invertire la tendenza e, non riuscendoci, produce solo allarme. Proponiamo un’altra lettura: la longevità di massa e la bassa natalità sono la condizione stabile in cui vivremo per i prossimi decenni. La domanda politica diventa allora come organizzare economia, servizi e relazioni perché una società più anziana e meno numerosa sia anche una società in cui si vive bene.

Un dato dello stesso rapporto Istat aiuta a cambiare prospettiva. Se si definisce «anziano» non chi ha compiuto 65 anni ma chi ha davanti la stessa speranza di vita residua che un sessantacinquenne aveva nel 1960 (13,1 anni), la soglia si sposta a 74 anni per gli uomini e 77 per le donne, e la quota di anziani si dimezza: dal 24,7% al 12,3%. L’invecchiamento resta reale, ma una parte consistente di ciò che contiamo come «carico» è in realtà tempo di vita in salute ancora disponibile.

Perché l’inversione non è un obiettivo credibile

Invertire la curva demografica in un orizzonte utile per le politiche pubbliche non è possibile, e conviene dirlo con chiarezza. Il motivo è aritmetico prima che culturale: decenni di bassa fecondità hanno ridotto il numero di potenziali genitori. L’Istat calcola che, anche con la fecondità francese del 2024 (1,61 figli per donna), l’Italia avrebbe avuto 494mila nati invece di 370mila, comunque molto meno dei 664mila francesi, perché le nostre coorti in età fertile sono assai più esigue.

Non è nemmeno detto che tornare al livello di sostituzione sia desiderabile. In una lettera pubblicata a marzo su Nature Human Behaviour, Guillaume Marois e Wolfgang Lutz contestano l’idea che 2,1 figli per donna sia un ideale: nei Paesi ad alto reddito, considerando trasferimenti tra generazioni e progresso tecnologico, la fecondità che massimizza il consumo pro capite si colloca spesso intorno a 1,5 o meno (Marois e Lutz, 2026). Conta più la struttura della popolazione che la sua dimensione: meno figli possono ricevere più investimenti ciascuno, e la maggiore produttività che ne deriva può compensare il minor numero di futuri lavoratori.

Tabella 1 – Principali indicatori di natalità e fecondità. Anni 2008, 2013 e 2018-2025

L’Italia, però, è sotto anche quella soglia e soprattutto manca delle condizioni che il modello presuppone. Come ricorda Ylenia Brilli di Ca’ Foscari in un’analisi di Percorsi di Secondo Welfare, abbiamo ampie quote di donne e giovani fuori dal lavoro, una spesa per istruzione tra le più basse d’Europa e una produttività ferma da due decenni. Il problema, quindi, non è il numero di nati in sé, ma che il Paese non investe abbastanza in chi nasce.

Il calo è inoltre generale. Nell’Unione europea la fecondità è passata da 1,57 nel 2010 a 1,34 nel 2024; è scesa anche in Francia (da 2,03 a 1,61) e in Svezia (da 1,98 a 1,43), Paesi con politiche familiari che da anni indichiamo come modelli. Servizi per l’infanzia, congedi, trasferimenti e lavoro femminile restano obiettivi giusti per ragioni di equità e di libertà delle persone, ma caricarli della missione di «salvare la demografia» significa promettere ciò che non possono mantenere.

Cambia anche la ragione di quelle politiche. Daniele Vignoli, demografo dell’Università di Firenze, propone di parlare di giustizia riproduttiva: lo scopo non è far nascere più bambini, ma colmare il divario tra i figli desiderati e quelli avuti. Circa due milioni di italiani dichiarano di non aver avuto figli per ragioni economiche. Un bonus alla nascita non sposta questa scelta; due redditi dignitosi, una casa accessibile e servizi affidabili sì.

L’immigrazione è l’unica leva che agisce nel breve periodo sulla struttura per età, e infatti è già ciò che tiene stabile la popolazione. Ma anche i migranti invecchiano e, nel tempo, convergono verso i comportamenti riproduttivi del Paese ospite. Può rallentare e attenuare la transizione, non annullarla. Ne discende una conseguenza operativa: le politiche devono essere progettate per una società longeva, non per una società che si spera torni giovane.

Figura 1 – Tassi di fecondità per età della madre. Anni 1995, 2010 (italiane e totale) e 2025 (italiane e totale) (a), valori per 1.000 donne.

Decrescita: progetto, non rinuncia

Una popolazione che diminuisce e invecchia è già, di fatto, una forma di decrescita: meno persone in età attiva, meno consumi di massa, territori che si svuotano. La scelta non è se decrescere, ma come: subire una recessione demografica non governata, o trasformarla in una decrescita progettata.

È una prospettiva vicina a quella che il progetto Age-It, coordinato dallo stesso Vignoli, chiama «demografia positiva»: leggere la trasformazione demografica come una fase diversa della nostra storia, non necessariamente peggiore, e come un campo di scelte politiche anziché un destino.

La distinzione proposta da Serge Latouche è utile proprio qui. La recessione è il crollo involontario di un sistema che continua a inseguire la crescita; la decrescita è una scelta che ridefinisce che cosa conta come ricchezza. Di quel pensiero ci interessano soprattutto tre verbi: riconcettualizzare (il benessere non coincide con il PIL), rilocalizzare (produzione e servizi vicini ai luoghi di vita), ridistribuire (tempo, reddito e opportunità). Da Ivan Illich prendiamo l’idea di istituzioni «conviviali», che aumentano l’autonomia delle persone invece di renderle dipendenti dai servizi.

L’obiezione più seria è nota: senza crescita non si finanziano pensioni, sanità e scuola. La risposta non può essere una negazione. Una società con meno lavoratori ha bisogno di più produttività per occupato, non di meno; ciò che deve decrescere è l’intensità materiale ed energetica dell’economia e lo spreco, non il valore prodotto. Decrescita, in questo senso, significa spostare risorse da ciò che si consuma a ciò che si cura: persone, relazioni, territori, salute. L’Italia ha già uno strumento per misurarlo, gli indicatori di Benessere equo e sostenibile (BES), che dal 2016 accompagnano i documenti di bilancio ma pesano ancora poco nelle scelte.

Sostenibilità del SSN: oltre il contenimento

La sanità è il luogo in cui il tema della decrescita è stato preso più sul serio, grazie soprattutto al lavoro di Slow Medicine e di Choosing Wisely Italy. «Fare di più non significa fare meglio» è un principio solido: ridurre esami e trattamenti inappropriati, deprescrivere nei pazienti anziani in politerapia, contrastare il disease mongering, scegliere farmaci e dispositivi a minore impatto ambientale. Sono indicazioni che condividiamo e che andrebbero applicate con più convinzione di quanto accada.

Hanno però un limite: sono ricette di sottrazione. Dicono che cosa smettere di fare, non che cosa costruire. Sono, in senso proprio, difensive: proteggono il paziente dall’eccesso e il sistema dallo spreco, ma lasciano intatto il modello di offerta, centrato su ospedale, prestazione e specialista. Un sistema più sobrio, ma uguale, non regge l’urto di una popolazione in cui gli over 85 crescono di 100mila unità l’anno e più di una famiglia su tre è composta da una sola persona.

Il bisogno che cresce non è di prestazioni, ma di presa in carico continuativa: cronicità multiple, fragilità, fine vita, solitudine. Rispondere significa spostare risorse e competenze verso il domicilio e la comunità. Le cure palliative precoci e domiciliari sono un esempio concreto: riducono ricoveri e trattamenti futili negli ultimi mesi di vita, ma il loro valore principale non è il risparmio, è la qualità del tempo restituito a malati e famiglie. Lo stesso vale per l’assistenza domiciliare integrata, per il sostegno ai caregiver, per una medicina generale organizzata in équipe. Qui la decrescita non toglie: sostituisce intensità tecnologica con intensità relazionale.

Le opportunità di una società longeva

Se si smette di leggere la transizione solo come costo, emergono almeno quattro opportunità.

La prima è un’economia della cura. Il lavoro di cura è per definizione non delocalizzabile: si fa dove vivono le persone. In un’epoca in cui si discute di reshoring industriale che riporta produzione ma poca occupazione, la cura è il settore in cui la rilocalizzazione genera davvero lavoro. A condizione di qualificarlo, retribuirlo e riconoscerlo, invece di lasciarlo al mercato informale delle assistenti familiari e al lavoro gratuito delle donne.

La seconda è il tempo. Un sessantacinquenne di oggi ha davanti, in media, molti anni in buona salute. Uscite dal lavoro graduali, volontariato strutturato, trasmissione di competenze tra generazioni possono trasformare quel tempo in capitale sociale. Non per «far lavorare di più gli anziani», ma per non sprecare ciò che sanno e vogliono fare.

La terza riguarda i luoghi. Città e paesi che si svuotano offrono spazio per forme abitative diverse: coabitazioni, alloggi condivisi, servizi di prossimità, aree interne ripensate come comunità di cura. La casa, non la struttura, torna al centro.

La quarta è la tecnologia, se usata come strumento di autonomia e non di sostituzione: telemonitoraggio, domotica, strumenti che permettono di restare a casa più a lungo e in sicurezza. Il criterio di Illich resta valido: una tecnologia è buona se aumenta la capacità delle persone di vivere la propria vita, non se ne aumenta la dipendenza.

Non ripetere gli errori del passato

La transizione può anche andare male, replicando in forma nuova gli errori dell’ultimo trentennio.

Il primo rischio è trasformare l’invecchiamento in un mercato. La silver economy può significare servizi migliori, ma anche medicalizzazione della vecchiaia: ogni declino fisiologico convertito in diagnosi, ogni fragilità in prestazione vendibile, l’assistenza residenziale come asset finanziario. È la stessa logica di espansione della domanda che ha alimentato l’inappropriatezza in sanità, applicata a una popolazione più vulnerabile.

Il secondo è confondere i muri con i servizi. Le Case della Comunità e le Centrali operative territoriali del PNRR sono un’occasione reale, ma senza personale, integrazione sociosanitaria e un ruolo attivo delle comunità rischiano di diventare l’ennesima infrastruttura sottoutilizzata. La prossimità è fatta di persone e relazioni prima che di edifici.

Il terzo è privatizzare la risposta. La «decrescita felice» dell’orto e del pane fatto in casa ha una sua verità, ma diventa un lusso per chi ha tempo, casa e reti. Senza redistribuzione, la sobrietà la praticano i ricchi per scelta e i poveri per necessità.

Il quarto è il conflitto tra generazioni. In Italia la povertà assoluta colpisce più i minori che gli anziani: una società longeva che investe sulla vecchiaia trascurando l’infanzia ripeterebbe, rovesciata, la stessa ingiustizia. Cura degli anziani e investimento sui bambini non sono alternativi: sono la stessa infrastruttura sociale vista da due estremi.

Che cosa fare

Da questa lettura discendono alcune scelte concrete per la politica sanitaria e sociale.

  1. Programmare su scenari demografici realistici: dimensionare personale e servizi sulla crescita degli over 85 e delle persone che vivono sole, non su un ritorno della natalità che non avverrà.
  2. Vincolare i risparmi dell’appropriatezza: ciò che si libera riducendo prestazioni inutili deve finanziare domicilio, cure palliative, cure intermedie e sostegno ai caregiver, non tornare indistintamente nel bilancio.
  3. Riconoscere il lavoro di cura come settore economico: formazione, contratti e tutele per assistenti familiari e operatori, integrazione con i servizi pubblici.
  4. Non ridurre l’investimento sui giovani perché sono meno: mantenerlo costante significa più risorse per ciascuno, più istruzione, autonomia economica e abitativa.
  5. Fare delle comunità un attore, non un destinatario: co-progettazione con il terzo settore, contrasto alla solitudine come obiettivo di salute pubblica, reti di prossimità.
  6. Misurare ciò che conta: usare davvero gli indicatori BES ed esiti riferiti dai pazienti per valutare servizi e politiche, accanto ai volumi di attività.

Una società che invecchia e decresce non è condannata al declino. Lo diventa se continua a misurarsi con i parametri di una società giovane e in espansione, e a rispondere con tagli e allarmi. La decrescita, intesa come scelta e non come subìto, offre un’altra cornice: meno quantità, più cura; meno prestazioni, più relazioni; meno crescita del PIL, più benessere distribuito. Il Servizio sanitario nazionale può essere il primo laboratorio di questa trasformazione, a condizione di passare dalla difesa del perimetro esistente alla costruzione di ciò che ancora manca.

Giorgio Banchieri,

Segretario Nazionale ASIQUAS, Docente DiSSE, Università “Sapienza”, Roma

Andrea Vannucci,

Direttore Sanitario Fondazione Italiana Leniterapia – FILE, Firenze

Referenze

30 Ottobre 2026

© Riproduzione riservata

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