Fine vita. Serve un impegno concreto per rendere la dignità nella malattia un diritto di tutti

Fine vita. Serve un impegno concreto per rendere la dignità nella malattia un diritto di tutti

Fine vita. Serve un impegno concreto per rendere la dignità nella malattia un diritto di tutti

Gentile Direttore,
nei giorni scorsi ho letto con interesse e angoscia la lettera di Marcella Gostinelli che raccontava la dolorosa esperienza della morte di un amico, paziente oncologico in un reparto ospedaliero, il giorno di Natale. Una testimonianza toccante e simile alle tante che raccolgo ogni giorno, in ogni parte d’Italia, dalle persone che vengono a contatto con la malattia. Ho l’onore infatti di presiedere Fondazione ANT, realtà non profit che da quarant’anni porta gratuitamente cure mediche e specialistiche a casa dei malati di tumore in fase avanzata e avanzatissima.
 
Lotto quotidianamente con amministrazioni indifferenti, lavorando per far capire loro che servono modelli diversi per assistere questo tipo di paziente e dare supporto alle famiglie. Questo succede purtroppo anche in Toscana, da dove Gostinelli scrive: a Firenze, ANT assiste gratuitamente 800 persone all’anno a casa grazie a un’équipe medico sanitaria che lavora sostenuta da donazioni di aziende e privati cittadini. Tutto questo senza che il servizio sanitario regionale sia interessato a sostenere e a integrare un modello che assicura la permanenza a casa nel 70% dei casi fino all’ultimo giorno (contro una media nazionale che si aggira al 30%) garantendo un’assistenza medica, infermieristica e psicologica per il malato e la sua famiglia.

Il nostro percorso nell’assistenza domiciliare è cominciato 40 anni fa esatti grazie al professor Franco Pannuti, oncologo e primario della Divisione di oncologia dell’Ospedale Malpighi di Bologna dal 1972 al 1997. ANT è cresciuta attorno alla sua visione di una sanità a misura d’uomo, dove anche gli ultimi, i morenti, potessero avere una dignità e non fossero lasciati soli: dal primo malato assistito all’epoca, oggi ANT ha portato gratuitamente cure mediche e specialistiche a casa di 125.000 persone, 10.000 all’anno, in dieci regioni italiane.

Un risultato straordinario contro ogni aspettativa. I primi tempi, infatti, l’assistenza domiciliare non sembrava neppure una buona idea, l’ospedale era considerato da tutti l’unico luogo adeguato alla cura dei pazienti oncologici. Ora, anche grazie al lavoro nostro e di altre realtà simili, si è fatto strada un nuovo modello, in cui la casa è diventata il luogo di elezione per curare i malati cronici e l’ospedale si riserva per curare la fase acuta della malattia. Una vera e propria rivoluzione copernicana, nata per rispondere a un bisogno: quello dei malati e dei loro familiari di poter vivere ogni momento in dignità, immersi tra i propri affetti fino all’ultimo giorno, senza corse al pronto soccorso ma con un medico accanto e una persona cara a tenere la mano.

Le associazioni di volontariato nascono per sollecitare il Pubblico su bisogni che ancora non sono stati colti. In questi quarant’anni il messaggio è passato, ma non è ancora abbastanza, le sfide non sono finite: il diritto all’assistenza domiciliare non si mette più in discussione, ma non tutti i cittadini malati cronici sono messi in condizione di esercitare questo diritto. La sfida che ANT affronterà nei prossimi anni è proprio quella di spingere il Pubblico a cercare modelli di assistenza domiciliare che possano garantire la dignità della vita fino all’ultimo respiro. Modelli di alta qualità, sostenibili e universali.

Allora lancio un appello affinché si apra il confronto da subito, con umiltà e collaborazione, tra cittadini e istituzioni perché quella che in ANT chiamiamo Eubiosia – la dignità della vita anche nella malattia – possa in breve diventare un diritto di tutti e non solo di pochi.

Raffaella Pannuti
Presidente Fondazione ANT Italia Onlus

05 Gennaio 2018

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