Gentile Direttore,
dalla nascita del Movimento 17 ottobre e dalle manifestazioni che sono seguite nelle ultime settimane in diverse città italiane ed europee, il disagio giovanile è stato portato al centro del dibattito pubblico. L’invito ad «ascoltare i giovani» ricorre in molti interventi, spesso come formula generica, talvolta come sinonimo di indulgenza. Mi sembra utile offrire un approfondimento della parola, che da un originario significato tecnico assume oggi una funzione epistemica: si apprende nelle relazioni di cura, permette di cogliere i segnali deboli e oggi, con l’intelligenza artificiale, cambia natura.
Al convegno “Minacce sanitarie e sicurezza nazionale nei conflitti ibridi cognitivi”, che si è tenuto lo stesso 17 ottobre a Europa Experience – David Sassoli su iniziativa dell’On. Salvatore De Meo e nell’organizzazione di Ceas (Centro alti studi), I.PSI.trauma.MED (Istituto di psicoterapia Psicotraumatologia e Medicine integrate e Istituto Universitario IPU-Università Pontificia Salesiana, ho proposto un paradigma a tre livelli di resilienza contro le minacce ibride cognitive, insistendo sul fatto che la cura delle relazioni e l’ascolto che la rende sintonizzata vadano contemplati tra i fondamenti della sicurezza nazionale. La ragione, esplorata prevalentemente da clinici e neuroscienze è che una base relazionale sintonizzata favorisce la maturazione delle funzioni cognitive superiori e riduce la vulnerabilità alle minacce cognitive. È una tesi che ho sviluppato in Salute e sicurezza (Armando Ed., 2025) e che affonda le radici nel lavoro collettaneo che ho curato in La relazione di cura medico-paziente (Linea ed., 2018).
Che cosa intendiamo per ascolto
Propongo una definizione: l’ascolto è la funzione con cui un soggetto accoglie l’esperienza di un altro sospendendo la propria conclusione, ne coglie il significato anche in ciò che non viene detto e lo restituisce in una forma che l’altro può riconoscere come propria. Da questi tre movimenti, sospensione, ricezione del non detto e restituzione, nasce la sintonizzazione, un accordo psicobiologico tra due sistemi nervosi oltre che tra due discorsi.
Tre precisazioni evitano equivoci. L’ascolto precede la conoscenza: chi ascolta registra uno scarto, un dettaglio che stona, e compie un atto di rilevazione il cui significato verrà stabilito più tardi, con l’interpretazione e la verifica. Va poi distinto dall’ascolto attivo descritto da Carl R. Rogers e Richard E. Farson (1957) e in seguito da Thomas Gordon (1970), che riguarda le tecniche della restituzione (riformulare, rispecchiare, verificare di aver compreso) e che oggi i sistemi conversazionali riproducono con notevole efficacia. Infine, ascoltare non equivale ad approvare: si può ascoltare a fondo chi ha agito violenza chiedendogliene conto nello stesso momento, come sanno i clinici e coloro che lavorano con gli autori di reato e gli investigatori.
Essere ascoltati per imparare a pensare
In psicoterapia alleanza ed empatia sono tra i predittori più solidi dell’esito. Sigmud Freud (1912) parlava di “attenzione fluttuante”, Wilfred Bion (1967) di un ascolto “senza memoria né desiderio”. Nel volume La relazione di cura medico-paziente già citato, Massimo Cocchi e Fabio Gabrielli ricordano con Lévinas che il volto dell’altro si esprime «al nostro udito, al nostro ascolto» e chiede di abbandonare la logica del «soggetto supposto padrone».
Questa capacità si forma presto, dentro una relazione che ci ha ascoltati. Daniel Stern (1985) ha descritto la sintonizzazione affettiva tra chi si prende cura e il bambino, e l’esperimento della «still face» di Edward Tronick e colleghi (1978) ne ha mostrato il rovescio: quando l’adulto smette di rispondere, il bambino si disorganizza nel giro di pochi istanti. Peter Fonagy ed Elizbeth Allison (2014) ne hanno ricavato il concetto di fiducia epistemica, la disponibilità a considerare rilevante e generalizzabile ciò che un altro ci trasmette, da cui dipende per tutta la vita il modo in cui decidiamo a chi credere e quando dubitare. In due studi su oltre 1.200 adulti britannici, il gruppo di Fonagy ha osservato che la credulità si associa alla difficoltà di distinguere notizie vere da false, e che sfiducia e credulità mediano il legame tra avversità infantili e questa difficoltà (Tanzer et al., 2024); un altro studio collega la sfiducia alla mentalità complottista (Brauner et al., 2023). Gli effetti individuali sono piccoli, ma la sicurezza ragiona su popolazioni. Se la cognitive warfare mira al modo in cui pensiamo, la difesa va costruita anche dove impariamo a fidarci.
L’ascolto come epistemologia dell’intelligence
L’intelligence conosce bene il problema. Roberta Wohlstetter (1962), studiando Pearl Harbor, concluse che i segnali dell’attacco erano disponibili ma restarono sommersi dal rumore; Igor Ansoff (1975) chiamò “segnali deboli” gli indizi precoci di un cambiamento, facili da scartare proprio perché imprecisi. Richards Heuer (1999), nel testo sulla psicologia dell’analisi scritto per la CIA, mostrò quanto l’analista tenda a vedere ciò che si aspetta, una condizione opposta all’ascolto “senza memoria né desiderio” di Bion. Clinica e intelligence hanno individuato lo stesso rischio nella conclusione prematura. La ricerca sugli interrogatori di sospetti terroristi indica inoltre che le tecniche basate sul rapport producono più informazioni utili di quelle coercitive (Alison et al., 2013): il valore informativo dell’ascolto si può misurare.
I segnali che non intercettiamo
La cronaca offre altri spunti sfidanti. Dopo l’uccisione a coltellate di uno studente in un istituto di La Spezia, lo scorso gennaio, gli accoltellamenti tra adolescenti sono diventati una presenza costante nei notiziari. Il rapporto (Dis)armati di Save the Children (2026) documenta che i 14-17enni segnalati per rapina sono più che raddoppiati in dieci anni e che molti ragazzi percepiscono famiglie, scuola e istituzioni come assenti. Il rapporto nazionale sul disagio giovanile 2026 descrive una sofferenza sempre più silenziosa: un adolescente su cinque ha pensato di farsi del male e il 31% si sente più compreso dall’intelligenza artificiale che dalle persone. I segnali precedono quasi sempre l’evento e restano deboli perché dispersi tra un’aula, una chat e una famiglia stanca. Intercettarli richiede adulti capaci di ascolto, senza che questo tolga nulla alla fermezza della risposta.
Quando ad ascoltare è la macchina
L’IA amplia la capacità di raccolta e al tempo stesso modifica il valore predittivo dell’ascolto. I modelli riconoscono ciò che è frequente, mentre il segnale debole è raro e anomalo, e le sintesi automatiche tendono a smussarlo (Tonelli e Mango, 2026); manca loro, inoltre, la risonanza di chi ascolta, che in clinica costituisce un dato. I segnali migrano verso i chatbot: secondo un’indagine dell’American Psychological Association, oltre tre quarti degli psicologi statunitensi riferiscono che i pazienti parlano di IA in terapia. Un sistema incline ad assecondare l’utente, poi, conferma più che interrogare, e rischia di nutrire la credulità a scapito della fiducia epistemica.
C’è anche una questione di potere. Nello stesso volume Alessandro Ceci (2018) scriveva che «per il potere, nessuna relazione di cura è innocente» e che «il potere della cura è la cura del potere», e prevedeva che, con algoritmi capaci di sintetizzare il nostro pensiero, la cura avrebbe conservato il suo potere mutandone la natura. Francesco Bruno e io (Bruno e Capezzani, 2018) descrivevamo il passaggio dal paternalismo medico a un «paternalismo invertito», in cui il paziente informato dalla rete indica al medico che cosa fare, mentre la fiducia si sposta verso le macchine. Oggi quel potere rischia di migrare verso un terzo opaco, consultato in solitudine, al quale nessuno ha conferito un’autorità riconosciuta; la bioetica parla di un “doppio paternalismo”, dell’algoritmo sul medico e del medico sul paziente (Lorenzini et al., 2023). In ogni caso si indebolisce lo spazio in cui l’ascolto reciproco permetteva di vagliare insieme le informazioni.
Una proposta
Se l’ascolto ci forma e ci permette di cogliere i segnali deboli, merita di essere trattato come un’infrastruttura di sicurezza. Questo significa formare gli analisti all’ascolto clinico, usare l’IA come estensione dell’udito che preserva le anomalie anziché eliminarle, e considerare la salute relazionale, dalla genitorialità alla scuola ai servizi di cura, una politica di sicurezza. La difesa cognitiva di un Paese comincia molto prima delle sale operative, in una relazione in cui qualcuno è stato ascoltato abbastanza da imparare a pensare. L’ascolto come prima difesa contro le minacce ibride cognitive e le violenze giovanili.
Liuva Capezzani
Psicologa Psicoterapeuta
Docente Università degli Studi della Tuscia di Viterbo, Responsabile I.PSI.trauma.MED. – Osservatorio PsicoIntelligence,
Delegata al Coordinamento delle Commissioni di Studio e Sezioni regionali SOCINT
Bibliografia
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Ansoff, H. I. (1975). Managing strategic surprise by response to weak signals. California Management Review, 18(2), 21-33, https://doi.org/10.2307/41164635
Bion, W. R. (1967). Notes on memory and desire. The Psychoanalytic Forum, 2(3), 272-273.
Brauner, F., Fonagy, P., Campbell, C., Griem, J., Storck, T., & Nolte, T. (2023). “Trust me, do not trust anyone”: How epistemic mistrust and credulity are associated with conspiracy mentality. Research in Psychotherapy, 26(3), 705, doi: 10.4081/ripppo.2023.705. PMID: 38156557; PMCID: PMC10782893.
Capezzani, L. (a cura di). (2018). La relazione di cura medico-paziente. Cosa c’è ancora da sapere. Padova: Linea edizioni. In particolare: A. Ceci, «Il potere della cura. Una relazione di dominio impuro» (pp. 31-51); M. Cocchi e F. Gabrielli, «Etica e filosofia della relazione di cura medico-paziente» (pp. 53-73); F. Bruno e L. Capezzani, «Fondamenti della relazione di cura medico-paziente» (pp. 75-93).
Capezzani, L. (2026). Salute e sicurezza. Prospettive interdisciplinari di interesse per l’approccio «one health» allargato e l’«intelligence». Prefazione di M. Lombardi, introduzione di A. Pagani, postfazione di A. Ceci. Roma: Armando Editore.
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