I limiti delle OBI e una nuova proposta per la creazione delle High Dependency Unit 

I limiti delle OBI e una nuova proposta per la creazione delle High Dependency Unit 

I limiti delle OBI e una nuova proposta per la creazione delle High Dependency Unit 

Gentile Direttore,
le Osservazioni Brevi Intensive (OBI) nate come soluzione tecnica per mitigare il rischio clinico legato principalmente a dimissioni improvvide e ricoveri poco mirati, si sono trasformate in uno dei principali mali dei Pronto Soccorso, uno dei maggiori motivi di sofferenza cronica del personale operante in quei contesti. Questi “reparti” sono diventati il luogo dove avviene il boarding più spregiudicato e selvaggio che supplisce al drammatico taglio dei posti letto ospedalieri per acuti degli ultimi decenni. Non era la loro funzione, ma questo sono diventati.

Qui si concentra tutto il rischio possibile per l’utente, si addensano tutte le minacce, si normalizza la devianza, si accumulano gli stressors per gli operatori, si costruisce la bad company dell’azienda sanitaria che, concentrando le perdite in un solo girone dantesco nel quale nessuno riesce più a stare, salvaguarda le “eccellenze dei piani alti”, quelle riportate nei comunicati stampa aziendali.

Le linee di indirizzo nazionali ministeriali parlano di “problemi clinici acuti ad alto grado di criticità ma a basso rischio evolutivo, oppure a bassa criticità ma con potenziale rischio evolutivo, aventi un’elevata probabilità di reversibilità” ma, basta fare in un giro in uno qualsiasi di questi reparti, per vedere pazienti degenti con una vasta rappresentazione di criteri di “non ammissione” in OBI (instabilità clinica, rischio infettivo, agitazione psicomotoria etc). La responsabilità di questa degenerazione è dovuta alla drammatica assenza di posti letto per acuti, alla mancanza di contesti assistenziali di tipo semi-intensivo, alla folle corsa verso il sovraccarico lavorativo perseguita dalle principali associazioni scientifiche della MEU che si sono riempite di una quantità di compiti non più sopportabili, anche stupidamente autoimposti o non adeguatamente osteggiati.

Le soluzioni al problema sono ovviamente complicatissime, sistemiche e non parziali. Esse non possono prescindere dall’aumento globale del numero di posti letto per acuti ma forse, fra queste, si dovrebbe iniziare a pensare anche alla realizzazione di nuove tipologie di reparti di degenza che possano drenare i pazienti che stazionano indefinitamente in pronto soccorso per mancanza di contesti di cura adeguati.

L’anziano pluripatologico con la frattura delle ossa del massiccio facciale e di quattro coste, è terra di nessuno, non è del maxillo-faciale, non è del toracico né del chirurgo generale, rimane in pronto soccorso fino a sfinimento, il paziente intossicato da assunzione incongrua di farmaci a scopo suicidario, idem, non è di nessuno, rimane anch’egli in pronto soccorso in molte realtà italiane, il paziente in shock settico, sì in shock, rimane in pronto soccorso, soprattutto se anziano e soprattutto al sud.

È giunto il tempo di creare nuove realtà di ricovero per sola Intensità di Cura, Semi-Intensive d’Accettazione o di Ricovero (H.D.U. o High Dependency Unit), multidisciplinari, con organici dedicati multispecialistici in grado di assorbire pazienti incongruamente stazionanti in pronto soccorso e curarli assicurando un’assistenza non più rigidamente distinta in chirurgica o internistica, ma per l’intensità di cui hanno necessità (media).

In questi reparti potrebbero ben trovare collocazione anche medici prevenienti da contesti a più alta intensità, risolvendo magari anche in parte il problema della grande fuga dei medici stanchi dai reparti ospedalieri più in crisi (internisti e medici di emergenza urgenza, intensivisti, cardiologi, chirurghi generali, pneumologi, infettivologi etc), ormai meno giovani ed esausti, ma molto esperti e completamente connessi alla rete lavorativa locale, ancora perfettamente in grado di gestire la complessità dell’intensità di cura intermedia, in un reparto dedicato, distaccato e funzionalmente indipendente dal pronto soccorso, o da una UTI, in cui non si abbia più a sentir dire: questo paziente non è mio, mandalo dove vuoi ma non da me.

Questa proposta potrebbe rappresentare una possibile soluzione, una fra le tante ipotizzabili, quello che non si può più fare è attendere inermi. Parliamone.

Dr. Luigi Di Candido
Coordinamento Regionale Puglia INSH (Italian Network for Safety in Healthcare)

Luigi Di Candido

15 Aprile 2024

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