Gentile Direttore,
se si osserva con attenzione l’evoluzione demografica ed epidemiologica del nostro Paese, emerge con chiarezza una verità spesso sottovalutata nel dibattito sulle politiche sanitarie: il Servizio Sanitario Nazionale ha oggi un crescente bisogno di medicina interna. Non soltanto come disciplina clinica, ma anche come funzione di coordinamento dell’assistenza ai pazienti complessi.
L’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle malattie croniche e la diffusione delle pluripatologie stanno trasformando profondamente il profilo dei pazienti che accedono all’ospedale. Il paziente internistico tipico è oggi una persona anziana, fragile, con diabete, scompenso cardiaco, broncopneumopatia cronica ostruttiva, insufficienza renale, malattie reumatologiche o dermatologiche immuno-infiammatorie, con spesso decadimento cognitivo, in politerapia farmacologica. In questi casi non è la singola patologia a rappresentare la sfida principale, ma l’interazione tra più malattie, più terapie e più sistemi biologici.
In questo contesto la medicina interna rappresenta una disciplina chiave per la sostenibilità del sistema sanitario. L’internista è il medico che integra, coordina e sintetizza le diverse competenze specialistiche, evitando la frammentazione dell’assistenza e garantendo una visione unitaria del paziente. In altre parole, è il professionista che consente al sistema di operare quando la complessità clinica supera i confini delle singole specialità.
L’intelligenza artificiale può rappresentare uno strumento straordinario per affrontare questa complessità. I sistemi di analisi avanzati dei dati possono aiutare a individuare pattern clinici, a migliorare la stratificazione del rischio e a supportare decisioni terapeutiche sempre più personalizzate. Tuttavia, questi strumenti non sostituiscono il ragionamento clinico: lo amplificano. La loro efficacia dipende dalla capacità del medico di interpretarli all’interno di un quadro fisiopatologico e clinico più ampio.
Per questo motivo la diffusione dell’intelligenza artificiale non riduce il ruolo della medicina interna, ma lo rafforza. Quanto più la medicina diventa tecnologicamente avanzata, tanto più necessario è un medico capace di integrare informazioni, interpretare dati e mantenere una visione sistemica della persona malata.
Questa trasformazione richiede anche una riflessione culturale e formativa. I medici del futuro dovranno possedere competenze nuove: capacità di leggere dati complessi, di comprendere i limiti degli algoritmi, di riconoscere i bias dei sistemi di intelligenza artificiale e di mantenere una forte capacità critica nel processo decisionale. L’intelligenza artificiale non può diventare una delega tecnologica delle decisioni cliniche, ma deve rimanere uno strumento a supporto della responsabilità professionale del medico.
Accanto alla formazione emergono anche questioni etiche rilevanti: la trasparenza degli algoritmi, la responsabilità delle decisioni cliniche, la tutela dei dati e il rischio di dipendenza tecnologica. In questo scenario, il ruolo del medico rimane centrale, perché ogni decisione sanitaria riguarda persone, non semplici variabili o modelli statistici. In un’epoca così movimentata ed in evoluzione, abbiamo la necessità di riscoprire l’umanesimo nell’epoca disumanizzata. Queste nuove tecnologie e l’avvento di nuovi totalitarismi rischiano di neutralizzare la Paideia umanistica. Il termine greco Paideia significa educazione e si riferisce a un ideale di formazione umana completo che include non solo l’istruzione scolastica, ma anche lo sviluppo etico. Questa veloce trasformazione è percepita dappertutto, al punto che la rivista più importante al mondo il New England Journal of Medicine il 12 novembre 2025, ha pubblicato nelle sezioni review la parte più importante del giornale, un articolo dal titolo “Strategie per rivitalizzare l’incontro clinico al capezzale del paziente”. Sostenendo che anche in presenza di Intelligenza artificiale il recarsi a letto del paziente, fare l’anamnesi, l’esame obiettivo anche se mediato da eco bed side ed altre tecnologie, usando anche algoritmi diagnostici, rimane la parte più importante nella formazione e nella cura dei malati complessi e pluri patologici dove solo la Medicina Interna ha un ruolo fondamentale ed insostituibile.
Queste tematiche sono al centro del volume «Curare con «intelligenza»». L’intelligenza artificiale tra sapere medico e decisione umana (Il Pensiero Scientifico Editore, Collana Mappe, 2026), che propone una riflessione sul rapporto tra innovazione tecnologica, ragionamento clinico e responsabilità professionale nella medicina contemporanea. Alla luce di queste trasformazioni, diventa necessario affermare con chiarezza un principio di politica sanitaria: il Servizio Sanitario Nazionale ha bisogno della medicina interna. Ha bisogno di una medicina interna forte, capace di coordinare i percorsi clinici dei pazienti complessi e di integrare le competenze specialistiche all’interno di una visione unitaria della persona malata. Ma ha bisogno soprattutto di veri internisti, professionisti che sappiano interpretare fino in fondo la missione di questa disciplina: affrontare la complessità clinica senza ridurla a frammenti specialistici e garantire che l’innovazione tecnologica, inclusa l’intelligenza artificiale, rimanga sempre al servizio della cura.
Salvatore Corrao
Professore ordinario di Medicina Interna Università di Palermo
Direttore Dipartimento Medicina Clinica ARNAS Civico di Palermo
Antonino Mazzone
Direttore Medicina Interna Legnano e del Dipartimento Medico ASST ovest Milanese Legnano (MI)