Il burn out da Coronavirus

Il burn out da Coronavirus

Il burn out da Coronavirus

Gentile Direttore,
con il termine giapponese karoshi si indica la morte per eccesso di lavoro e il Giappone è uno dei pochissimi Paesi che assegnano al fenomeno un valore statistico tra le cause di morte. A portare al decesso è principalmente un attacco cardiaco determinato da sforzo e/o stress. L’etica del lavoro nella cultura nipponica comporta talora una vera e propria dipendenza da questo e non esclude il suicidio come epilogo di un fallimento nel campo.
 
Tale mentalità rende l’Italia poco paragonabile al Paese del Sol Levante relativamente al rischio in causa. Può però accadere che una pandemia, qual è la Covid-19, induca un surmenage irrinunciabile per le professioni sanitarie di aiuto (OSS, Infermieri, Medici), esposte a un sovraccarico fisico ed emotivo e alla tensione supplementare che il timore del contagio comporta.
 
Alle nostre latitudini è il burnout il profilo della sofferenza cui si ricorre per descrivere lo sviluppo patologico che consegue ad un accumulo stressogeno. Vi sarebbero sottoposti principalmente quanti sono con regolarità impegnati nella gestione di rapporti interpersonali – senza dubbio le attività di aiuto – riguardando nondimeno tutte le organizzazioni del lavoro.
 
Certo è che, trovarsi confrontati giorno per giorno con i problemi altrui, richiede una disposizione a occuparsene che nessun processo formativo è in grado di sostituire. In via precauzionale, il reclutamento all’interno delle professioni di aiuto dovrebbe prendere in accurato esame il talento individuale nel settore e non dare per scontato che chiunque possa svolgere un simile compito, proprio per non trovarsi a fare i conti poi con cedimenti prevedibili, anche al di fuori di situazioni emergenziali.
 
Sarebbe nondimeno salutare che, coloro che rivestono compiti di responsabilità organizzativa, fossero in grado di riconoscere la ridotta disposizione a svolgere quella attività dei loro collaboratori, quindi autorizzati a denunciarla e a chiederne lo spostamento ad altra mansione prima che le energie subiscano un logoramento e vadano letteralmente in fumo: burnout ossia bruciato. E invece tale ottica protettiva è ben lungi, nella pratica, dal trovare posto tra i diritti/doveri delle amministrazioni del lavoro e degli assunti.
 
Quando la sindrome da bornout perviene a un rango sintomatico, con insonnia, cinismo, depressione e i suoi equivalenti, quale abuso di alcool e sostanze, prima di giungere a epiloghi senza ritorno, tra i quali la morte, non solo professionale, è indispensabile intervenire.
 
Il burnout che qui ci interessa ha delle peculiarità: di essere di gruppo, più che individuale, e frutto del maremoto che ha travolto un intero sistema. Proprio per questo è urgente individuare correttivi e dedicare un’attenzione alta alla sofferenza di chi si trova sulla linea di tracimazione. C’è da temere che l’onda abbia interessato quasi tutti i servizi, anche quelli dedicati alla Salute Mentale nello specifico, e che quindi la risposta da mettere subito in piedi vada oltre il poco che, quanti sono impegnati su fronti caldi, hanno ora da offrire.
 
Il suggerimento che mi sento di dare è quello di tenere sotto sorveglianza l’evoluzione di un disadattamento in fieri cui dare semmai il nome di iperadattamento del sistema delle cure intensive a standard tecnologici e organizzativi non occasionali e raffazzonati, come quelli con cui oggi si misurano operatori esposti al duplice stress sopra indicato.
 
Ascoltare le ragioni obiettive del personale è il primo passaggio, farsi carico di ridurre gli ostacoli che incomprensibilmente incontrano in un momento in cui tutti dovrebbero aiutarli è il passaggio immediatamente successivo. Senza questa premessa sarebbe vano sottoporli a un test di misurazione del livello di burnout, quale la scala di Maslach, considerato che si avrebbe a che fare con un burnout reattivo a cause ben note, prevedibili ed evitabili, in cui il sovraccarico e il senso di impotenza potrebbero avere una parte minoritaria rispetto alla mancanza di controllo sulle risorse necessarie e alla relativa autorità decisionale, rispetto al venir meno di un senso di equità, di appartenenza comunitaria e di condivisione dei valori all’interno della organizzazione lavorativa. Migliorie salariali, seppure utili a ridurre lo scarto tra l’importanza della funzione svolta e il suo riconoscimento, non sarebbero sufficienti senza le azioni appena rammentate.
 
La coesione e la competenza dei gruppi che lavorano nella emergenza e la spiccata motivazione che discende dalla consapevolezza del rilievo del proprio compito per la stessa sopravvivenza dell’altro, la forza che al momento tiene in equilibrio una ballerina su un piede solo, potrebbero cedere e degenerare in atteggiamenti negativi e nel peggioramento dello stato di salute di molti.
 
Nessuno di noi vuole certo che dal burnout si passi al karoshi per chi opera attualmente nelle aree di cura intensiva. E dunque serve un pensiero autentico, che tragga spunto dalle pratiche, serve una competenza all’ascolto delle problematiche di lavoro sanitario, serve maturare una convinzione e quindi passare a un’azione congiunta alla quale partecipino quegli organi amministrativi chiamati, oggi come mai prima, ad assecondare, a facilitare e non a trattare con presuntuosa discrezionalità le richieste dei competenti.
 
Gemma Brandi
Psichiatra psicoanalista
Esperta di Salute Mentale applicata al Diritto

 

01 Aprile 2020

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