Il Centro di eccellenza per le epidemie non si farà. Meglio così…

Il Centro di eccellenza per le epidemie non si farà. Meglio così…

Il Centro di eccellenza per le epidemie non si farà. Meglio così…

Gentile Direttore,
il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR, ma per tutti Recovery Plan) nella versione presentata e commentata qui su QS alcuni giorni fa nella mission 6 sulla salute prevedeva  tra le sue azioni la istituzione di un Centro  di eccellenza per le epidemie, una novità rispetto alla bozza Conte di dicembre.
 
Una novità significativa a tal punto che qui su QS era  stata riportata nel titolo del commento all’uscita di quella versione. Questo è il passaggio che lo prevedeva: “L’andamento delle epidemie nel XXI secolo segnala la necessità di un’attenzione particolare alla circolazione e diffusione dei virus, in particolare dovuti a fenomeni di spillover. L’individuazione, su base nazionale competitiva, di un centro di eccellenza per le epidemie consentirà una più pronta e efficace risposta della comunità scientifica nazionale rispetto al sequenziamento dei virus e alle correlate esigenze di ricerca e sviluppo per la cura e il contenimento delle conseguenti malattie.”
 
Ma nella versione definitiva del PNRR inviata in Parlamento questo Centro è scomparso come prontamente segnalato qui su QS nel relativo commento. Da epidemiologi la previsione di questo Centro ci aveva lasciato sconcertati e delusi. Lo sconcerto derivava dalla inadeguatezza culturale della proposta, talmente evidente da farci ipotizzare una pressione dell’ultimo minuto di qualche stakeholder interessato. Delusi perché questa era la occasione buona per ridare centralità alla funzione epidemiologica all’interno del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Ora che l’ipotesi di istituzione di questo Centro è rientrata vale la pena di ripercorrere i motivi per cui riteniamo giusto averla messa in discussione, motivi che sono alla base di un possibile nuovo modo di vedere il ruolo della epidemiologia nella sanità ripensata alla luce della emergenza pandemica.
 
Il PNRR non nasce solo per fronteggiare una futura epidemia virale simile a quella in corso, ma per preparare il sistema sanitario del futuro a darsi strumenti per meglio tutelare complessivamente la salute della popolazione anche in presenza di una emergenza infettiva. Questo Piano coglie l’opportunità della pandemia per ripensare quindi tutta la impostazione del sistema socio-sanitario, come dimostrano ad esempio sia la parte dedicata al riordino e al potenziamento dei servizi territoriali che quella relativa ad un nuovo assetto istituzionale per la prevenzione in ambito sanitario, ambientale e climatico, in linea con l’approccio “One-Health”.
 
Si tratta di scelte che dimostrano come il PNRR non esaurisca le proprie  motivazioni ed i propri obiettivi nella risposta ad un evento epidemico, ma trovi le sue ben più profonde motivazioni nella consapevolezza che le emergenze infettive come quella che stiamo vivendo si intrecciano con i problemi “tradizionali” della cronicità, delle diseguaglianze e degli effetti del clima e dell’ambiente sulla salute.
 
Situazioni con questo intreccio vennero definite negli anni ’90 come “sindemie” dal  medico e antropologo Merril Singer che così si esprimeva: “Le sindemie sono la concentrazione e l'interazione deleteria di due o più malattie o altre condizioni di salute in una popolazione, soprattutto come conseguenza dell'ineguaglianza sociale e dell'esercizio ingiusto del potere”. Non è un caso che per il Covid-19 si sia parlato anche qui su Qs di sindemia. Ricordiamo che fu Lancet in tempi non sospetti a dedicare nel 2017 una serie alle sindemie e fu sempre Lancet nel settembre del 2020 a dedicare un articolo di Richard Horton al Covid-19 come sindemia.
 
Se il Covid-19 è anche una sindemia, l’idea di confinare il contributo della epidemiologia alla sole epidemie di origine virale  come faceva  il PNRR nella versione di alcuni giorni fa sarebbe stato sbagliato. L’epidemiologia, infatti, non esaurisce la sua funzione nella risposta ad una epidemia di origine virale né la esaurisce nella risposta ad eventi epidemici.
 
Serve anche a questo, ovviamente, ma serve anche a studiare e quindi contrastare i rischi ambientali, le diseguaglianze sociali e  il diffondersi delle patologie croniche e cioè proprio quegli elementi che entrano come costituenti del modello della sindemia. La salute degli italiani va preservata con un approccio a largo raggio che includa anche le malattie croniche, il cui impatto sulla mortalità associata al Covid-19 è ormai chiarissimo . Non serve rinforzare le funzioni centrali se sul territorio non si è in grado di identificare e arginare i rischi per la salute con una solida rete di competenze epidemiologiche.
 
Sia che si occupi di eventi infettivi, sindemici o meno, che di problemi sociosanitari di altra natura, la epidemiologia è una funzione di sistema che va distribuita in rete tra le Regioni e che deve puntare all’eccellenza attraverso la promozione valorizzazione delle tante competenze epidemiologiche che già oggi il nostro Paese è in grado di offrire.
 
A proposito di eccellenza, una annotazione la merita anche la scelta che era stata fatta di istituire per l’epidemiologia un “Centro di eccellenza”. Spesso ci si dimentica che si può creare un Centro di riferimento, ma l’eccellenza sono gli altri a riconoscertela nel tempo.
 
Stefania Salmaso, Francesco Forastiere e Claudio Maria Maffei
Epidemiologi

26 Aprile 2021

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