Il medico malato

Il medico malato

Il medico malato

Gentile Direttore,
a quanto pare, ultimamente, abbiamo un nuovo paziente in sala d’attesa: è il medico. A identificarlo come tale, sono i titoli dei giornali di questi giorni e si usa la solita definizione anglosassone che mostra più che definire, come tutte le parole del linguaggio usa e getta: burn-out. In italiano corrente, sarebbe: stanchezza, demotivazione, per la lingua da marciapiede: grande rottura di scatole. I nodi che vengono al pettine, vengono da lontano, posso ben dirlo tenendo conto dei miei quasi quaranta anni di professione, anni nei quali non è cambiato nulla per la medicina del territorio.

Dal 1988, anno in cui cominciavo a fare il medico di base come sostituto, rigorosamente gratis per fare punteggio, perché questa era la moda di quei tempi, unica grande rivoluzione è stata l’avvento del computer in ambulatorio, strumento fondamentale per il nostro lavoro che da alleato è diventato strumento nelle mani del nemico: la burocrazia che ci tiene incollati alla poltrona a beneficio di un sistema idiota a cui abbiamo ceduto il nostro computer.

Per il resto, la noncuranza di tutti ha tenuto la medicina del territorio ai margini del sistema con un paradosso che si vuole caparbiamente attuale: l’attività fulcro di tutto il SSN, la medicina generale, non appartiene al servizio pubblico. Si combatte in prima linea con un esercito preso in affitto e pagato un tanto al chilo. E’ una storia vecchia: il medico di base che non ha una utenza ma solo clienti con la mannaia della ricusazione in mano: o mi fai il certificato o cambio medico.

È possibile lavorare in Scienza e Coscienza quando il tuo lavoro dipende da una logica clientelare e, con questa, devi pagarti affitto, luce, telefono, riscaldamento e benzina? Si è mai visto che la polizia municipale paghi l’affitto per i suoi uffici? Si è mai visto un medico ospedaliero pagarsi le ferie e la malattia? Come è possibile gestire la prima linea sanitaria sul territorio con professionisti che non appartengono allo Stato, alla USL, all’Ospedale e ultimamente, nemmeno ai cittadini, considerando le botte da orbi che si vedono negli ambulatori tra medici e pazienti? Come è possibile che lo Stato continui ad accettare tutto questo, incapace di recepire l’importanza strategica del nostro ruolo a tal punto da non definirlo neppure come ruolo, considerando che ad oggi, non esiste una formazione specifica universitaria per la nostra professione e non esiste un riconoscimento istituzionale come ruolo nel Servizio Sanitario Pubblico? Ma, ancora peggio, perché i sindacati da quaranta anni continuano a tenerci all’angolo della strada con il cappello in mano come peones della Medicina?

Se dobbiamo prendere atto che in tanti anni abbiamo tenuto in piedi potentati come FIMMG ed ENPAM solo a loro esclusivo beneficio e nessuna miglioria per il nostro status contrattuale, allora il burn out è una tempesta annunciata e perfetta che ora incombe su tutto il sistema. Se fossimo capaci di autocritica potremmo individuare non tanto i colpevoli, perché nel nostro paese non ci sono mai colpevoli ma solo scagionati per insufficienza di prove, ma intervenire sulle cause e finalmente cambiare paradigma. La Medicina del territorio è cambiata ma noi continuiamo a portarci addosso la nomea del Dottor Guido Tersilli, medico della Mutua così tragicomica con il volto di Alberto Sordi e a nessuno interessa veramente cambiare passo.

Nemmeno la pandemia ha svegliato una coscienza politica malata di popolare dilettantismo e si continua a guardare il dito che indica e mai la luna. Anzi, incomincia a circolare in TV la pubblicità delle compagnie assicurative che assicurano assistenza sanitaria privata. Si tratta di italiana resilienza o della solita strategia commerciale per i soliti allocchi? Siamo sicuri che la Sanità Pubblica, come la secolare Questione Meridionale, siano casuali e frutto di insipienza politica? Cui prodest?

Enzo Bozza
Medico di base a Vodo e Borca di Cadore (BL)

Enzo Bozza

10 Maggio 2023

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