Gentile Direttore,
c’è un passaggio della manovra 2027 che merita particolare attenzione. Non tanto per quello che contiene, quanto per quello che continua a non spiegare.
L’articolo 69, comma 6, del disegno di legge di bilancio prevede ulteriori 380 milioni di euro annui per l’indennità di pronto soccorso: 114 milioni alla dirigenza medica e 266 milioni al personale del comparto Sanità.
Una ripartizione perfetta: 30% ai medici, 70% al comparto.
Talmente perfetta da ripetersi, nelle medesime proporzioni, fin dall’istituzione dell’indennità nel 2022. Novanta milioni iniziali, altri 200 dal 2024, ulteriori 50 dal 2025, altri 50 dal 2026 e adesso 380 milioni aggiuntivi.
Cambiano gli importi. Le percentuali restano immacolate.
Viene spontaneo domandarsi quale sofisticato modello di valutazione economica abbia prodotto una simile costanza.
La risposta dovrebbe trovarsi nella relazione tecnica.
Ebbene, a pagina 104 delle 198 che compongono la relazione tecnica della manovra 2027, troviamo nuovamente gli importi, i riferimenti normativi e la copertura finanziaria.
Quello che non troviamo è il procedimento che conduce a quelle cifre.
Quanti professionisti sono stati considerati? Qual è la consistenza del personale effettivamente impiegato nei servizi di pronto soccorso? Quali costi unitari sono stati utilizzati? Quali fabbisogni hanno comunicato le Regioni? Quali dati giustificano la ripartizione del 30% e del 70%?
E soprattutto, la quantificazione è stata effettuata considerando esclusivamente il personale formalmente assegnato al centro di costo del pronto soccorso oppure tutti i professionisti che concorrono effettivamente al percorso assistenziale di emergenza-urgenza?
Perché non è una distinzione secondaria.
Un tecnico sanitario di radiologia medica che esegue esami diagnostici urgenti, un tecnico sanitario di laboratorio biomedico che garantisce analisi indispensabili alla gestione dell’emergenza o altri professionisti coinvolti nei percorsi diagnostico-terapeutici possono concorrere quotidianamente alla presa in carico dei pazienti senza appartenere amministrativamente al centro di costo del pronto soccorso.
Se il fabbisogno è stato calcolato sul centro di costo, stiamo finanziando una struttura organizzativa. Se invece è stato calcolato sull’intero percorso assistenziale, dovremmo conoscere quali professioni sono state considerate e secondo quali criteri.
La relazione tecnica non chiarisce quale delle due impostazioni sia stata utilizzata.
Domande evidentemente troppo tecniche per una relazione tecnica.
Eppure, sfogliando lo stesso documento, scopriamo che per un contributo sulla tassa automobilistica vengono individuati 47.553 nuclei familiari potenzialmente beneficiari, considerato un importo massimo di 385,71 euro e quantificato un onere annuale di 18.342.000 euro.
Un calcolo analitico. Verificabile. Con le sue fonti e le sue ipotesi.
Per l’indennità di pronto soccorso, invece, ci viene comunicato che servono 380 milioni.
Per un contributo sul bollo auto riusciamo a contare i nuclei familiari. Per centinaia di milioni destinati al personale sanitario non vengono esposti, nello specifico passaggio della relazione, neppure i numeri dei lavoratori interessati.
Il problema non è la cifra in sé. È il metodo.
L’articolo 17 della legge 196/2009 stabilisce che le relazioni tecniche debbano indicare dati, metodi e fonti utilizzati per la quantificazione. Il comma 7 introduce inoltre specifiche prescrizioni per le disposizioni in materia di pubblico impiego, richiedendo informazioni sui destinatari e sui costi unitari.
Naturalmente, fissare un limite massimo di spesa permette di controllare l’onere finanziario. Ma impedire di spendere più di 380 milioni non dimostra che 380 milioni siano la cifra congrua, né che la ripartizione sia proporzionata alle condizioni di lavoro.
Sono due questioni profondamente diverse.
Nessuno contesta la necessità di valorizzare economicamente chi lavora nei servizi di emergenza-urgenza. Al contrario, proprio l’importanza di questa attività dovrebbe imporre criteri di quantificazione trasparenti e verificabili.
È su questo punto che MOPS – Movimento Nazionale delle Professioni Sanitarie – richiama l’attenzione delle istituzioni. Non basta rivendicare maggiori risorse, occorre comprendere come vengono quantificate, quali professionisti vengono considerati e secondo quali criteri viene riconosciuto il valore del loro lavoro.
Il Parlamento dovrebbe chiedere al Governo di rendere disponibili i dati e i calcoli che hanno condotto alla determinazione del nuovo stanziamento. Non per mettere in discussione le risorse, ma per comprendere se esse corrispondano a un fabbisogno misurato oppure a una scelta finanziaria non sufficientemente documentata.
E soprattutto dovrebbe chiarire se il finanziamento sia stato dimensionato sulla base dell’organizzazione amministrativa dei servizi oppure dell’effettiva partecipazione dei professionisti ai percorsi di emergenza-urgenza, fermo restando che l’individuazione dei beneficiari richiede una distinta verifica della disciplina normativa e contrattuale.
Perché la questione riguarda anche il modo in cui lo Stato riconosce il valore del lavoro sanitario.
Se non conosciamo il numero dei professionisti, le condizioni operative, le responsabilità e i criteri di distribuzione, come possiamo verificare l’equità delle risorse stanziate?
Non possiamo affermare che quelle cifre siano state scelte a caso. Ma non possiamo nemmeno verificarne la giustificazione sulla base degli elementi pubblicati.
E in materia di finanza pubblica, un numero senza il metodo che lo ha prodotto dovrebbe suscitare qualche domanda.
Una relazione tecnica dovrebbe spiegare perché siano necessari 380 milioni, non limitarsi a ripetere che sono 380.
Altrimenti la matematica rischia di diventare un atto di fede.
E, considerato che parliamo di denaro pubblico, sarebbe preferibile continuare ad affidarsi ai numeri.
Purché qualcuno ci mostri come sono stati calcolati.
Dott. Mattia La Rovere Petrongolo
Mops – Movimento Nazionale delle Professioni Sanitarie