Gentile direttore,
ho trovato di grande interesse gli articoli del prof Cavicchi sulla questione lavoro. Di primo acchitto davanti alle sue analisi e alle sue proposte viene da chiedersi quale plausibilità? Ma a pensarci meglio la plausibilità oggi non è solo nel contenuto di una proposta ma nella necessità di farne una in una situazione a dir poco drammatica che da quel che è dato di capire durerà ancora per un bel po’. Oggi la validità di una proposta dipende anche dalla sua capacità in un contesto difficile di riammettere dei valori che oggi sono fuori gioco.
Quale proposta ci serve per uscire dalle politiche che bloccano il lavoro che svalutano le professioni, che svalutano la qualità di quello che facciamo? La proposta di Cavicchi prima di essere giusta o sbagliata riesce a tirarci fuori dalla palude in cui siamo finiti? Personalmente penso di si, è una proposta che salta il fosso, molto innovativa quindi, che sfida le politiche di risparmio, la spending review addirittura sul loro terreno. Del resto oggi come oggi non è che possiamo solo chiedere senza dare nulla in cambio. L’idea politica di fondo è quella di usare il lavoro per riformare le cose, per combattere le diseconomie, gli sprechi, chiedendo delle contropartite sul piano della retribuzione e dell’innovazione. Vi pare poco? Tutti ci tengono a debita distanza perché ci considerano dei costi che in nessun caso si possono accrescere. Cavicchi ci propone di presentarci alle nostre controparti come un valore di scambio, lavoro che aiuta il paese e il paese che paga il lavoro. Personalmente sarei d’accordo con questo negoziato.
Il cuore della proposta di Cavicchi è di considerare noi lavoratori della sanità non più come semplici stakeholders cioè dei portatori di interessi ma come degli shareholders cioè operatori che sappiano fare un lavoro sanitario non solo assicurando lo svolgimento di compiti ma anche garantendo dei risultati.
In tal modo sicuramente si sta prospettando una nuova modalità di operare in campo sanitario molto diversa da quella conosciuta ad oggi in quanto i medici si renderebbero responsabili non solo dei propri atti medici in quanto tali ma anche dei loro esiti in termini di mantenimento della salute pubblica e di sostenibilità della sanità pubblica. Nuova modalità non solo di lavoro ma anche di relazioni, integrazioni tra diverse categorie di medici ( ospedalieri, territoriali, di continuità assistenziale, specialisti, universitari) e tra la classe medica ed il management.
Finora abbiamo assistito ad uno svolgimento del lavoro sanitario condizionato dallo specifico contenitore lavorativo con scarsa integrazione di livelli di cura in quanto questi contenitori si sono pensati e realizzati a camere stagne e la stessa dialettica tra operatori sanitari e amministrazioni pubbliche sanitarie si è svolta secondo lʼidea di “baratto”, di scambio di prestazioni per retribuzione. Purtroppo lʼidea del baratto ha ispirato le stesse rivendicazioni della nostra categoria basti pensare che nelle contrattazioni sindacali, almeno della medicina a convenzione, non si è puntato a fare acquisire avanzamenti in campo dei diritti sul lavoro ( copertura ferie, malattia, TFR ) né alla valorizzazione del lavoro sanitario come lavoro “ autoriale “. Il lavoro autoriale che Cavicchi propone sarebbe una modalità di operare programmando interventi in grado di produrre esiti valutabili e retribuibili in base al raggiungimento degli obiettivi concordati ,lasciando allʼoperatore sanitario la strategia di come raggiungere tali obiettivi secondo principi di autonomia , responsabilità e impegno.
Così facendo il medico potrebbe essere un vero e proprio shareholder. Ciò prospetterebbe uno scenario virtuoso in cui poter lavorare finalmente avendo come riferimento primario “ lʼhealth value “ cioè la realizzazione del mantenimento/
miglioramento della salute della popolazione che passa non dal numero delle prestazioni (spesso inappropiate e talvolta producenti un peggioramento della qualità di vita come esito a distanza) ma dal fare la giusta prestazione al paziente giusto al momento giusto operando così con obiettivi di tipo qualitativo ( value ) e non meramente quantitativo.
A questo punto bisogna fare una critica al Patto per la Salute e allʼAtto di Indirizzo approvato dal Comitato Stato-Regioni nel febbraio scorso in materia sanitaria in quanto mi sembrano rappresentate più delle pretese demagogiche della parte pubblica che una sentita attenzione a quello che sarà lʼimpatto della riforma sanitaria sul miglioramento di assistenza sanitaria alla popolazione. La necessità di garantire h24 tutti i tipi di servizio sanitario di tutti i livelli di intensità di cure mi sembra pura demagogia che implica una pericolosa deriva verso una sanità di consumo che, sottraendo preziose risorse non solo economiche ma anche di forza lavoro, ci allontanerebbe dal perseguire seriamente una presa in carico dei soggetti più fragili, obiettivo sventolato in maniera retorica dalla riforma che guarda caso è sostenuta a costo zero.
La messa in gioco di tutte le figure professionali quali medici ospedalieri, del territorio, di guardia medica, specialisti, personale paramedico è necessaria per operare secondo un “reticolo professionale” che porterebbe ad una loro integrazione e permetterebbe di superare lʼidea di profilo professionale dando respiro allʼattività sanitaria nella sua grande complessità e liberando enormi energie personali nella capitalizzazione della professione.
Ma questa messa in gioco non può essere solo il risultato di una miracolosa illuminazione collettiva bensì necessita di una nuova formazione basata non sulle singole specificità professionali (come tradizionalmente è sempre stata intesa la formazione) ma sullʼacquisizione di nuovi strumenti per poter studiare dei percorsi assistenziali( basati sullʼevidenza scientifica) e la loro attuabilità, per identificare criticità migliorabili facendo proprio lo strumento dellʼAudit clinico e degli Indicatori di qualità, per prevenire e gestire il rischio clinico per potere cioè realizzare quella Clinical Governance di cui tutti parlano. Ma il presupposto necessario per attuare il Governo clinico in Sanità è innanzi tutto lʼacquisizione di un linguaggio comune, masticato da tutti gli attori della scena sanitaria non ultimi quegli amministratori aziendali e distrettuali nelle mani dei quali ricade la grandissima responsabilità delle decisioni operative future.
Sinceramente non credo che il mondo sanitario sia pronto a questo, ma per partire in tale direzione è meglio tardi che mai. A tal proposito devo citare il mio sindacato UNP il quale, nella figura del suo presidente Antonio De Novellis, precocemente ha sentito la necessità di divulgare i temi della Clinical Governance ai pediatri, organizzando eventi formativi di Scuola Quadri. Anche qui potrebbe essere rivolta una critica ancora più acre alla parte pubblica, che non ha previsto una formazione in tal senso della classe medica prima di partire con i profondi cambiamenti che vorrebbe realizzare. In questo modo il reticolo professionale che ci propone Cavicchi unico a intrecciare la professionalità con i contesti e le organizzazioni del lavoro se ne và a farsi benedire in quanto ho il sospetto che i vari professionisti con le loro specificità professionali si troveranno comunque in contenitori separati,non comunicanti tra loro con in mano delle armi spuntate per realizzare quella connettività necessaria per attuare il “reticolo professionale”.
Per quanto riguarda la rivisitazione del concetto di contratto come “professional agreement”, altra proposta di Cavicchi, potrebbe essere questa una condizione per superare la parcellizzazione dei contratti in sanità e approdare al contratto unico come pensato dallo Smi che non a caso è un sindacato unitario delle varie categorie mediche.
Il contratto unico è già stato previsto, sulla carta, dallʼAtto di Indirizzo approvato dal Comitato di Settore Stato-Regioni approvato nel febbraio scorso. In questo documento si parla di contratto unico per i medici di medicina generale a convenzione e di guardia medica che entrerebbero nelle organizzazioni previste dallʼatto stesso (UCCP e AFT) ma non per i pediatri a convenzione il cui profilo rimarrebbe libero-professionale.
La capitalizzazione professionale che fa di un operatore sanitario un vero shareholder è un concetto che sento mio in quanto penso che la professione medica per sua natura travalichi i singoli compiti dʼufficio, gli obblighi burocratici che sempre più stanno oberando le nostre giornate e stanno sottraendo energia alla nostra vera vocazione di presa in carico della salute fisica e psichica dei nostri pazienti e di un lavoro teso ad un miglioramento professionale personale continuo irrinunciabile e alla valorizzazione del nostro SSN.
La sfida di rendere il Nostro Sistema Sanitario Nazionale più efficiente ,efficace, sicuro e sostenibile e aggiungerei più garante dei diritti del lavoro sanitario è sicuramente un obbligo professionale ma insieme civile e politico che dobbiamo a chi lo ha ideato e ha lavorato per realizzarlo ma lo dobbiamo anche a noi che, pur in un tempi di crisi, dobbiamo salvaguardare un baluardo di civiltà e giustizia sociale unico al mondo.
Rossana Vitolo
Pediatra di famiglia