L’agonia della medicina generale e l’ennesimo flop del ruolo unico

L’agonia della medicina generale e l’ennesimo flop del ruolo unico

L’agonia della medicina generale e l’ennesimo flop del ruolo unico

Gentile direttore,
la medicina di famiglia sta agonizzando sotto gli occhi di tutti. Ormai lo vedono non solo gli addetti al lavoro ma anche i cittadini che o sono già senza medico o rischiano di esserlo in un futuro assai prossimo.

Ormai non si tratta più solo della “carenza di medici” che colpisce un po’ tutti i settori: qui siamo proprio di fronte ad una vera desertificazione legata all’assenza di attrattiva di questa professione.

I dati appena diffusi sulla copertura delle zone carenti per la medicina generale in Veneto sono impietosi: su 1943 posti disponibili per il contratto unico solo 129 sono stati coperti pari al 7% . Un totale flop del nuovo contratto che prevede il “ruolo unico di assistenza primaria”.

Del resto, come si può accettare un contratto che prevede l’apertura obbligatoria di un proprio ambulatorio (con tutti gli oneri connessi), 38 ore di lavoro settimanali senza alcuna tutela (niente ferie, malattia, infortunio) e senza sapere, in mancanza di un nuovo AIR che definisca il ruolo unico in medicina generale, dove si dovranno svolgere le ore non coperte dalla medicina del territorio e quanto saranno pagate. Questo nuovo ACN, voluto dalla FIMMG, sta dando la mazzata finale a una professione da anni in crisi perché completamente svuotata della sua valenza clinica.

Per chi come me è vicino, anche se non prossimo alla pensione, non può che nascere un senso di sconforto, uno scoramento profondo nel vedere che il proprio lavoro, che un tempo ha scelto e amato, sta morendo sotto i colpi di una burocrazia spesso fine a sé stessa e ad un economicismo sterile che antepone il risparmio a tutti i costi, alla cura della persona.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un medico costretto a impiegare la maggior parte del suo tempo a compilare carte spesso inutili, con l’occhio più al computer che al paziente; preoccupato a prescrivere il meno possibile senza avere il tempo sufficiente per ascoltare e visitare i propri pazienti, caricato da un numero di assistiti ormai irragionevole.

Perché un giovane collega dovrebbe essere attratto da una professione che impedisce di esercitare il lavoro clinico di medico? Perché dovrebbe accettare un contratto che obbliga a lavorare 38 ore sotto le direttive dell’ASL senza avere le tutele del dipendente ma per il quale deve impiegare proprie risorse per aprire uno studio?

I giovani colleghi oggi giorno preferiscono una professione che dia più certezze (specializzazioni) o che sia più remunerata (libera professione o lavorare all’estero).

Così i posti per il corso di medicina generale vanno deserti, i colleghi già diplomati scelgono altre strade e la medicina del territorio si avvia inesorabilmente alla fine.

Il tutto senza che chi ha governato la professione negli ultimi anni, in primis il sindacato maggioritario che di questa situazione è il principale artefice, senta il bisogno di una riflessione e di un po’ di autocritica.

Chi si è opposto strenuamente per anni alla trasformazione del corso di medicina generale in specializzazione? Chi ha lasciato che negli anni la burocrazia e il controllo ossessivo delle Asl irrompessero nel nostro lavoro facendoci diventare dei “trivial machine” come dice Cavicchi? Chi ha firmato il contratto unico? Chi ha permesso che la convezione venisse così svilita nel tempo al punto da farci diventare dei veri e propri dipendenti al servizio delle Asl senza alcun beneficio della dipendenza?

Cosa è rimasto della convenzione che ci doveva garantire di lavorare come liberi professionisti? Noi non siamo più da tempo liberi professionisti: noi siamo sempre più impiegati delle Regioni che ogni giorno ci inviano ordini di servizio, ormai sempre più espliciti.

L’incapacità ad affrontare il cambiamento, l’arroganza di chi si ritiene sempre nel giusto, la difesa corporativistica di interessi di parte hanno distrutto la nostra professione.

A noi “vecchi” non ci resta che piangere non solo perché viviamo lo svilimento e il declino totale di una professione che abbiamo amato ma anche perché fra qualche anno quando ne avremo più bisogno, ci troveremo privi di un medico di famiglia che si prenda cura di noi.

Ai “giovani” di buona volontà toccherà il compito di rifondare dalle ceneri lasciate da padri poco lungimiranti, questa professione con i giusti e opportuni cambiamenti: speriamo che da queste macerie possa presto alzarsi in volo una Arabe Fenice che sappia ridare valore alla professione e sappia prendersi cura delle persone.

Ornella Mancin

23 Giugno 2025

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