Gentile Direttore,
sono oltre 10 milioni i pazienti con malattia di Parkinson nel mondo, e si stima che in Italia vi siano circa 300.000 persone con questa patologia. Questo numero è destinato ad aumentare, e nei prossimi 15 anni si stima che arriverà a 6.000 nuovi pazienti l’anno, e l’invecchiamento della popolazione non è l’unica causa di questa crescita poiché la metà dei soggetti affetti sono ancora in età lavorativa. La crescita dei pazienti con malattia di Parkinson osservata negli ultimi decenni si proietta in quelli futuri, rappresentando una nuova sfida sanitaria su cui è necessaria una riflessione, particolarmente opportuna in vista della giornata mondiale dedicata alla malattia che ci celebra ogni anno l’11 aprile.
Migliorare l’accesso all’assistenza sanitaria è importante, ma è anche necessario condurre ricerche incentrate sullo sviluppo di strategie di prevenzione, interventi efficaci e trattamenti in grado di modificare il decorso della malattia. I nuovi farmaci ‘disease modifying’, che sono attualmente in studio, sono una prospettiva importante, tuttavia sollevano interrogativi di sostenibilità economica e sicurezza. Le disparità nella prevalenza della malattia di Parkinson tra diverse regioni, fasce d’età e sessi implicano variazioni nell’impatto dei fattori di rischio, rendendo necessarie strategie mirate. Le politiche di salute pubblica volte a ridurre la prevalenza dei fattori di rischio potrebbero avere un potenziale considerevole nel mitigare il peso umano, sanitario ed economico della malattia di Parkinson.
Un altro aspetto da tenere in considerazione è che la malattia di Parkinson è caratterizzata dalle classiche manifestazioni motorie quali lentezza nei movimenti, rigidità e tremore, tuttavia è oggi riconosciuta come eterogenea, con caratteristiche non motorie clinicamente significative. La sua patologia coinvolge ampie regioni del sistema nervoso ed altera vari neurotrasmettitori, associandosi alla formazione anomala di aggregati proteici, quali i corpi di Lewy. La causa sembra quindi derivare da una complessa interazione di fattori genetici e ambientali che influenzano numerosi processi cellulari fondamentali. Ciò sottolinea la necessità di identificare i fattori di rischio modificabili, tappa fondamentale la sua prevenzione. A questo proposito, l’Oms ha raccomandato di ridurre l’esposizione a specifici fattori ambientali che sono stati associati alla malattia, in particolare pesticidi, tricloroetilene ed inquinamento atmosferico. L’esposizione a fattori ambientali può infatti innescare non solo disfunzioni neuronali centrali, ma anche processi infiammatori in siti periferici, tra cui il microambiente intestinale, le vie respiratorie, e il sistema olfattivo, promuovendo così la patologia precoce dell’a-sinucleina, principale proteina implicata nella patogenesi della malattia, facilitandone la propagazione al cervello.
La complessità della malattia di Parkinson si accompagna a sfide cliniche, quali una diagnosi precoce nelle fasi iniziali della malattia, fino al tentativo di individuare la patologia individuando i sintomi prodromici. Lo sforzo in tale direzione si fonda nella identificazione di precoci marcatori biologici e di fattori genetici di malattia. Studi preclinici e clinici hanno dimostrato il ruolo fondamentale dell’attività fisica e della socialità nel miglioramento delle capacità motorie e cognitive dei pazienti. L’esercizio aerobico costante esercita effetti sintomatici e potenzialmente protettivi nei confronti della malattia, producendo azioni antinfiammatorie, neuroplasticità e potenziamento della trasmissione mediata dalla dopamina, trasmettitore deficitario nella malattia. L’esercizio fisico migliora l’andatura e l’equilibrio dei pazienti prevendo le cadute ed integrando efficacemente la terapia farmacologica. I neurologi raccomandano l’attività fisica come pilastro essenziale del benessere del cervello nella malattia di Parkinson. Per integrare l’attività fisica con la terapia farmacologica è necessario che i pazienti ed i loro familiari vengano assistiti da una rete non solo ospedaliera, ma anche territoriale. In tale contesto, l’integrazione dei neurologi con fisioterapisti, psicologi, terapisti occupazionali e foniatri produrrebbe migliori risultati clinici, riducendo i costi sanitari.
Paolo Calabresi
Direttore della UOC di Neurologia della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs
Rocco Bellantone
Presidente dell’Iss
Daniela Merlo
Direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell’Iss