La medicina tecnologica malata di tecnologia

La medicina tecnologica malata di tecnologia

La medicina tecnologica malata di tecnologia

Gentile Direttore, la tecnologia permette di guarire e curare meglio molti malati con terapie impensabili fino a qualche decennio fa. Nello stesso tempo può rendere malate molte persone sane o con patologie che non avrebbero causato problemi né per l’aspettativa di vita né per la qualità di vita...

Gentile Direttore,
la tecnologia permette di guarire e curare meglio molti malati con terapie impensabili fino a qualche decennio fa. Nello stesso tempo può rendere malate molte persone sane o con patologie che non avrebbero causato problemi né per l’aspettativa di vita né per la qualità di vita.

La prevenzione male interpretata, gli screening, le diagnosi precoci, l’abbassamento delle soglie diagnostiche, l’ansia di una diagnosi precisa non necessaria, la cultura del rischio zero, indubbiamente salvano alcune persone ma molti danni possono creare ad altre ed alla collettività per la medicina difensiva indotta, la sovradiagnosi, la sovra investigazione, il sovratrattamento, l’illusione di essere guariti o addirittura miracolati da malattie inesistenti o con una evoluzione naturale comunque favorevole.

Anche nelle malattie acclarate, diciamo vere, la medicina rischia di ammalarsi di tecnologia con la cosiddetta “medicina di precisione”, considerata l’architrave della scienza medica del futuro. Attualmente essa è un po’ come l’Araba Fenice “che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”. Il paziente ha bisogno di una terapia efficace conseguente ad una diagnosi corretta ma che sia finalizzata alla sua utilità e soprattutto alla convenienza del suo progetto di vita. La precisione va inquadrata in questo contesto e deve tener conto degli eventi casuali che caratterizzano i processi biologici. Andare dietro ad un “dato preciso” ma non interpretato nell’ambito della utilità e soprattutto della convenienza per il paziente può essere più dannoso che benefico. La scienza ha bisogno di ipotesi ma soprattutto di “doverose dimostrazioni”.

In medicina il dato preciso è utile per la ricerca ma deve essere bene interpretato per essere trasportato nella pratica clinica dove tutto quello che è statisticamente significativo non è necessariamente clinicamente significativo e non tutto quello che clinicamente significativo è necessariamente conveniente al progetto di vita del singolo paziente. Non tutto quello che è efficace ed utile per la mente ed il corpo è utile per l’anima intesa in senso laico.

Ecco: la tecnologia è un rischio per la medicina quando dimentica l’anima. O meglio: la medicina si ammala di tecnologia quando il medico dimentica l’anima, quando non tiene conto del progetto di vita del paziente ma solo della sua malattia o presunta tale, quando l’appropriatezza e l’evidenza diventano una prescrizione e non una scelta o meglio una “scommessa del paziente” sulla propria salute. Se riflettiamo bene la salute non è che una scommessa condizionata dalla probabilità e decisa dal caso. La tecnologia può indubbiamente migliorare la probabilità per una buona cura se i dati vengono interpretati bene ma in nessun modo può ridurre la casualità. Addirittura, la tecnologia può essere dannosa se i dati utili per il “paziente teorico”, quello “medio”, quello “immaginato”, vengono trasportati ciecamente sul paziente “reale”. Per questo è il paziente che deve essere il decisore ultimo della propria scommessa tenendo conto del suo personale progetto di vita e dei consigli del medico riguardo appropriatezza ed evidenza.

La scienza deve partorire conoscenza e tecnologia senza soffocare la medicina attraverso una arida precisione inutile per il benessere del paziente, e la crescita di un mercato con il solo fine di produrre profitto e non come mezzo per creare salute. Bisogna prendersi cura del corpo e della mente senza soffocare l’anima del paziente con progetti di salute basati solo su criteri di evidenza ed appropriatezza e non sulla scommessa di salute ragionata, coerente e responsabile del paziente, che non può che essere l’unico decisore finale. Tecnologia e medicina di precisione possono spingersi a ricercare una utopistica salute del corpo e della mente a danno di un realistico benessere che ha bisogno anche di immaginazione, speranza e armonia dell’anima.

E qui dobbiamo avere il coraggio di dire una verità che la nostra epoca tende a censurare: troppo spesso dimentichiamo che il benessere è una cosa profondamente diversa dalla salute. La salute si misura in laboratorio, il benessere si sperimenta nella vita. Si può essere biologicamente sani secondo le macchine, eppure stare profondamente male. Quando la medicina ignora l’anima, smette di essere un’arte terapeutica e diventa una catena di montaggio.

La tecnologia è nata come figlia della scienza, come uno strumento per applicare le scoperte. Oggi, però, assistiamo a un’inversione di ruoli: lo strumento ha preso il sopravvento sullo scopo. Sotto la spinta del mercato, la medicina rischia di ridursi a una tecnocrazia clinica, dove l’inseguimento del dato quantificabile, del macchinario di ultima generazione e dell’algoritmo mette in ombra l’essere umano. La tecnologia per sua natura non ha un fine se non quello di espandere continuamente il mercato proponendo anche risposte inventate a bisogni veri. Ma non è colpa del mercato. Il mercato siamo noi, esseri umani imprevedibili, persone perbene e perfette canaglie, generosi benefattori e infidi imbroglioni. Nel mercato tecnologico della salute, quando non temperato se non dall’amore cristiano almeno dal rispetto per l’uomo, il malato può essere visto come un paziente da curare e possibilmente guarire, una persona da aiutare, un cliente da soddisfare, un’occasione da sfruttare, una cavia per sperimentare, una pecora da tosare o un pollo da spennare.

La sfida della medicina del futuro non è tecnologica, è etica e culturale. Dobbiamo pretendere che la tecnologia faccia ciò per cui è stata concepita: aiutare medici e pazienti nelle decisioni, automatizzare i processi meccanici e burocratici per liberare il tempo dei medici. Quel tempo risparmiato non deve servire a fare più visite in meno minuti per logiche di profitto, ma deve essere restituito al colloquio, all’ascolto, al contatto umano. La tecnologia può fare diagnosi formidabili e calcolare terapie millimetriche, ma non potrà mai stringere la mano a un paziente spaventato, non potrà mai comprendere il peso di un silenzio, del “non detto” e non potrà mai fare l’unica cosa che dà un senso alla scienza medica: sentire la responsabilità della vita e dell’anima di un’altra persona.

Franco Cosmi
Medico cardiologo. Perugia

05 Novembre 2026

© Riproduzione riservata

Case della Comunità, la sfida della diagnosi tra nuovi accessi e rischio di ritardi
Case della Comunità, la sfida della diagnosi tra nuovi accessi e rischio di ritardi

Gentile Direttore, il dibattito sulle Case della Comunità (CdC) si concentra su dotazioni, standard e personale, mentre resta in ombra un problema che tocca da vicino il medico di MG,...

Parliamo di patologie psichiatriche gravi e violenza
Parliamo di patologie psichiatriche gravi e violenza

Gentile Direttore, È importante tornare sulla questione della possibile violenza di persone con patologie psichiatriche gravi, spesso riproposta dalle cronache dei giornali. È infatti un ambito che ci chiarisce in...

Tempo di bilancio: questo l’infausto costo del personale della ricerca sanitaria
Tempo di bilancio: questo l’infausto costo del personale della ricerca sanitaria

Gentile Direttore, mentre nelle aule parlamentari si discute di capitoli di spesa, decimali di PIL e tabelle contabili della Manovra 2027, c’è un comparto del nostro Servizio Sanitario Nazionale che...

Teleradiologia, innovare sì. Ma senza scorciatoie sulla sicurezza delle cure
Teleradiologia, innovare sì. Ma senza scorciatoie sulla sicurezza delle cure

Gentile Direttore, il 15 ottobre si è conclusa la consultazione promossa da Agenas sulla bozza del “Documento di Indirizzo per lo sviluppo e la gestione della Teleradiologia”. Un’iniziativa importante, che...