Gentile Direttore,
la medicina territoriale ha prodotto nell’ultimissimo periodo numerosi nuovi assetti ancora non ben comprensibili da parte dei cittadini e forieri di continue richieste, da parte dei professionisti, di interpretazioni univoche delle norme. Sconosciuti, e per nulla dimostrati, restano gli effetti di tutto ciò nonostante la martellante azione pubblicitaria sui “prodotti”, cioè le normative, quasi fosse un pensiero unico (che, tra l’altro, ha cancellato, in un istante, tutte le buone pratiche di un recentissimo passato…). Crediamo che prendersi del tempo per tentare di comprendere sia stato un esercizio culturale importante per una piccola organizzazione di volontariato che opera a sostegno proprio della medicina di base di quartier
AFT, UCCP, équipe, Case della Comunità, hub e spoke, Osco, Cot, casa come primo luogo di cura…: definizioni, spesso criptiche, che non garantiscono la comprensione del funzionamento dell’insieme. L’attuale quadro organizzativo quanto tempo restituisce, effettivamente, all’incontro fra il medico e la comunità degli assistiti di riferimento?
Una prospettiva pragmatista suggerisce di interrogare le “riforme” attraverso le conseguenze attualmente osservabili. L’abduzione rappresenta una argomentazione epistemologica finalizzata a formulare una proposta interpretativa per comprendere gli accadimenti.
Questa forma di ragionamento (abduzione) parte da un fatto osservato (conseguenza) e formula un’ipotesi plausibile per spiegarlo. Non è mai autocratica perché provvisoria e c’è sempre spazio per una verifica e, in caso, per una modifica delle supposizioni.
Il sospetto è che alcune architetture (debito orario, allargamento delle AFT, definizioni della localizzazione delle CdC Hub…) rispondano soprattutto a esigenze di bilancio. Sono spesso presentate come “bisogni” delle comunità degli assistiti. La popolazione però palesa, tuttora, una grande difficoltà a comprendere il groviglio di assetti e competenze. I percorsi sono sempre meno riconoscibili così come le responsabilità.
Contenere la spesa è una responsabilità legittima. Diventa invece discutibile quando la convenienza amministrativa (compatibilità) parla con il linguaggio della cura ma risponde alla logica amministrativa sottraendosi così al confronto (indispensabile per la compossibilità).
È qui che una razionalità di matrice neoliberista si insinua anche nel servizio pubblico: traducendo il valore della cura quasi interamente in “produzione di prestazioni” con indicatori e obiettivi contabilizzabili. Ogni incertezza genera una procedura. Ogni procedura pretende criteri e verifiche. Alla fine mmg e comunità assistenziali di riferimento rischiano di diventare il luogo nel quale il sistema scarica le proprie contraddizioni culturali e scientifiche.
La cura riguarda direttamente la nostra condizione di esseri vulnerabili, dipendenti dagli altri, esposti all’imprevisto. In questo senso è ontologica. Anche l’incertezza appartiene all’essenza del curare perché persone e contesti cambiano. Le normative invece non riescono a tenere il passo, dimostrando uno sfasamento temporale tra direttive e realtà sociale.
La moltiplicazione di assetti novecenteschi accresce il divario tra le istituzioni e le comunità.
Quando una, così detta, innovazione si basa su una disponibilità di fondi determinati non dovrebbe nemmeno essere applicata all’organizzazione territoriale sanitaria. Senza disperdere più energie del dovuto resta comunque possibile interrogarci sul come mai è nato, di colpo, un diffuso conformismo culturale che ha favorito l’assimilazione acritica del principio della prossimità (documento europeo) con quello del modello organizzativo delle Case della Comunità (da PNRR ). L’adesione a un unico modello ha ristretto l’orizzonte delle possibilità, oscurando soluzioni capaci di coesistere, di impiegare meglio le risorse e fondare la riorganizzazione territoriale su basi etiche e di equità.
La pregressa esperienza della stagione Case della Salute ha dimostrato che quando una iniziativa deve essere conciliabile con finanziamenti definiti, inevitabilmente genera differenze fra professionisti e diseguaglianze nell’assistenza. Il progetto CdC si basa sullo stesso principio e in prospettiva rischia di tradursi in situazioni territoriali selettive, disomogenee ed incomplete (discriminazione?).
Una comunità di cura cresce attraverso frequentazioni ripetute, fiducia e responsabilità condivise tra curanti e curati (es.: questione di consumo inappropriato di farmaci condivisa con gli assistiti e non solo per disposizioni aziendali). Queste qualità emergono dalle relazioni e non nelle circolari. Quando si pensa, per necessità amministrative, di allargare il perimetro di un’aggregazione territoriale (es.: AFT) si rischia di erodere il concetto stesso di comunità curante.
Come fattore inatteso (teoria dei sistemi complessi) potrebbe improvvisamente affacciarsi sulla scena una discontinuità: una singolare cooperazione fra MMG e IA.
L’ipotesi riguarda una caratteristica emergente: mmg che, grazie all’IA, riescono a coordinarsi meglio, conservando autonomia e conoscenza delle proprie comunità, soprattutto accedono ad una esatta interpretazione delle norme, anche di quelle più contorte e senza intermediari. Un’IA può aiutare a ricostruire percorsi, individuare incongruenze documentali, predisporre adempimenti e rendere disponibili informazioni, oggi, troppo disperse e frammentate. Questa tecnologia, secondo Luciano Floridi, modificherà conoscenze, comunicazioni e decisioni e, verosimilmente, trasformerà drasticamente anche quello che conosciamo come tessuto industriale/aziendale così che, nello specifico, potrebbe essere possibile una completa fase di riconversione anche delle ultime grandi imprese rimaste nel centro delle nostre città… le Ausl!
La prova decisiva della rivoluzione culturale/tecnologica, che si sta sviluppando sotto i nostri occhi, sarà quella di recuperare significativamente tempo medico all’ascolto, al confronto fra colleghi, alla continuità assistenziale, alla relazione con la comunità. Questa è prossimità! Da questa cooperazione mmg/IA potrebbe emergere una medicina generale più autonoma e più capace di rispondere pubblicamente al suo ruolo naturale di leadership territoriale. Non è una profezia. È una interpretazione che necessita di sperimentazioni circoscritte e criteri dichiarati: meno lavoro amministrativo? Maggiore accessibilità? Più considerazione delle esperienze? Migliore continuità? Minori diseguaglianze? La nuova era che sorge obbligherà chiunque operi nell’ambito della sanità territoriale ad accettare di buon grado la sfida etica prima di tutto e a capo di ogni innovazione (come sostiene Paolo Benanti).
Forse il futuro della medicina territoriale comincia da una domanda poco spettacolare: quanta organizzazione serve davvero perché due persone possano incontrarsi e prendersi sul serio?
Bruno Agnetti
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV