Le liste d’attesa e il lacero mantello delle buone intenzioni

Le liste d’attesa e il lacero mantello delle buone intenzioni

Le liste d’attesa e il lacero mantello delle buone intenzioni

Gentile Direttore, Publio Cornelio Tacito, negli Annali, usava l’espressione “Arcana Imperii” per indicare i segreti e la prassi del governare insieme con quelle inconfessate astuzie con cui chi detiene il potere giustifica le proprie azioni davanti al popolo....

Gentile Direttore,
Publio Cornelio Tacito, negli Annali, usava l’espressione “Arcana Imperii” per indicare i segreti e la prassi del governare insieme con quelle inconfessate astuzie con cui chi detiene il potere giustifica le proprie azioni davanti al popolo.

È quanto mi sovviene leggendo il provvedimento del Ministro Schillaci sulle famigerate “liste di attesa”: un CUP unico nazionale, il divieto di chiudere le agende di prenotazione, l’obbligo di garantire le prenotazioni anche il sabato e la domenica. Misure certamente condivisibili, ma che intervengono a valle e non affrontano i problemi strutturali che generano un tale tragico “imbuto assistenziale”.

Uno di questi problemi nasce dalla scellerata riforma del Titolo V della Costituzione, che ha affidato alle Regioni l’organizzazione e la gestione dei servizi sanitari, trasformando la Sanità italiana nel proverbiale “vestito di Arlecchino”: tante toppe di diverso colore, con potenzialità ed efficienze profondamente diverse. Il risultato è il noto divario tra Nord e Sud, determinato anche dalle diverse condizioni economiche dei territori.

E qui emerge un’altra contraddizione.
Le Regioni più povere finiscono per contribuire a finanziare quelle più ricche attraverso la mobilità sanitaria: le prestazioni che i cittadini del Meridione ricevono al Settentrione vengono pagate dalle Regioni di provenienza. Un trasferimento di risorse che vale centinaia di milioni di euro. Insomma, si continua a fare parti eguali tra diseguali: la più grande delle ingiustizie.

Tra i numerosi criteri utilizzati per il riparto del Fondo Sanitario Nazionale, non si tiene sufficientemente conto di quello essenziale: la differenza di ricchezza esistente tra i territori.

La Lombardia, non casualmente, rappresenta il modello più evidente di un sistema nel quale la Regione funge da soggetto terzo rispetto alle strutture pubbliche e a quelle private accreditate, entrambe chiamate a svolgere un servizio pubblico. Un servizio pubblico non significa necessariamente monopolio pubblico delle strutture erogatrici. Significa garantire a tutti l’accesso alle prestazioni, gratuitamente per chi ne ha diritto secondo le regole del Servizio sanitario nazionale.

La teoria, tanto cara agli adoratori dello Stato, secondo cui in un sistema finanziato pubblicamente non possano esistere attività lucrative è una smaccata menzogna. Se è sacro il salario di chi lavora nelle strutture pubbliche, deve esserlo anche il giusto ed onesto ricavo di chi, nel privato accreditato, deve pagare stipendi a migliaia di lavoratori e investire nell’ammodernamento delle strutture.
Del resto, per paradosso, senza la rete accreditata le liste d’attesa del cosiddetto servizio pubblico sarebbero ancora più lunghe.

Il Ministro Schillaci è certamente un valente uomo di scienza, ma non è un politico. E proprio per questo il suo provvedimento sembra muoversi ancora una volta nella logica di chi pretende di risolvere il problema senza mettere in discussione il monopolio pubblico come criterio prioritario.

Se una struttura pubblica non rispetta i tempi della classe di priorità assegnata, il cittadino viene indirizzato prima verso l’intramoenia e soltanto alla fine verso il privato accreditato, ancorché senza costi aggiuntivi oltre il ticket. È una sequenza che conserva intatta la discriminazione di fondo.

Per risolvere davvero il problema delle liste d’attesa occorrerebbe invece partire dalla libertà di scelta del cittadino e dalla piena utilizzazione di tutte le strutture accreditate capaci di erogare quella prestazione nei tempi prescritti.

Altrimenti restano il CUP, le agende aperte, le prenotazioni del fine settimana e tanti buoni propositi.
E, per dirla con la metafora iniziale, il Ministro finisce per indossare il più lacero dei mantelli: quello delle buone intenzioni.

Vincenzo D’Anna
Presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi

16 Settembre 2026

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