Le liste d’attesa non si abbattono con gli slogan. Ecco perché

Le liste d’attesa non si abbattono con gli slogan. Ecco perché

Le liste d’attesa non si abbattono con gli slogan. Ecco perché

Gentile direttore, la lettera del dottor Maffei, pubblicata su queste pagine, solleva interrogativi importanti sulla governance delle liste di attesa in sanità pubblica. 

Gentile direttore,
la lettera del dottor Maffei, pubblicata su queste pagine, solleva interrogativi importanti sulla governance delle liste di attesa in sanità pubblica. È un contributo che merita attenzione, non fosse altro perché riflette una preoccupazione diffusa tra chi lavora sul campo. Tuttavia, alcune delle valutazioni proposte ci sembrano meritevoli di un approfondimento più articolato, in particolare laddove riducono a “superficialità” un quadro di azione che è, invece, profondamente complesso e per certi versi costretto.

Le liste di attesa non sono un problema recente né il prodotto di scelte contingenti. Sono l’espressione visibile di un equilibrio strutturalmente fragile tra domanda di prestazioni, appropriatezza prescrittiva, capacità produttiva e organizzazione dei servizi. Rappresentano, in altri termini, uno degli indicatori più diretti della capacità del sistema sanitario di garantire concretamente il diritto alla salute. Trattarle come un “bersaglio mediatico” — come qualcuno tende a fare — non aiuta. Ma non aiuta nemmeno ricondurle a una presunta inadeguatezza della risposta istituzionale, ignorando la complessità del contesto in cui quella risposta deve prendere forma.

Il dottor Maffei critica l’impostazione del Ministro Schillaci come “superficiale”, eppure proprio le azioni richiamate — regole chiare, risorse stanziate, piattaforma di monitoraggio — rispondono a una logica che il Ministero ha perseguito con coerenza: riportare la gestione delle liste entro una dimensione di governo ordinario, anziché emergenziale. Non si tratta di negare le criticità che esistono e che sono ben note, ma di costruire una cornice programmatoria stabile, misurabile, sostenibile. La Piattaforma Nazionale delle Liste di Attesa è, in questo senso, un passo metodologico prima ancora che tecnologico: affermare che i dati esistono, che sono pubblici e che costituiscono la base per le azioni di correzione è una scelta di trasparenza che va riconosciuta come tale, non sminuita.

Condividiamo pienamente la preoccupazione per l’eccessiva centralità delle liste di attesa ambulatoriali rispetto ad altre tipologie di bisogno — salute mentale, cure palliative, neuropsichiatria infantile, dipendenze, non autosufficienza — che soffrono di liste invisibili o, peggio, di assenza strutturale di offerta. Questa è una distorsione reale, e sarebbe sbagliato ignorarla. Ma registrare questa distorsione non può tradursi in una critica indiscriminata al quadro di azione del Ministero, che deve operare su priorità politicamente percepibili e istituzionalmente sostenibili, spesso in presenza di resistenze che non è sempre possibile o utile rendere esplicite.

Le mancanze segnalate — riorganizzazione delle cure primarie, appropriatezza prescrittiva, sanità digitale, governo della sanità accreditata, riequilibrio ospedale-territorio — non sono assenti dall’agenda istituzionale. Sono parte integrante di riforme in corso, alcune delle quali radicate nel PNRR e nel D.M. 77/2022. Il fatto che non producano risultati immediati non è prova di assenza di strategia: è il carattere intrinseco dei processi di riorganizzazione strutturale, che richiedono tempo, coordinamento interistituzionale e, soprattutto, la collaborazione attiva del sistema delle Regioni. Un sistema in cui le competenze operative restano, per dettato costituzionale, prevalentemente regionali. Pretendere soluzioni centralizzate e immediate significa ignorare questo assetto.

Sul punto relativo alla piattaforma, le osservazioni tecniche del dottor Maffei sono in parte condivisibili. La mancanza di dati relativi alle prestazioni prescritte e non prenotate, l’assenza di elaborazioni per popolazione residente, il rischio di un monitoraggio sbilanciato sull’erogatore anziché sul territorio di competenza: sono limiti reali, che non vanno minimizzati. Ma vanno letti come margini di miglioramento di uno strumento che muove i primi passi, non come prova del fallimento di un’impostazione. Nessun sistema di monitoraggio nasce completo. Ciò che conta è che esista, che sia pubblicamente consultabile e che orienti l’azione correttiva. Su questo, la direzione intrapresa appare corretta.

Concordiamo infine con la necessità di non sacrificare le prestazioni di presa in carico e di controllo sull’altare della riduzione delle attese iniziali. Il rischio di un’appropriatezza al contrario — smaltire l’arretrato comprimendo i percorsi clinicamente essenziali — è reale e deve essere presidiato con attenzione. Ma anche su questo fronte, un governo che dispone di una piattaforma nazionale può orientarsi meglio di uno che non ha dati. Il punto di partenza è, quindi, meno lontano da quanto la lettera di Maffei lasci intendere.

Le liste di attesa non si risolvono con un atto di volontà né con un singolo strumento. Si governano con metodo, continuità e una visione capace di tenere insieme la dimensione clinica, quella organizzativa e quella tecnologica. In questo senso, riconoscere che l’azione in corso ha una direzione — pur imperfetta, pur esposta alle inerzie di un sistema complesso — non è un atto di deferenza. È un esercizio di onestà intellettuale che il dibattito pubblico sulla sanità merita, forse più di quanto spesso riceva.

Ing. Iole Fantozzi
Dirigente generale del Dipartimento per l’Inclusione Sociale, la Sussidiarietà e il Welfare di Comunità della Regione Calabria, già subcommissario per l’Attuazione delPiano di Rientro dai Disavanzi del SSR Calabria.

19 Febbraio 2026

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