Medici di famiglia: la formazione dev’essere più pratica che teorica

Medici di famiglia: la formazione dev’essere più pratica che teorica

Medici di famiglia: la formazione dev’essere più pratica che teorica

Gentile Direttore,
non entro nel merito della discussione giuridica sulla specializzazione universitaria in MG, ai sensi della direttiva comunitaria istitutiva del Corso di Formazione Specifica di MG.

Mi preme solo ricordare che la suddetta direttiva su un punto è tranchant: la formazione deve essere “più pratica che teorica” e “basata in buona parte sulla conoscenza personale dell’ambiente dei suoi pazienti”, in quanto “lo sviluppo delle scienze mediche ha prodotto un divario sempre più ampio tra l’insegnamento e la ricerca medica da un lato e la pratica della medicina generale dall’altro”; “un migliore adattamento del medico generico alla sua funzione specifica contribuirà a migliorare il sistema di dispensazione delle cure” e allo stesso modo “il miglioramento della formazione in medicina generale può rivalutare la funzione di medico generico […] affinché risponda alle specifiche esigenze dell’esercizio della medicina generale”.

«Insegnare è l’arte di trasmettere l’esperienza» ha affermato Irigaray. In quali condizioni il sapere pratico del professionista navigato diventa esperienza condivisa con il discente? A mio avviso questa garanzia è data dalla dimensione situata e tacita della formazione e della competenza.

Una radicata tradizione culturale concettualizza l’apprendimento come attività mentale individuale, mediata dal trasferimento e dalla ritenzione di nozioni, principi, teorie e concetti, impartite ad esempio con lezioni ex cathedra su procedure e percorsi diagnostico-terapeutici da applicare a prescindere dal setting operativo. La specificità della MG rende problematica la meccanica traslazione da un contesto all’altro delle indicazioni comportamentali basate sulla “razionalità tecnica” e sul presunto carattere aspecifico/generico delle pratiche sul territorio, plasmate da regole formali e procedure standardizzate di matrice nosocomiale.

Invece l’approccio centrato sulla situazione, ovvero nel contesto organizzativo e socio-culturale, si focalizza sulle abilità nella soluzione dei problemi concreti, portando in primo piano la stretta connessione tra cognizione e azione in ambienti di lavoro dove interagiscono più soggett. La competenza situata e il sapere pratico del MMG sono interconnessi con

  • gli attori, professionali e laici, della rete sociosanitaria;
  • l’organizzazione, i vincoli, le regole e le norme formali e informali del SSN;
  • l’epidemiologia, la cultura locale e la storia dei servizi;
  • gli strumenti e le tecnologie che mediano l’attività e le relazioni con gli attori del network.

La formazione specifica traccia il percorso a tappe verso la piena appartenenza del corsista alla comunità professionale, prima di apprendimento sul campo e poi di pratica; il modello che garantisce la maggior efficacia educativa è l’esperienza tutoriale, dove il tirocinante viene in contatto con la dimensione tacita del lavoro, dai “trucchi del mestiere” e alle routine informali, dalle abilità relazionali alle soft skill decisionali e riflessive. In sostanza per una formazione autenticamente professionalizzante contano meno le “istruzioni” della razionalità tecnica rispetto all’apprendistato socio-cognitivo guidato dal tutor in qualità di mediatore della partecipazione periferica legittimata del “novizio”. Da qui l’importanza della competenza androgogica dei formatori sul campo in ogni disciplina medica.

La natura sociale e pratica della formazione specifica è supportata da motivazioni scientifiche e culturali, apparentemente slegate tra loro ma accomunate proprio dal carattere situato. Da un lato l’incontro tra educazione e neuroscienze cognitive, mediato dalla scoperta del ruolo chiave dei neuroni specchio nell’empatia e nella motricità, sottolinea la centralità dell’imitazione e dell’emulazione nell’apprendistato socio-cognitivo, nelle simulazioni formative e negli episodi di apprendimento situato per l’acquisizione di abilità motorie e soft skill decisionali.

Dall’altro il ragionamento bayesiano applicato alla diagnosi medica sottolinea come la revisione della stima probabilistica soggettiva, “che condensa tutte le conoscenze acquisite con l’esperienza personale da parte dell’attore o decisore razionale”, prende le mosse dalla probabilità a priori pre-test che “è relativa al contesto e non è un valore assoluto ed universale, come invece farebbe presumere il ricorso al concetto di prevalenza ”(Umberto Giani) secondo una concezione frequentistica ed oggettiva della probabilità.

Un aneddoto può illustrare meglio di tanti paroloni in che considerazione siano tenute le componenti situate, pratiche e tacite della formazione in MG. Me lo riferì il giovane collega fresco di laurea che seguivo una decina di anni fa’ come tutor del tirocinio propedeutico all’esame di stato. Al termine della cerimonia, dopo i rituali auguri per la futura carriera, un commissario così descrisse la competenza professionale testè certificata: “Complimenti, ora siete pronti per fare i medici di base”. Devo confessare di aver accolto l’affermazione con una mal celata ironia.

La competenza professionale del generalista può essere appresa solo con una formazione esperienziale “più pratica che teorica”; poco importa che sia all’interno di un corso regionale piuttosto che di una specializzazione accademica: l’uno o l’altro per me pari sono! Conta che sia guidata da un professionista esperto, riflessivo e preparato a gestire la relazione tutoriale e l’apprendistato socio-cognitivo.

Dott. Giuseppe Belleri
Ex MMG – Brescia

03 Luglio 2023

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