Medici e infermieri, il “dilemma degli istrici”
Gentile direttore,
Venerdì scorso, sono stato invitato a Bologna da Fadoi-Animo (Medici internisti e infermieri di medicina) dell’Emilia Romagna,a parlare di quei conflitti che, anziché unire le due più grosse categorie della cura (medici e infermieri), di fatto, le dividono, al punto, non solo da contrapporle, una contro l’altra, ma anche se consideriamo i contesti problematici, in cui esse si trovano, da impedire loro di accordarsi su una qualsiasi ipotesi di contro prospettiva.
Istrici quindi istrologie
Per riflettere sui loro problemi vorrei servirmi di una storia di Schopenhauer nota, come “dilemma dei porcospini”.
Nella versione in tedesco, essa, in realtà riguarda gli istrici (stachelschweine) non i porcospini, parlerò quindi di istrici e, ricorrendo al calembour, parlerò di “istrologie” un termine inventato per descrivere, tanto i medici che gli infermieri, per mezzo dei loro comportamenti. La storia racconta che, un giorno, per non morire di freddo, i nostri istrici ( medici e infermieri)per riscaldarsi provarono a stringersi dappresso, ma ogni volta finivano solo per pungersi.
A dispetto dei medici
Per legge, come è noto, gli infermieri hanno superato da tempo l’idea di ausiliarietà che li subordinava giuridicamente ai medici, ed è, altrettanto noto, che, nonostante la stretta relazione di interdipendenza che ha sempre unito queste due professioni, complementari, il superamento dell’ausiliarietà fu fatto nel 99 per iniziativa degli infermieri, con un governo di centro sinistra che come è noto, considerava gli infermieri, come i veri proletari da tutelari e i medici null’altro che una specie di loro controparte.
La sinistra, se penso alla Cgil medici, ancora oggi ha problemi a considerare i medici dei lavoratori come gli altri.
Quindi non meraviglia se il superamento dell’ausiliarietà e del mansionario fu una operazione fatta praticamente a dispetto dei medici e comunque senza il loro consenso e senza nessun un accordo preliminare. Una specie di colpo di mano.
Post ausiliarietà
Ma le cose non sono andate come speravano gli infermieri e la sinistra. Dopo la legge 42 gli infermieri hanno provato di tutto per rompere il legame storico che li legava ai medici (competenze avanzate, incarichi di funzione, specializzazioni, contendibilità dei ruoli ecc) ma fondamentalmente senza mai riuscire nel loro intento. Per la gran parte degli infermieri i mansionari restarono sia nel pubblico che nel privato. Nella realtà i medici e gli infermieri continuavano ad essere di fatto interdipendenti e complementari ma con sempre più crescenti contraddizioni. Ogni tanto come dimostrano Fadoi e Animo e, poche altre iniziative simili, gli istrici riprovano a stringersi tra loro, ma alla fine tornavano immancabilmente a pungersi come sempre. E’ quello che, anni fa, ho definito “post ausiliarietà”.Praticamente due professioni interdipendenti e complementari ma che finiscono per essere paradossalmente quasi dei separati in casa e prigionieri dei propri ruoli.
Istrologie contrapposte
Allo stato attuale è possibile distinguere due “istriologie” contrapposte:
- quella dei medici, recentemente confermata, in occasione delle elezioni Fnomceo, ma ribadita da tutti i sindacati e da tutte le società scientifiche, che è di difesa di ciò che si è stati fino ad ora , cioè è pura apologia di una vecchia idea di professione , peraltro già compromessa da un pezzo, da tanti tipi diversi di cambiamenti, quindi semplicemente pura indisponibilità nei confronti del cambiamento
- quella degli infermieri che, al contrario, è disponibilità verso il cambiamento, ma anche velleitarismo dal momento che, gli infermieri, si illudono di cambiare la storia di due professioni tanto importanti, per mezzo di pochi escamotage giuridici o contrattuali quindi senza fare i conti con le complessità vere che esistono e che nella realtà vengono sempre fuori.
Essere velleitari vuoldire avere delle ambizioni destinate a fallire per l’incapacità a creare le condizioni sufficienti e necessarieper la loro realizzazione. La legge 42 a parte alcune cose come la formazione e certi sbocchi di carriera, ma solo per una minoranza, è il primo esempio. Resta un paradosso e una contraddizione dare la laurea all’infermiere e però farlo lavorare come se si fosse diplomato in un “regio” convitto.
Anacronismi e velleità
I medici, secondo me, sono “anacronistici” perchéessi sonosemplicemente in aperto contrasto con i cambiamenti profondi di questa società fino a cadere in una trappola mortale che è la pretesa che sia il mondo ad adattarsiai loro problemi e non il contrario. Il loro ideale, come si evince dai loro documenti ufficiali,alla fine è quello di avere come Capitan America della Marvel Comicsun “grande scudo”che li proteggae li preservicome se fossero un benedell’umanità.
Gli infermieri, secondo me, sono velleitari perché alla fine la fanno troppo semplice nel senso che la loro pretesa è definire un ruolo professionale in una relazione quella tra medico e infermiere come se la relazione non ci fosse. Ma la relazione c’è ed è normata da complessi apparati concettuali e, in ogni caso, andrebbe comunque riformata. Gli infermieri ancora oggi , sono convinti che sia sufficiente il riconoscimento della loro autoreferenzialità per riformare la loro relazione con i medici. Ma questo è davvero troppo semplice
Ausiliarietà reciproca
Siccome i ruoli si basano sulla reciprocità (il ruolo del medico è definito dal ruolo dell’infermiere e il contrario ) essi, naturalmente si possono cambiare, anzi secondo me oggi essi andrebbero certamente riformati, ma cambiando le relazioni tra le loro prassi e quindi cambiando la loro storica divisione del lavoro. E questo è più difficile da fare. Molto più che affermare ideologicamente la propria autoreferenzialità
Personalmente, come è noto, ho sempre sostenuto che, in una relazione inter professionale, come è quella dei medici e degli infermieri, in realtà non si sarebbe dovuto abolire l’ausiliarietà dell’infermiere ma, al contrario, si sarebbe dovuto affermare, quella che, tanto tempo fa, proposi di chiamare “ausiliarietà reciproca”. Cioè ammettere anche l’ausiliarietà del medico. Senza ausiliarietà è come se la relazione interprofessionale non ci fosse. Nella realtà, è inutile negarlo, i medici sono “ausili” degli infermieri e viceversa. Se non fossero “ausili” essi rischierebbero di diventare semplicemente una antinomia e una dicotomia o peggio una opposizione. Semplici separati in casa.
Essere nel casino senza saperlo
Secondo me , i medici e gli infermieri, avrebbero dovuto riformare la reciprocità tra ruoli, intendendo per reciprocità una sorta di parità garantita per mezzo dell’ausiliarietà e che collega ruoli diversi ma del tutto complementari. L’idea non piacque a nessuno. Ma l’ausiliarietà, di fatto nella realtà è restata facendo sopravvivere i mansionari. Del resto senza di essa, nella pratica, non si riesce ad essere ne medici e ne infermieri.
L’equivoco della “ausiliarietà reciproca” non è mai stato chiarito e gli infermieri nonostante ammettano anche loro l’esistenza di tante contraddizioni, sono ben lontani dall’idea di riscrivere la legge 42. Per cui è ovvio che gli istrici continuino a pungersi.
Tutto ciò avviene dentro processi che, comunque, stanno trasformando, secondo me in peggio, i nostri istrici, senzache essi abbianonessuna possibilità di averegaranzie circail futuro da negoziare.
Questo per me è il grande equivoco. I nostri amici istrici stanno rischiando molto e pur tuttavia continuano senza sosta a pungersi.
Limiti come possibilità
Personalmente, in questi anni, ai miei amati istrici, quindi sia ai medici che agli infermieri, ho proposto svariate tesi da discutere ma tutte per i noti “ovvi motivi di sempre” sono state ignorate e negate, ma mai, dico mai, compulsate e valutate , in subiecta materia, con l’unica eccezione di coloro che ,anziché, affogare nel senso comune hanno il vizio di voler pensare con la loro testa . A costoro prima fra tutti, Fadoi Animo, va la mia sincera gratitudine. Non ho recriminazioni da fare. Conosco troppo bene, sia per i medici che per gli infermieri, come funziona il gioco della rappresentanza. So che le possibilità di ognuno degli istrici sono relative certamente alle complessità dei problemi ma sono relative anche ai loro limiti culturali. Non sempre sia i medici che gli infermieri, di fronte alle complessità hanno tirato fuori le idee giuste per fare le cose giuste. Anzi quasi mai.
Alla ricerca di una idea comune
Possibilità e limiti, come si sa, sono tra loro inversamente proporzionali e i limiti oggi come ci insegna la complessità a certe condizioni possono diventare delle possibilità e comunque come diceva Toto “Ogni limite ha una pazienza!” (Totò a colori, 1952)
Quindi usando la circostanza, secondo mepreziosa, offertaci da Fadoi Animodell’Emilia Romagna si tratta di partire dai limiti per esplorare le possibilità di una relazione interprofessionale che non può essere cancellata ma che va riformata , nelle complessità date.
Non vorrei ripetere proposte già fatte vorrei limitarmi a dare, come si usa dire, “un’idea” delle cose che fareise io fossi un istrice ein ordine atre argomenti precisi: quello della coevoluzionedegli istrici, quello della capacità di essere unacomunità di istricie infine quello della loro dignità.
Coevoluzione
Nella situazione in cui si trova la sanità oggi secondo me è un errore pensare come istrici di risolvere i nostri problemi ciascuno per conto proprio, cioè limitandoci a pungerci tra di noi, ma soprattutto è un errore pensare che i medici e gli infermieri, in una relazione di reciprocità interdipendente, possano, risolvere i loro problemi negando questa innegabile relazione ed è anche un errore ignorare che i suoi problemi derivino tutti da un contesto regressivo comune.
Quindi pongo con forza la questione della coevoluzione.
Nella relazione di reciprocità data, sia ai medici che agli infermieri oggi conviene molto di piùevolvere insieme unendo le forze in una proposta di riforma comune per ottenere entrambi la salvaguardia del proprio futuro professionale.
Fare come i cretesi
In sanità, sia i medici che gli infermieri, pur difronte ad un pericolo o ad una minaccia, non riescono a fare come i cretesi quindi ad essere “sincretici”. Cioè a mettersi insieme senza pungersi nei fianchi a disposizioni tutti di un interesse superiore. “Sincretismo” infatti non vuol dire altro che “mettere insieme i cretesi”. Esso altro non è se non la convergenza di elementi ideologici normalmente inconciliabili, (quelli dei medici e degli infermieri) cioè una convergenza di punti di vista e di interessi diversi, attuata in vista di esigenze pratiche e per ragioni superiori con lo scopo di evitare il peggio.
Questa convergenza tra medici e infermieri oggi è possibile ricontestualizzando i loro ruoli anche per mezzo di una nuova definizione giuridica delle rispettive professioni.
Resto affezionato alla mia idea di “autore” e alla necessità di superare l’idea burocratica di “compito” con una nuova idea di impegno. Basta litigare sugli atti sui compiti sulle autonomie è arrìvato il momento di parlare di “opera” e di parlare di “opere integrate” ridefinendoci tutti sui “risultati” quindi sugli esiti del processo di cura e come hanno scritto di recente Vianella Agostinelli e Giuliana Morsiani in un bel libro, ridefinendoci tutti a partire da una nuova idea di “caring”.
La dignità perduta
Oggi è arrivato il momento di tornare a parlare di dignità professionale. A partire dalle aziende la dignità professionale in sanità degli operatori è un valore che è perfino sparito non solo dalle loro piattaforme, dai loro codici deontologici e dai loro discorsi .Oggi la dignità sembra un rottame di altri tempi e nessuno di coloro che rappresentano gli operatori si sognerebbe di fare mai un convegno sulla dignità delle professioni . Del resto quando operatori e cittadini finiscono tutti i giorni in tribunale è difficile parlare di dignità. E i tentativi di recuperarla per mezzo di leggi, scudi, sanzioni (penso alla lite temeraria), appaiono alla fine semplicemente ridicoli
Da quello che si fa a quello che si è
Oggi siai mediciche gli infermieri,nonchiedono maidi salvaguardarela loro dignità ma chiedono mettendosi tra loro in competizione di definire atti, competenze, incarichi, convinti che la “dignità” coincidacon“quello che si fa”non con “quello che si è”e ignorandoche, almenoda Heidegger in poi , è esattamente il contrarioa decidere il gioco, perfino quellodella scienzae soprattuttoquellodella medicina.
La dignità ha lo stesso significato di “assioma”. Essa garantisce il rispetto verso chi lavora considerandolo come un valore evidentein se” ene misura, circoscrivendolo,il valore complessivo, quindi sia il valore sociale e giuridico e infine anchecontrattuale. Non ho mai visto operatori pagati bene e rispettati senza una dignità socialericonosciuta. i Senza dignità si vale sempre poco. Sempre meno diquello che in realtà si è.
A noi tocca la responsabilità di proporre un cambiamento
Le professioni dei nostri istrici sono rimaste indietro i cambiamenti le stanno spiazzando e le controriforme fatte dalla politica negli anni 90 le stanno trasformando, per cui senza una contro-prospettiva, senza un pensiero di riforma, è difficile recuperare quella che Eugenio Borgna scomparso di recente chiamava la “dignità ferita”. Le nostre professioni stanno sempre più perdendo dignità e credibilità E di “contro-prospettive” e di riforme, per ovviare a questo inconveniente, personalmente non ne vedo.
Se potessipromuovereiuna vertenza nazionale contro le politiche che stanno uccidendo ladignità professionale degli operatori riunendo tutti gli istrici primain una proposta di riforma poi portando tutti gli istrici uniti in una grande piazza. Con più di un milione di istrici mi presenterei alla politica e le chiederei cosa intende fare dal momento che quel milione nonè disposto a perdere la propria dignità.
Oggi la salvaguardia della dignità non vuol dire tornare a ciò che eravamo ma vuol dire assumersi la responsabilità come operatori in una relazione sociale con gli altri del proprio cambiamento.
Conclusione
Se gli istrici, vogliono salvare il futuro delle loro professioni, devono finirladi pungersi ai fianchi. L’unico modo è accordarsi, su ciò che deve necessariamente cambiare. Lo scopo, nelle complessità date, nei cambiamenti in atto, nei processiin corso, quindi inquesto tempo indubbiamente difficile, èricostruire la loro dignità di istrici considerandola quale valore sociale. Se privi didignità per i nostri istricisarebbe oltremododifficile difendere i diritti costituzionalidei nostri malati.
Ivan Cavicchi
21 Febbraio 2025
© Riproduzione riservata
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