Pierre Rivière aujourd’hui: una diversa riflessione sui profondi disturbi psichici

Pierre Rivière aujourd’hui: una diversa riflessione sui profondi disturbi psichici

Pierre Rivière aujourd’hui: una diversa riflessione sui profondi disturbi psichici

Gentile direttore,
All’epoca in cui nacque la psichiatria moderna, due secoli or sono, Pierre Rivière sterminò la sua famiglia, uccidendo a colpi di falce sua madre, incinta al settimo mese, suo fratello e sua sorella. Tutti sanno che il caso venne analizzato da Michel Foucault in un libro arcinoto, che molti citano e che pochi hanno letto. Taluni sanno anche che Pierre Rivière venne sottoposto a “perizia psichiatrica” da uno dei pionieri della psichiatria, Jean-Étienne Dominique Esquirol. Il quale evidenziò la follia del giovane contadino francese e indicò, per l’uomo, la necessità di una cura, poiché per lui non avrebbe avuto alcun senso la sanzione penale prevista dal sistema giuridico del tempo. Fu Pierre Rivière per primo ad opporsi alle conclusioni cui era giunto Esquirol, reclamando per sé la pena di morte prevista dalle leggi. Esquirol non l’ebbe vinta nel caso di Pierre Rivière. Non l’ebbe vinta nemmeno il sistema giuridico, che tergiversava. L’ebbe vinta Pierre Rivière, che da solo, in carcere, si tolse la vita.

Pochi giorni or sono un diciassettenne ha sterminato i suoi familiari, uccidendo il padre che aveva proprio quel giorno compiuto gli anni, uccidendo il fratellino e la madre. “Manca ogni movente”, si sente dire per ogni dove. Magari ci diranno anche che il diciassettenne, che appariva a quasi tutti come una persona normale, non presenta chiari e documentati deliri, non soffre di allucinazioni e non è mai andato incontro a significative turbe umorali. Magari non si erano nemmeno apprezzati elementi indicativi di un rilevante disturbo di personalità. Quindi il diciassettenne verrà forse giudicato e condannato come “sano di mente”, imputabile e responsabile.

Se questo accedesse, non potremmo certo meravigliarci. Nella civile Norvegia venne infatti condannato, come “sano di mente”, Anders Behring Breivik (a cui nel 2017 è stato legalmente concesso di cambiare il suo nome in Fjotolf Hansen), l’uomo che, in preda a chiari convincimenti deliranti (poco importa se mascherati da idee politiche estremiste di destra), fece fuori nel 2011 settantasette persone (prevalentemente giovinetti) e ne ferì altre duecento. Non potremmo meravigliarci visto che verrà forse condannato come “sano di mente” Gianluca Paul Seung, l’uomo che ha ucciso due anni or sono, a Pisa, la psichiatra Barbara Capovani, la quale pare lo avesse in precedenza ritenuto affetto da tre gravi disturbi di personalità.

Poche settimane or sono, in Lombardia, un altro giovane uomo ha ucciso in piena notte una passante a caso. Pare che abbia detto di avere avvertito una incontrollabile pulsione a uccidere. I familiari dell’uomo hanno riferito che, ormai da diverso tempo, egli manifestava comportamenti anomali e bizzarri, tanto che lo avevano segnalato ai servizi sociosanitari. Per capire qualcosa di più di tale delitto basterebbe rileggere le splendide pagine che Robert Musil dedica a Moosbrugger ne L’uomo senza qualità. Moosbrugger rivendicava anche lui, come Pierre Rivière, una completa salute mentale. Lo farà forse, analogamente, Moussa Sangare, l’uomo che ha ucciso Sharon Verzeni.

Pochi giorni addietro, a Cagliari, un diciassettenne ha aggredito il padre a colpi di machete. I genitori hanno dapprima cercato di coprirlo, ma poi, di fronte al protrarsi di una incontrollabile aggressività, la madre lo ha segnalato alla Polizia.

Le carceri italiane sono stracolme di persone che presentano serissimi disturbi psichici (comprese le croniche dipendenze da sostanze, che sono serissimi disturbi psichici) e, nelle carceri italiane, le persone si suicidano circa 20 volte più che all’esterno. Si suicidano in misura sensibilmente maggiore, rispetto all’esterno, persino gli operatori della Polizia Penitenziaria.

L’attuale psichiatria italiana, dimentica delle origini eroiche della disciplina, non sembra prestare attenzione a questi allarmanti fenomeni. La maggior parte delle istituzioni psichiatriche del nostro Paese, scotomizzando completamente la realtà, ha sostenuto nei decenni scorsi e sostiene ancora che fra i detenuti non si registrano disturbi psichici gravi in percentuale maggiore rispetto alla popolazione libera, che gli operatori della “salute mentale” non debbono occuparsi del controllo dei patenti elementi di pericolosità sociale inevitabilmente connessi a talune patologie psichiche, che le persone che presentano comportamenti antisociali -poco importa se generati da gravi turbe psichiche- è bene che stiano in carcere e che sia il sistema delle pene ad occuparsi di loro.

Non ci meravigliamo, allora, che si moltiplichino i reati efferati che non trovano un movente, che crescano esponenzialmente i suicidi nelle carceri, che negli istituti di pena soffino con maggiore intensità venti di rivolta. Lo ripetiamo da anni: il carcere anticipa ciò che avverrà nella società esterna. Anche le aggressioni agli operatori sanitari negli ospedali fanno parte di questa tendenza. Assistiamo alla progressiva “jokerizzazione del mondo”, per usare l’espressione usata da Gemma Brandi dopo il film Joker del 2019. Fortunatamente, in Italia, gli adolescenti non hanno un accesso così immediato alle armi da fuoco, altrimenti le forze di polizia dovrebbero presidiare le scuole, come avviene negli USA.

Qualche anno fa un altro film interessante ci indicava la necessità di affrontare questi temi (We Need to Talk About Kevin si ispira alla vicenda dello studente che uccise taluni suoi compagni colpendoli con le frecce di un arco). La salute mentale, però, non ha seguito tale preziosa raccomandazione e, anzi, ha allontanato da sé questa pietanza che le è apparsa indigeribile, anche perché troppo lontana dagli approcci culturali dominanti, quello neuroscientifico e quello sociopolitico. Forse c’è solo da sperare che gli algoritmi della AI tornino a segnalare il rilievo di questa follia, che sta diventando tanto più pericolosa poiché si diffonde fra l’indifferenza autolesiva della gente e la crescente incompetenza dei supposti “esperti”.

Mario Iannucci
Psichiatra psicoanalista
Esperto di Salute Mentale applicata al Diritto

Mario Iannucci

11 Settembre 2024

© Riproduzione riservata

La responsabilità professionale del medico imprigionata nel sistema della colpa
La responsabilità professionale del medico imprigionata nel sistema della colpa

Gentile Direttore, la responsabilità professionale del medico rappresenta uno dei temi più delicati del diritto sanitario. Nasce dall’incontro tra due dimensioni che dovrebbero dialogare armoniosamente: da un lato il principio...

Il farmacista clinico esce dall’ombra, ma ora deve trovare spazio nel Ssn
Il farmacista clinico esce dall’ombra, ma ora deve trovare spazio nel Ssn

Gentile Direttore,in questi tempi la figura del Farmacista Clinico sta uscendo dalla “zona protetta” della professione del farmacista ospedaliero per diventare una figura conosciuta, considerata e richiesta anche nel nostro...

L’Italia di fronte alla sfida del Parkinson
L’Italia di fronte alla sfida del Parkinson

Gentile Direttore,la Giornata Mondiale del Parkinson quest’anno segna un passaggio importante non solo sul piano simbolico, ma soprattutto su quello istituzionale. Per la prima volta, infatti, l’Istituto Superiore di Sanità...

Se il Ssn non basta più: quando la salute dipende dal reddito (e dalla famiglia)
Se il Ssn non basta più: quando la salute dipende dal reddito (e dalla famiglia)

Gentile Direttore, c’è un paradosso che riguarda oggi il Ssn: mentre continuiamo a definirlo universalistico, l’accesso reale alle cure sta diventando sempre più diseguale. Non si tratta di una rottura...