Gentile Direttore,
una persona che, dopo una lesione midollare, desidera tornare a vivere autonomamente e riprendere il lavoro ha bisogno di una casa accessibile, di trasporti adeguati e di sostegni nella vita quotidiana. Ma ha anche bisogno che qualcuno valuti le sue condizioni cliniche, definisca una prognosi riabilitativa, individui gli ausili appropriati e verifichi nel tempo i risultati del percorso di cura.
Che cosa accade se questi interventi procedono su binari paralleli, senza comunicare? Il rischio è evidente: un progetto ambizioso sulla carta, ma incapace di tradursi in autonomia reale.
È proprio su questo punto che la riforma della disabilità, introdotta dal decreto legislativo 62/2024 e destinata a essere applicata su tutto il territorio nazionale dal 1° gennaio 2027, impone una riflessione che riguarda direttamente la Medicina Fisica e Riabilitativa.
Il Progetto di vita non è un piano di cure allargato
La novità culturale della riforma è profonda: il punto di partenza non è l’elenco delle prestazioni disponibili, ma ciò che la persona desidera fare della propria vita. Abitare dove vuole, studiare, lavorare, coltivare relazioni, partecipare alla comunità. Il Progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato deve individuare sostegni e risorse per rendere possibili queste scelte.
La persona con disabilità ne è la protagonista, non la destinataria passiva. Nessuna valutazione sanitaria può sostituirsi alle sue preferenze; ma nessun progetto può ignorare i bisogni clinici da cui dipende, in molti casi, la possibilità stessa di realizzarle.
Qui entra in gioco il Progetto Riabilitativo Individuale, il PRI. Non è un secondo Progetto di vita e non pretende di governare l’esistenza della persona. È lo strumento che, quando è necessaria una presa in carico riabilitativa, collega diagnosi medica, valutazione funzionale, prognosi, obiettivi, interventi, scelta dei contesti di cura e verifica degli esiti. Attorno a esso si integrano le competenze del fisiatra e degli altri professionisti dell’équipe, nelle rispettive responsabilità e autonomie.
La legge chiede di coordinare, non di sostituire
Non si tratta di una distinzione artificiosa. Già il Piano d’indirizzo per la riabilitazione del 2011 colloca il PRI in un percorso assistenziale integrato. Il decreto 62/2024 stabilisce che il Progetto di vita coordini i diversi piani di intervento, salvaguardando quelli già attivati. E l’articolo 26 include tra i suoi contenuti i piani operativi specifici, prevedendo che siano raccordati agli obiettivi della persona o, se già esistenti, opportunamente riallineati. Tra questi rientra anche il PRI.
In altre parole, il Progetto di vita non cancella il percorso riabilitativo. Gli dà una prospettiva più ampia, nella quale le decisioni cliniche devono poter dialogare con gli obiettivi di autonomia e partecipazione.
Pensiamo a chi vuole tornare a casa dopo una grave disabilità acquisita. Gli adattamenti dell’abitazione e il supporto assistenziale sono essenziali. Ma lo sono anche la valutazione del potenziale funzionale, la prevenzione delle complicanze, l’indicazione degli ausili e l’eventuale aggiornamento del PRI. Senza una connessione tra questi elementi, il rischio è che il progetto sociale aspetti quello sanitario, o viceversa, mentre la persona continua ad aspettare entrambi.
Il nodo vero è chi fa cosa, e quando
L’Unità di valutazione multidimensionale prevista dalla riforma comprende la persona con disabilità, le competenze sociali e quelle sanitarie indicate dalla normativa. È possibile coinvolgere anche medici specialisti. La legge, tuttavia, non prevede che il fisiatra faccia parte obbligatoriamente di ogni Unità.
Il tema, allora, non è rivendicare una presenza automatica, ma evitare che una necessità specialistica resti senza risposta. Quando il quadro clinico richiede una valutazione fisiatrica, questa deve poter essere attivata in tempi appropriati e il suo esito deve entrare realmente nel raccordo tra i diversi interventi. La responsabilità clinica delle decisioni riabilitative non si confonde con il compito di coordinare il Progetto di vita complessivo; così come il medico non si sostituisce alla persona nelle scelte che la riguardano.
Come Associazione Nazionale Fisiatri proponiamo perciò un collegamento organizzativo riconoscibile tra Unità di valutazione multidimensionale, servizi di Medicina Fisica e Riabilitativa e professionisti coinvolti: criteri chiari per richiedere la valutazione specialistica quando indicata, circolazione delle informazioni essenziali, obiettivi coerenti, tempi di rivalutazione definiti e responsabilità esplicite.
Non servono nuove sovrastrutture burocratiche. Serve che il passaggio da un progetto all’altro non diventi un vuoto di assistenza.
Il successo della riforma si misurerà nella vita quotidiana
La riforma sarà davvero innovativa se saprà trasformare diritti dichiarati in opportunità effettive. Non basterà contare i Progetti di vita approvati, così come non basta contare le sedute riabilitative erogate. Bisognerà verificare se le persone riescono a vivere nei contesti scelti, a mantenere o migliorare la propria autonomia, a partecipare alla vita sociale e a ricevere cure appropriate quando ne hanno bisogno.
Per riuscirci, la sanità non può pensare di esaurire da sola la risposta alla disabilità. Ma neppure si può immaginare un Progetto di vita che prescinda dalla valutazione medica e dal percorso riabilitativo quando questi siano necessari.
Il punto non è stabilire quale progetto debba prevalere. È fare in modo che il Progetto di vita dia una direzione ai sostegni e che il PRI, con la propria specificità clinica, contribuisca a renderla praticabile.
Perché l’autodeterminazione non si tutela soltanto riconoscendo il diritto di scegliere. Si tutela anche costruendo le condizioni perché quelle scelte possano diventare realtà.
Dott. Mauro Piria
Medico Fisiatra – Segretario Nazionale ANF
Associazione Nazionale Fisiatri – Aderente CIMO